Mese: Aprile 2019

Cröce e nöce

Cröce e nöce escl.. = Metterci una pietra sopra.

È un’spressione rafforzativa locale che indica l’esclusione irrevocabile di una persona o di un luogo dalle proprie frequentazioni, per effetto di una delusione, di una perdita, di una amara esperienza.

Di solito viene pronunciato accompagnato da un gesto della mano che traccia nell’aria una grande X, come una benedizione a rovescio… come se si volesse sbarrare una scritta su una lavagna immaginaria.

Da códdu dentìste?Nziamé cchió! Cröce e nöce! = Da quel dentista? Non sia mai più!  Ho cancellato definitivamente anche ogni remota possibilità di ritornarci!

Il sostantivo nöce è pronunciato solo per rima o assonanza rafforzativa.

Accade sovente in dialetto.Qualche esempio:
Storje e patòrje
Mamurce p’i ‘ndùrce
Nannurche abbasce a l’urte
Pàbbele e fracabbele
Sturte e malurte

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Amöre de Düje! (pe l’, o söpe l’)

Amöre de Düje(pe l’) escl. = Amor di Dio! (per l’)

Una esclamazione generalmente usata per implorare benevolenza.

Mi viene in mente la storiella di quel barbiere che malvolentieri si prestò a sbarbare un poveretto perché gli era stato chiesto di farlo per l’Amore di Dio. Avendo usato sapone infimo e rasoio stagghjéte = non affilato, il suo gesto non fu affatto meritorio.

Come in italiano si usa anche per escludere qualsiasi dubbio o per dissentire da una nefandezza.

Per esempio se qualche pettegola sta insinuando una malignità sulla onorabilità o sull’illibatezza di una donzella.
Mariètte jì ‘na uagnöna aggarbéte! Pe l’amöre de Düje! Nen ce sté njinte da düce nè söp’a jèsse e nè söp’alla famìgghje söve! = Marietta è una ragazza assennata! Per l’amor di Dio! Non c’è nulla da dire né su suo conto, e né sulla sua famiglia.

Le persone più anziane usavano la formula söpe l’Amöre de Düje!  = Sull’Amore di Dio!

L’italiano è ancora più variegato:
-Dio ce ne scampi e liberi
-Per carità di Dio
-Dio ce ne guardi
-Per l’amor di Dio

 

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Accucchjé ‘a settande

Accucchjé ‘a settande loc.id. = Fare primiera, raggiungere un eccellente risultato.

La locuzione traspone, nel linguaggio figurato, un elemento del punteggio nel gioco popolare chiamato “Scopa”

La Scopa, al termine di ogni mano, prevede il raggiungimento di quattro punti, che possono essere divisi o patteggiati, secondo l’andamento della partita, tra i due giocatori (quattro se si gioca in coppia).

Si conteggia un punto per ciascuna delle seguenti voci:

– Carte-a-llonghe = Carte, numero di carte raccolte da ciascun giocatore. Si conteggia il numero maggiore di carte raccolte da ciascun giocatore durante la manche; sul mazzo di 40 carte napoletane, vince chi ne ha almeno ventuno.
 Carte-a-ddenére = Denari, numero di carte con seme di “denari”. Si conteggia il numero maggiore di carte “denari” raccolte da ciascun giocatore durante la manche;vince chi ne ha almeno sei.
 Sètte barjille = Settebello, Il punto va al giocatore che ha raccolto il sette di denari nel corso della mano; il settebello è chiamato – chissà perché – anche Sètte Gerjille, diminutivo di Ciro
– Settande = Primiera o Settanta. Quattro carte dello stesso seme con valore decrescente che si raffrontano con le quattro di altro seme in mano all’antagonista.

Ecco Wikipedia che mi facilita la descrizione della Settande:

Il termine “Primiera”, che deriva dal francese prime, significa letteralmente “premio”.
Il suo utilizzo italiano nell’ambito di alcuni giochi di carte è relativo proprio al suo etimo: chi riesce ad ottenere una certa combinazione con le carte riceve un premio che, nella maggior parte dei casi, equivale ad un punto.
Nome alternativo della Primiera è “Settanta” nel caso in cui si entra in possesso di tutti e quattro i 7 (Denari, Coppe, Bastoni, Spade).

