Peperjille

Peperjille s.m. = granello

Questo sostantivo, quantunque descriva qualcosa di piccolo e granulare, si presta a diverse utilizzazioni.

1) Peperjille 1 – Pallina di lana che si autoproduce sulla maglieria, dovuta a sfaldamento della fibra di lana o di quella artificiale. Dimensioni minime da uno o due millimetri. Con linguaggio tecnico queste palline sono chiamati “pills” e il fenomeno della loro comparsa è detto “pilling”.

2) Peperjille 2 – Piccolissima escrescenza cutanea che si può manifestare su tutta l’epidermide, dalle palpebre alla fronte, al torso, agli inguini ecc. Di solito è di natura benigna.

3) Carne peperjille peperjille – locuzione tipica che descrive la pelle accapponata, la cosiddetta pelle d’oca, che si manifesta per il freddo oppure a causa di una forte emozione.

Da non confondere con pepernjille. Questo, al maschile, è un nappa a filo che troneggia sulla sommità del copricapo prevalentemente maschile o militare detto “basco”.

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Fàrece quante ‘na quarte de péne

Fàrece quante ‘na quarte de péne loc.id. = imbarazzarsi

Alla lettera significa “farsi [ridursi, diventare] quanto un quarto di pane”

«Provare tanto imbarazzo, farsi piccolo piccolo (metaforicamente), voler diventare invisibile agli occhi dei presenti.»

Mi piace aggiungere che si ha questa sensazione di volersi annullare, trovarsi altrove, quando si è davanti a una minaccia, ad una situazione molto spiacevole.
Difatti si dice anche, per esprimere lo stresso significato: “fàrece ‘na pezzechéte” = ridursi (sempre figuratamente) in minutissime particelle, come il sale fino o il pepe macinato, in modo che possa raccogliere in un pizzico.

In italiano si usa il verbo “sprofondare” nelle espressioni: “mi sarei sprofondato” oppure: “avrei voluto sprofondare”. Insomma, sempre metaforicamente, sottrarsi, preferire l’abisso ad una situazione spiacevole o imbarazzante.

Avevo già trattato i molteplici significati di quarte, al maschile e al femminile. Se volete curiosare cliccate qui.

Ringrazio Enzo Renato per avermi suggerito questa locuzione tipica pugliese e la lettrice Lina Scistri per l’azzeccata definizione sopra riportata fra virgolette.

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Nen

Nen avv. = Non

Avverbio di negazione. È sempre usato nelle frasi in cui si nega o si esclude il significato del verbo successivo.
In italiano questa costruzione linguistica dicesi “coniugazione negativa”.

L’esempio, come al solito, chiarisce il concetto:

Jògge chjöve = oggi piove (affermativo);
jògge nen chjöve = oggi non piove (negativo)

Spesso il nen, davanti a certi verbi, viene scomposto in ne-n, accorpando la seconda “n” al verbo successivo.
Ecco l’esempio:
Invece di scrivere nen sacce = non so, si può scrivere ne nzacce, più vicino alla reale pronuncia.

Un’altra particolarità riscontrabile in quasi tutta la Puglia risalta nella coniugazione dell’imperativo negativo.

In questo modo verbale, in italiano si usa anteporre la negazione “non” davanti all’infinito (non parlare, non bere, non fischiare ecc.).
In dialetto invece si pone davanti al participio presente: ne mparlanne, ne mbevènne, ne nfrišcanne. Come dire: “ non (sii) parlante, bevente, fischiante”. 
Probabilmente anticamente si esprimevano così, ma nel corso dei secoli ha prevalso l’uso dell’attuale declinazione.
Ho sentito da ragazzino un ordine un po’ strano: nen te jènne cutulanne = rimani immobile [alla lettera: ”non ti andare muovente”]. Ormai anche questa costruzione verbale è andata in disuso.

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Acciacciugghjé

Acciacciugghjé v.t. =rabberciare, raffazzonare

Eseguire alla meglio un lavoro, una riparazione, un intervento, senza troppa cura o per fretta o per inesperienza.

Insomma fé ciacciógghje = fare inguacchi, pastrocchi.

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Accüme i crestjéne

Accüme i crestjéne loc.id. = a regola d’arte, correttamente

L’espressione è molto versatile ed è particolarmente usata da persone che amano le cose fate a puntino.

Nen me piàcene i cöse acciacciugghjéte. I cose ce hanna fé accüme i crestjéne! = Non mi piacciono le cose fatte alla Carlona! Le cose si devono fare come si deve!

I Francesi usano spesso dire “comme il faut” = come si deve.
Similmente si può dire fé i cöse aggarbéte, = fare le cose per bene (garbate)

Vi rammento che in dialetto il sostantivo crestjéne non ha una connotazione religiosa, nel senso di “seguace di Cristo”
Crestjéne (<–clicca) significa semplicemente “persona”.

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Scacchjatille

Scacchjiatille s.m. = sbarbatello

Giovane ancora immaturo e privo di esperienze di vita.

Il termine è spesso usato in tono spregiativo o scherzoso.

