Mese: Marzo 2019

Tursèlle

Tursèlle s.f. = Cavolo rapa

È una varietà dei cavolo (Brassica oleracea gongylodes). Poco diffuso da noi.
Può essere mangiato cotto come una una qualsiasi verdura, ma anche crudo  in insalata, a fettine sottili o à la julienne. Ha un sapore simile a quello dei ravanelli, e possiede molte proprietà ed elementi nobili, tra cui il fosforo, oltre che un quantitativo elevato di vitamina C e poche calorie.

Il termine dialettale (può anche pronunciarsi turzèlle) trae la sua origine da (clicca→) tórse = torsolo, inteso specificamente come il torsolo delle cime di rape, di cui ricorda il gusto e l’odore quando lo si assapora crudo.

Riporto testualmente quanto pubblicato da “Valfrutta-Coop.Agricola” su questo ortaggio.

«Altra interessante varietà di Brassica oleracea [tra le sue numerose varietà troviamo il comune cavolfiore il cavolo cappuccio e la verza ndr], il nome scientifico del cavolo rapa è Brassica oleracea gongylodes.
Anch’esso originario del bacino del Mediterraneo e dell’Asia centrale, il cavolo rapa forma un apparato radicale a fittone ma, a differenza degli altri cavoli, meno sviluppato; il fusto sviluppa una parte ingrossata detta torso (impropriamente chiamata rapa) dalla consistenza carnosa e dal colore che può essere bianco, verdastro o violaceo e che è la parte commestibile della pianta, capace di raggiungere anche 1 kg di peso. Dal torso si formano foglie lungamente picciolate (anche oltre i 15 cm), lobate, di colore verde più o meno vivo o violacee e ricoperte da sostanze cerose tipiche delle varietà di B. oleracea.»

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Pàbbele

Pàbbele s.f. = Favola  raccontino

Una storiella interminabile, che si arricchisce di particolari man mano che si racconta, inventata al momento, magari a commento di un episodio di cronaca realmente accaduto in ambito politico, sociale, sportivo, lavorativo, ecc.

Talvolta l’espressione pàbbele e frecàbbele si usa per indicare un allegra serata trascorsa tra amici a raccontare storie, vere e inventate, all’insegna dell’allegria, del cibo e del buon vino.

A parte l’assonanza fra questi due termini (si usa spesso in dialetto come in storje e patòrje…,  mamùrce p’i ndurce,… nannùrche abbasce a l’urte… ecc.), il sostantivo pàbbele, che è usato sempre al pluralesignifica proprio favole.

 

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Düje-bastöne

Düje-bastöne s.m. = Due di bastoni

Si tratta della denominazione di una singola carta da gioco del mazzo delle 40 carte dette “napoletane”, mazzo che comprende 10 carte per ogni seme: denari, coppe, spade e bastoni.

Invece nel mazzo di 52 carte dette “francesi”, 13 per ogni seme, ci sono: cuori, quadri, fiori e picche.

Generalmente il due di bastoni è considerata una scartina, cioè una carta di poco valore.  Però In certi giochi, come nel “tressette” invece è molto ben apprezzata.   Al Nord dicono che una persona vale il due di picche quando non ha voce in capitolo.

Scherzosamente, venivano detti “due bastoni” i mutandoni lunghi  i vréche (←clicca), usati una volta dagli uomini che lavoravano all’aperto in mare, in edilizia o i nei campi, per proteggersi nella stagione fredda.

Infatti una somiglianza dei mutandoni con quella carta è evidente.

 

 

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Vusjire

Vusjire s.f. = Visiera

Breve falda del berretto sporgente solo davanti, usata come riparo dal sole e anche dalla pioggia, in cappelli e berretti, soprattutto sportivi e militari. Molto usata per i copricapi invernali dette “coppole” usate dagli uomini del Sud,
Le visiere sono ben sporgenti nei berrettini estivi.

 

Tesa di celluloide o di plastica trasparente ma fortemente colorata che, applicata alla testa mediante un elastico, serve a difendere il viso da luce troppo viva (portata soprattutto da saldatori, da sportivi, da registi e operatori cinematografici e televisivi, ecc.)

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Assuzzé

Assuzzé v.t. = Uguagliare, appianare, livellare

Da questo verbo deriva l’aggettivo sùzze (←clicca) = uguale nel  raffronto tra due o più soggetti.

Per esempio:  tagliare dei paletti di una recinzione tutti alla stessa altezza.
Oppure recidere i gambi dei fiori, nel comporre un mazzo, per pareggiarli nella parte terminale.
O anche livellare le asperità di una qualsiasi superficie (un campo o un pavimento o una panca).

Usato ironicamente assuzzé significa  rimpinzarsi. Insomma assumere un cibo dapprima ritenuto eccessivo per la capacità ricettiva del proprio stomaco, ma poi compiacersi per l’avvenuta degna collocazione.

Stamatüne me sò assuzzéte döje farréte! = Stamattina mi sono collocato due farrate (…nello stomaco)!.

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Fìgghje de jatte angappa sórge.

Fìgghje de jatte angappa sórge. = Figlio di gatta acchiappa topi

Si tratta di linguaggio figurato. Il figlio del gatto/a proprio per la sua natura felina ha tendenza a catturare i topi. Generalmente si ereditano le qualità familiari.

I Latini usavano il Detto: «Qualis pater, talis filius» per evidenziare la somiglianza caratteriale o fisica tra padre e figlio.
La regola ha valore anche in senso negativo.
Se una persona cresce in ambiente familiare delinquenziale, è difficile che diventi un frate francescano…

Però da un campo di pietre o di letame può sempre nascere un fiore.

Mio padre ribadiva, per evidenziare lo stesso concetto di ereditarietà: Pétre e fìgghje: stesse tappe, stèsse legnéme = Padre e figlio stesso tappo, stesso legname.  Noi diciano che sono fatti della stessa pasta.
Oppure Pétre e fìgghje, vedènne, facènne = Padre e figlio, vedendo facendo.
Come dire che il figlio agisce imitando spontaneamente l’atteggiamento dei genitori che sono i suoi modelli di vita: come vede così fa, nei buoni e nei cattivi esempi.

Esiste un altro proverbio simile che afferma l’abilità del gatto anche al buio (clicca→ qui)

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