Conclusione: accucchjé ‘a settànde vale guadagnare un premio, raggiungere un risultato eccezionale.

Scherzosamente si pronuncia quando si raggiunge un bel numero di amici, magari inaspettati, allegri o musoni non fa differenza, come per dire: “ti aspettavamo, mancavi solo tu!”.

 

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Addaccé

Addaccé v.t. = Tagliuzzare, pestare, sminuzzare

Operazione specifica che si fa con un coltello su una fetta di lardo (fresco o salato)  per sminuzzarlo.
Anche colpire ripetutamente il lardo col taglio del coltello e ottenere il ‘battuto’ da soffriggere.
Le nostre bravissime nonne, che non avevano troppe cose nella dispensa, e nemmeno tanti soldi nel borsellino, riuscivano a ottenere con il lardo e la cipolla addaccéte soffritti in poco olio, un po’ di conserva di pomodoro, e un solo chiodo di garofano, un gustoso intingolo per condire le orecchiette, chiamato zucarjille = sughetto, o züche fìnde = sugo finto.
Finto, perché quello ‘vero’, a base di carne bovina (brascjöle) suina (savezìcchia frèške), e ovina (carne e òsse), si preparava solo nelle grandi occasioni.

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Zìrre

Zìrre s.m. = Ziro

Recipiente metallico usato per conservare o trasportare olio.

Il termine deriva direttamente dall’arabo zīr , ossia grande orcio, che può essere anche di altro materiale (pietra, terracotta).

Si pronuncia quasi sempre unito all’articolo e raddoppiando l’iniziale: ‘u zzìrre.     I ragazzi di oggi usano il termine italiano dialettizzato : bbedöne = bidonee il suo diminutivo bedungiüne = bidoncino.

Io ricordo quelli fatti a mano dai lattonieri, col coperchio circolare incernierato a metà lungo il suo diametro, che consentiva – sollevando il semicerchio – il prelievo dell’olio mediante grossi mestoli. Avevano una capacità di oltre un quintale di olio.  Ma i bravi “stagnari” ne confezionavano anche di altre misure.

Ora si trovano in commercio  i bidoni di acciaio inox con bocca larga da 30 e 50 litri, indubbiamente più pratici e più facili da pulire. Molto adoperate sono anche le lattine monouso da 5 e 10 litri.

Presumo che da zīr possa  derivare l’italiano “giara”.

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Mózze

Mózze s.m. =  Mozzo

Il sostantivo «mozze» pronunciato con la “ò” larga (come in Sepònte = Siponto) ha due significati:

1) Giovane marinaio della Marina Mercantile addetto ai minori servizi di bordo.
2) Parte centrale di una ruota collocata intorno all’asse, da cui si dipartono i raggi.

Troviamo il termine in questione – pronunciato con la “ó” stretta (come in pózze = pozzo) – nella locuzione idiomatica «a mózze»  (meglio se articolato in un’unica emissione, come se dicessimo: ammózze), col significato di “a occhio” oppure “in blocco”  quando si contratta una compravendita senza ricorrere a pesatura o a valutazione del prezzo unitario.

Si cede e si acquista un bene, così come lo si vede, in toto, “visto e piaciuto”, insomma a mózze.
Generalmente in questa specie di trattativa se ne avvantaggia il compratore perché la controparte magari ha premura di ultimare la giornata.

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Fetècchje

Fetècchje s.f. =  Porcheria

Si usa questo termine, usato per lo più in marineria, per indicare robaccia, schifezze e altre sozzure che trovano nelle reti
salpate assieme ai pesci.

Il sostantivo può derivare da un accavallamento di fetenzia e schifezza…

Usato anche spregiativamente come aggettivo per biasimare e deplorare il comportamento di persona cattiva, vile, sleale.

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Scialacqué

Scialacqué v.t. = Scialacquare, sperperare, dilapidare

Spendere con larghezza, senza criterio e senza alcuna remora. Sperperare, prodigare, scialare.

La persona che fa uso smodato delle sue sostanze dicesi scialacquöne.

Si usava anche (clicca→) sciambregnöne 

 

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