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Rjanéte

 

Rjanéte s.f. = “Reganata” Pietanza tipica

In Sicilia con questo nome indicano una gustosa focaccia con pomodori, aglio, acciughe, pecorino e origano.

Da noi rjanéte,  che l’origano proprio non lo vede, nonostante il nome (rìjene o rìnje da cui forse potrebbe derivare), è una gustosa pietanza di carne o pesce.

È diffusa in tutta la Capitanata, e viene cotta al forno con tante patate a contorno.

Quella per eccellenza, ‘a rjanéte p’a sìccia chjöne, ha per protagonista la seppia, ripiena di un impasto composto principalmente da mollica di pane sbriciolata, uovo e pecorino grattugiato.   Una volta adagiata nella teglia, intorno alla seppia si dispongono patate a tocchetti, olio, sale, pomodori tagliati a pezzi, aglio e prezzemolo. Durante la cottura nel forno sprigiona un profumo che investe la cucina e si spande addirittura all’esterno della casa.

Quando non esistevano i forni domestici, si mandavano a cuocere al forno pubblico, e il tragitto di ritorno all’ora di pranzo, provocava l’invidia dei passanti golosi.

Altri protagonisti della rjanéte erano il baccalà, la testina di agnello (Clicca→ capuzzèlle), gli involtini (Clicca→ cazzemarre e turcenjille) o anche, come ultima risorsa, il polpettone di carne bovina tritata.

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Spetazzé

Spetazzé v.t. = Spezzettare, frammentare.

Ridurre in più pezzi, sminuzzare, ridurre in più pezzi, spezzettare, dividere in tante piccole parti.

Pe’ fé ‘a rjanéte spetazzìje belle belle l’agnjille e i paténe = Per preparare la pietanza spezzetta per bene l’agnello e le patate.

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Škanéte

Škanéte s.f. = Pagnotta

Impastare il pane si dice tembré.
Spezzarne delle parti per dividere la massa cruda dicesi škané ‘u péne (dal latino explanare ), ossia  spianare la pasta lievitata per fare le forme di pane.
Quindi il termine škanéte  significa letteralmente spezzata, tagliata.

Il termine “scanata” è usato anche in Sicilia, in Campania, in Basilicata e in Calabria.

La škanatèlle una una pagnotta di pane più piccola, del peso fino a un chilo. Un po’ per volta si è passati a dire pagnuttèlle.

Quelle “normali” arrivavano a pesare anche fino quattro kg.  In casa si impastava una massa enorme (anche di dieci kg) di farina, perché il pane era la base principale dell’alimentazione delle famiglie numerose.

Dalla pasta si ricavavano le varie pagnotte, 3 o 4. tagliandole, senza usare coltelli, ma mozzandole con le mani. Si riteneva che il freddo della lama potesse bloccare la lievitazione.

Non esistevano forni domestici, e per la cottura – anche di scavetatjille, rjanéte, puperéte, ecc. –  si ricorreva al forno pubblico alimentato a legna (Sfaìlle, Zappetèlle, Grasso, Ze Züje, Gambardella ed altri…)

Mi ricordo che, prima di introdurre il pane,  quando il forno era ancora in fase di riscaldamento, vi si cuocevano il “Tortanello” (una sorta di ciambellone di pasta di pane) e la “Pizza alla vampa” (focaccia semplice con pomodori olio e origano) che richiedevano pochissimo tempo di cottura.

Il rito della panificazione domestica ci permetteva  di gustare queste squisitezze molto prima dell’arrivo del pane .  Era un graditissimo… effetto collaterale.

In alcuni paesi dell’interno garganico, prima di infornare il pane, per provare se il forno era giunto a temperatura giusta, di poneva a cuocere un po’ di pasta lievitata. Si otteneva una specie di panino a ciabatta, detto ‘u perruzze o anche ‘a papòsce.  Questo termine designa ora una specialità offerta nei menu delle pizzerie locali.

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Rùtele

Rùtele s.m. = Tortiera

Teglia di forma cilindrica dai bordi bassi, generalmente di alluminio, munita un solo appiglio metallico snodato,  e usata per la cottura  in forno non solo di torte (da cui il nome moderno di “tortiera”) ma anche di altre vivande.

