Caccamamöne 

Caccamamöne s.m. = Decalcomania

Caccamamöne era la deformazione dialettale di “decalcomania”, cioè un’immagine che si trasferiva per via umida dalla carta ad un’altra superficie.

Ricordo che tutti i negozietti avevano  sul vetro un’immagine gialla, ellittica verticale, che raffigurava un galletto nero; proprio sotto le zampe del galletto c’era scritto “Tana-la crema fine per calzature”.

Si vendevano anche delle piccole decalcomanie, ad uso dei bambini, che trasferivano le immagini a colori di personaggi dei fumetti.

Si immergeva per qualche secondo in acqua la figurina per attivare lo strato di colla (non esisteva la colla chimica) e si applicava su un libro, su un braccio, dove si voleva, e poi piano piano si staccava la carta esterna bagnata.

Lo strato interno con l’immagine, durante questa operazione di distacco, a volte si deformava, e così essa risultava alterata e distorta.  Ecco perché, per estensione, era definito caccamamöne qualcuno con un volto un po’ irregolare: insomma una persona che non aveva proprio una bella faccia.

Le decalcomanie per via secca, molto diffusi negli anni ’70, erano chiamati trasferelli. Ricordate le lettere e i numeri che ‘trasferivamo’ sui quaderni adoperando la bic?

Esistono anche, ad uso delle ricamatrici, delle decalcomanie per via calda che si applicano sulla stoffa usando il ferro da stiro.
Si trovano  tuttora in edicola nella prestigiosa rivista “Mani di Fata”.

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