Corrisponde al proverbio italiano: mettere i puntini sulle “i”. Chiarire ogni perplessità.
Ossia: esaminare attentamente; cercare il riscontro tra quanto promesso e quanto mantenuto;
verificare ogni cosa prima di prendere una inderogabile decisione tra le controparti.
Valutare il pro e il contro.
Significa anche, in una disputa, che si devono rivedere, valutare e rettificare equamente le argomentazioni di entrambi i contendenti, non di uno solo.
Alla squagghjéte de la növe ce pàrene ‘i strónzele
Allo sciogliersi della neve compaiono gli stronzi.
Al disgelo riaffiorano le porcherie che prima erano celate.
Il discorso è soprattutto figurato: solo quando le difficoltà e le tribolazioni sono ormai cessate, si fanno vedere coloro che avrebbero potuto dare un aiuto, e che invece si erano dileguati al momento del bisogno.
Alla settandüne, làsse a megghjèrete e mjinete söpe ‘u vüne
(Arrivati alla) settantina, lascia perdere tua moglie (perché faresti flop) e trova piacere con un buon bicchiere di vino.
La saggezza popolare dà questo suggerimento bonario al marito che perde colpi.
Non so se il Viagra può modificare questo proverbio. Forse la moglie settantenne, avendo da tempo seppellito certi desideri, troverebbe fastidioso il ringalluzzimento artificale del consorte.
Proverbio simile a quello che pone l’alternativa fra la cantina e la sacrestia.
(Arrivato) alla settantina, (l’uomo si orienta) o all’osteria o alla religione (alla sacrestia).
Questo proverbio evidenza la caducità dei sensi dovuta all’avanzare della vecchiaia.
Veramente una cinquantina d’anni fa si citavano i sessantenni. Allora, per la vita logorante che si conduceva, le donne e gli uomini a 50 anni erano già considerati semi-invalidi.
Ora le cinquantenni sembrano ragazzine e i sessantenni sono ancora vitalissimi e galletti. Perciò ho volutamente spostato l’età a settanta.
Questo proverbio è simile a quello che suggerisce di lasciare la moglie per il vino.
Il termine sagrestüne dai giovani di oggi viene reso sagrestüje, più simile all’italiano perché, contrariamente ai propri nonni semi-analfabeti, tutti hanno frequentato la scuola dell’obbligo.
«Alla lambe, alla lambe,
e chi möre, e chi cambe,
e chi cambe alla furcjüne
e ze’ mòneche ‘i Cappuccjüne!»
= Davanti alla lampada votiva del cimitero, (sta) chi muore e chi vive, (c’è) chi vive (pensando sempre) alla forchetta (come lo) zio frate dei Cappuccini.
Era questa la fase iniziale del gioco dei quattro cantoni che si giocava in cinque all’incrocio di due strade.
Era una specie di sorteggio per stabilire chi doveva andare “sotto”, e cercare di conquistare il cantone mentre gli altri quattro se lo scambiavano.
Dunque, un bambino si metteva al centro del crocevia, con un braccio sollevato e la mano piegata in modo che il palmo fosse rivolto verso terra. Gli altri quattro con l’indice toccavano il palmo della sua mano.
Allora si cantava insieme questa specie di filastrocca, sul motivo di giro-girotondo, al termine della quale ognuno lasciava la “lambe” e cercava di raggiungere velocemente uno dei quattro cantoni.
Chiaramente i concorrenti erano cinque e gli angoli quattro: uno restava necessariamente “fuori” e perciò andava “sotto”.
Dalla riva i bambini gridavano ai gabbiani, modulando due note discendenti (sol-sol, mi-mi): Alì, caggéne, ‘u pèsce a mére! = Attenzione, gabbiano, c’è un pesce a mare, proprio sotto di te!
Insomma indicavano ai volatili che nei paraggi c’era una preda, come se quelli fossero distratti.
Lo scopo era dell’invito era di vederli in azione mentre si tuffavano. Erano convinti che se non avessero gridato, i poveri animali sarebbero rimasti a pancia vuota…
Ieri gironzolava per casa, oggi giace in mezzo alla casa.
Un Detto che evidenzia la caducità della vita.
Ossia: ieri il soggetto era dedito tranquillamente alle sue incombenze in casa, e nulla ne faceva presagire la morte imminente.
Oggi è disteso sul catafalco in mezzo alla stanza più grande della casa, per la veglia funebre in attesa delle esequie.
Mi fa venire a mente il famoso memorabile distico lapalissiano:
Monsieur de Lapalisse à la bataille de Pavie,
un quart d’heure avant sa mort, c’était encore en vie
Il Signor di Lapalisse, alla battaglia di Pavia, un quarto d’ora prima della sua morte era ancora in vita.
È una domanda oziosa, retorica, di cui si conosce già la risposta.
Questo si dice quando qualcuno vanta se stesso o i propri prodotti.
Sarebbe come se qlcn chiedesse a Tarzan se il pesce che ha sul suo banco al mercatino è fresco: che cosa risponderà il nostro simpatico pescivendolo secondo voi?
Dove hai trascorso l’estate vai a passare l’inverno.
Un po’ come la storiella della cicala, che ha cantato spensierata per tutta l’estate, mentre la previdente formica raggranellava scorte nel suo granaio.
Al primo gelo la imprevidente cicala chiese cibo alla formica.
La risposta appare nel titolo.
È un monito ad essere previdenti, a risparmiare, a non sprecare il tempo inutilmente: i tempi di magra sono imminenti e immanenti.