Io le ricordo piene di patate e testine di agnello (‘i capuzzèlle) preparate a rjanéte e mandate a cuocere nel forno pubblico.

Il nome ‘u rùtele ricalca il napoletano ‘o rùoto, richiamandosi alla sua forma circolare, paragonato ad una ruota.

Quelle più antiche erano di terracotta o di rame stagnato, con bordo svasato, come da foto.

Il termine è usato solo dalle persone più anziane, ed è destinato a scomparire. Ora è chiamato sbrigativamente ‘a turtjire = la tortiera.

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Paténe

Paténe s.f. = Patata

patateLa patata (Solanum tuberosum) è una pianta erbacea appartenente alla famiglia delle Solanacee.

La parte commestibile della pianta è il suo tubero.

Tra i mille modi di cucinare la patata da noi trova il suo maggior successo nella specialità detta rjanéte(al forno con seppie, o baccalà, o testina di agnello, ecc). Ritenuto cibo di poco valore nutritivo.

Talvolta quando la risposta era negativa, l’interrogato diceva: ” Sì, i paténe“. Qualcuno, in questo caso, sibila una risposta volgare (Sì, ‘stu c****)… ma qui parliamo di patate.

Molto rinomate sono ‘i paténe de Zappunöte = le patate di Zapponeta.

Lo stesso termine è usato in quaso tutta l’Area sud (Campania, Basilicata, Puglia e Calabria)

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Nfurnatüre

Nfurnatüre s.f. = Costo della cottura.

In italiano non esiste un termine simile a “infornatura”.

Da noi designa la tariffa pagata ai forni pubblici per ottenere la cottura di pane o di taralli o di rjanéte.

Le cucine domestiche una volta non evevano il forno per cuocere torte, timballi o biscotti e si ricorreva ai forni aperti al pubblico, specie per il pane. Il compenso era piuttosto modesto.

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Fé japrì ‘u stòmeche

Fé japrì ‘u stòmeche loc.id. = Far venire l’acquolina in bocca

Offrire leccornie stuzzicanti agli inappetenti per invogliarli a mangiare. Desiderare qlc cibo succulento, squisito.

Sjinde l’addöre d’i chjapparüne: te fé japrì ‘u stomeche = Senti profumo dei capperi: ti fa venire l’acquolina in bocca.

Quànne vöte i sìcce a rjanéte ce jépre ‘u stòmeche! Avaste şkìtte pe l’addöre = Quando vedo le seppie (ripiene) mi viene l’acquolina in bocca. Basta il solo profumo.

L’apertura dello stomaco, lungi da ogni pratica chirurgica, sia uno spazio che si crea spontanemante all’interno di esso al solo pensiero di potervi alloggiare qualcosa di squisito.

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Turcenjille

Turcenjille s.m. = Involtino

Piatto tipico molto rustico, da cucina povera di pastori.

Sono degli involtini confezionati con le stigghjöle (←clicca), ossia con le frattaglie dell’agnello (trachea, polmoni, fegato, cuore) spezzettati e avvolti nel reticolo adiposo e stretti con il budello come un gomitolino.
Generalmente si cuociono alla brace.
Altri li saltano i padella o addirittura nel sugo.
Ci hanno provato anche a prepararle al forno con le patate, ciòè (clicca→)  a rjianéte, ma la cottura migliore rimane quella su fuoco vivo della fornacella.

Un piatto simile appartiene anche alla cucina greca, il kokoretsi (κοκορέτσι) (da Wikipedia)

In Abruzzo e in Molise sono chiamati in modo quasi uguale: le turcinelle. C’è la secolare transumanza che lega la Daunia a queste due Regioni, specie per i prodotti della pastorizia. Sono chiamati più o meno allo stesso modo nel Beneventano. Anche in Salento usano un termine molto simile: li turcinieddhi . In Terra di Bari ed in Basilicata vengono chiamati differentemente, ossia gnumerjiedde = gomitoletti.

Un “gomitolo” molto grande assume in tutta la Puglia il nome di cazzemarre  (←clicca) Si mangiano preferibilmente arrostiti sulla brace e in second’ordine con le patate al forno, o anche a ragù.

turcenjille si preparano anche con le interiora del maiale, ma sono meno gustosi, più grassi e indigesti

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