In italiano deriva da barba (sbarbatello, imberbe) del designare il ragazzotto in età puberale quando cominciano a spuntargli i primi peli della barba. In quell’età ingrata non si è né più fanciulli, né adulti sviluppati.
Eppure molti ragazzotti si sentono gradassi, capaci di spaccare il mondo e rifarlo…. ma sono sempre scacchjiatille imprudenti e brufolosi, scacchjéte, cioè disgiunti, divisi fra realtà e fantasia.

Avete notato che ho parlato solo al maschile? Le pulzelle non hanno queste velleità perché fin dall’adolescenza sono molto più mature di noialtri maschietti pasticcioni e lambascioni.

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Pére e scummugghje

Pére e scummugghje loc.id. = Gira e rigira, alla fine

L’espressione dialettale vuol evidenziare la scoperta, anche casuale, di una verità nascosta.

Sembra che ci sia una certezza, ma dopo viene fuori una sorpresa, di solito non gradevole.

Giuanne assemegghjöve ca jöve onèste, ma pére e scummugghje püre jìsse avöve fatte ‘mbrugghje. = Giovanni sembrava che era onesto, ma gira e rigira, si è scoperto che anche lui aveva commesso malefatte.

Assemegghjöve tante aggarbéte! Pére e scummugghje jöve ‘nu ‘mbriacöne sfatjéte = Sembrva così ammodo! Alla fine si è rivelato ubriacone e scansafatiche.

Pére significa “pare, sembra, appare”.
Scummugghje significa “scopri”.

Insomma non è tutto oro quello che luccica.
Aveva ragione Andreotti: «A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si indovina.»

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Secchelènze

Secchelénze s.f. = Scarsità, mancanza, carestia

Deriva da secco, scarso, inaridito, non abbondante, anche in senso figurato.

Nel napoletano usano una parola simile: sechenenze, o sichinenza.

Ho scoperto, leggendo qua e là [Fonte: Enciclopedia Treccani, Accademia della Crusca], che è una deformazione dell’espressione appresa dai napoletani ascoltando i soldati americani nel corso della seconda guerra mondiale: second hands = di seconda mano, di scarso valore.
Il suono veloce “sicon(d)enz” è stato storpiato dai nativi che non sapevano una sola parola di inglese e l’hanno fatto propria (come shoe shine [pronuncia sció-sciàine] diventata “sciuscià”= lustrascarpe) e forse divulgata nelle regioni vicine..

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Ammucciacöne

Ammucciacöne s.m. = Nascondino, rimpiattino, nasconderella

Ringrazio il lettore “Il Proletario” che mi ha mandato pari pari questa definizione del gioco fanciullesco che divertiva tanto i maschietti quanto le femminucce in età scolare.

«È un gioco di bambini che consiste nel nascondersi rispetto a uno di loro, scelto a caso, che si copre il viso e gli occhi, di faccia al muro, contando fino a cinquanta, per voltarsi al cinquantuno gridando Trombone, ed infatti il gioco viene anche chiamato “Cinquantuno trombone”.

Il gioco si risolve quando colui che ha contato riesce a trovare o vedere il nascondino degli altri giocatori; il primo scoperto diventa il prossimo contatore.»

Aggiungo che esiste una variante al gioco per i più grandicelli.
Meglio se il gioco si svolge all’aperto, ove c’è maggior spazio di manovra.
Possono essere scovati anche più bambini, che man mano devono restare fermi alla “tana” mentre continua la caccia agli imboscati. Se il “cacciatore” si allontana troppo dalla tana, può sbucare un bimbo non visto che batte con la mano la parete gridando “liberi tutti!” e il gioco ricomincia. Se arriva il “cacciatore” a battere la parete prima del “liberatore” si rilasciano tutti ma quello che ha fatto il tentativo di liberazione andrà “sotto” a contare il fatidico 51 per ricominciare tutto daccapo.

Va bene anche scritto Mucciacöne.
Ovviamente deriva dal verbo (clicca→) ammuccé = nascondere


Jean Verhas (1834-1896) – À cache-cache
Foto di dominio pubblico.

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Quanne ‘a jatte nen pöte arrevé au larde…

Il proverbio completo recita:
Quanne ‘a jatte nen pöte arrevé au larde düce ca jì ràncede = quando la gatta non può arrivare al lardo dice che è rancido.

Mi viene da paragonare questo Detto alla Favola di Esopo sulla volpe che, non riuscendo a ghermire l’uva, disse che era acerba.

Il significato della metafora è lampante: Quando gli uomini non riescono a ottenere ciò che desiderano, o a superare le difficoltà della vita, per incapacità o per scarso impegno, inventano le più svariate scuse o accusano le circostanze sfavorevoli per nascondere le proprie manchevolezze.

Il lettore Manfredi Renzullo dice:
«Si aveva anche l’abitudine, specie nelle case di campagna, di tenere un pezzo di lardo di maiale salato appeso [a stagionare]. Poi si tagliavano delle fette per mangiale tra due fette di pane, di solito a colazione.»

Ovviamente il lardo era appeso fuori della portata dei gatti!

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