Arte

Arte s.f. = mestiere
Arte viene usato prevalentemente al posto di mestiere, per indicare un’attività manuale svolta continuativamente per procacciarsi un guadagno.
Ecco alcuni modi di dire riferiti all’arte:

Nen töne che arte fé. = Non sa come impiegare il suo tempo.

E queste jì l’arta tóve! De jì sfrecanne ‘i crestjéne! = Solo questo sai fare! Andare a molestare la gente!

Nen tenì nè arte e nè parte = Non saper fare nulla e per giunta non aver alcun cespite.

In questa locuzione, parte è usata in modo figurativo e fa riferimento al linguaggio giuridico per evidenziare che quel disgraziato non ha ricevuto alcuna quota dell’eredità, perché escluso dalla successione.
Parte può anche essere un ruolo teatrale (‘a parte de ‘nu vècchje), o un brano musicale per solista (‘a parte assöle)

Insomma arte e senza parte non si è nessuno.

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Fìšque

Fìšque (taluni pronunciano fìšcule o fìškle o  fìšche) s.m. = Fiscolo

Il fiscolo (del lat. fiscusfiscina «borsa, cesto») è un recipiente filtrante in cui vengono poste le olive macinate per sottoporle alla torchiatura.

I fiscoli sono generalmente composti di fibre assemblate in cordoncini che poi sono intrecciati in maniera da formare dischi del diametro di circa 60 cm. Ogni fiscolo si presenta come un doppio disco filtrante sigillato ai margini e forato al centro.

 

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Accumegghjé

Accumegghjé v.t. = coprire

Deriva dal latino ad cumulum nel significato proprio di coprire. Estensivamente con terra, coltre, tegole ecc.


Il contrario, scoprire, viene tradotto in scumegghjé e scumegghjàrece

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Jastematöre

Jastematöre s.m. = Bestemmiatore

Persona volgare che ricorre spesso alla bestemmia, (clicca->) a jastöme, anche come fastidioso intercalare.

Per estensione si intende con jastematöre anche persona con il vizio del (meno grave) turpiloquio, ossia che usa spesso e volentieri parole oscene, le cosiddette parolacce.
Faccio un solo esempio (di cui mi scuso in anticipo) che riporta una telefonata di rimprovero. La traduzione non è proprio alla lettera:

«Mattö’, strunzelöne, c’jì fatte l’une e mèzze, cazze! Quanne cazze t’arretüre? Sté ‘u piatte alla tàvele ca ce arrefrèdde, e che cazze!» = Matteo, accidenti, siamo arrivati all’una e mezza! Ma tu quando decidi di rincasare per il pranzo?

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Mòneche

Moneche s.m = frate

Questo sostantivo ha diversi significati in dialetto.
Mi riferisco a quanto riportato nel famoso «Vocabolario di Manfredonia” dei miei amici Caratù e Rinaldi (Editore: Nuovo Centro di Documentazione Storica di Manfredonia-2006) dal quale ho attinto a piene mani!

1 – Mòneche s.m. = frate, generalmente francescano
2 – Mòneche s.f. = suora
3 – Mòneche s.m. = scaldino per il letto
4 – Mòneche s.m. = argano per sollevare pesi o per alare a riva imbarcazioni
5 – Mòneche s.m. = campana, copertura traforata di ottone per braciere
6 – Mòneche s.m. = mulinello d’aria, di vento, talvolta impetuoso (mòneche de vjinte)
7 – Mòneche s.m. = girotta, banderuola girevole da comignolo (mòneche de cemenöre)

Se non ricordo male, era detto anche mòneche de trappüte il paletto centrale del torchio dei frantoi oleari, intagliato come una filettatura, sotto il quale si impilavano i fiscoli (i fìšque) pieni di pasta delle olive frante per la loro spremitura.

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Chi ‘mpaste e škéne nen soffre mé féme

Va bene anche scritto così: Chi ‘mpaste e škéne ne nzoffre mé féme

Questo antico Detto è una semplice constatazione. Ossia: chi impasta e panifica non soffre mai fame.

In italiano si dice similmente “aver le mani in pasta” = partecipare a qualche azione da cui si ricava un tornaconto.

Vi ricordo che da škané deriva škanète (<–clicca) = pagnotta.

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Furèste

Furèste agg. = Misantropo, orso

Persona persona scontrosa, poco socievole, poco incline a mantenere rapporti di amicizia o anche di parentela.
Non coltiva amicizie né da confidenza a nessuno.

Spesso vede, osserva eventi, ma non degna nessuno del proprio parere. Sarà timidezza? Menefreghismo? Disinteresse?

Mattöje quanne ce sté da parlè, ce ne vé fureste fureste = Matteo, quando c’è da discutere, se ne va via senza dir nulla perché è un asociale.

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Ammussàrece

Ammussàrece v.intr. = Imbronciarsi, impermalirsi, offendersi.

Capita spesso che dopo un diverbio, anche per futili motivi, due persone rimangano imbronciate, inalberate, ognuna ostinata nelle proprie ragioni. Magari per un periodo più o meno lungo si tolgono anche il saluto!
Deriva da musse = muso, nel senso di viso crucciato, broncio.

Cum’ì ca nen vöde cchjó a Mattöje? Sté ammusséte pe tè? = Com’è che non vedo più Matteo? È imbronciato con te?
Sì, sté ammusséte… amme fatte ‘na chjacchjarélle..(<-clicca). = Sì, si è offeso: abbiamo avuto una discussione, un piccolo diverbio…

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Lazzarèlle

Lazzarèlle s.f. = Azzeruolo

Trattasi di un frutto della pianta (Crataegus azarolus ) della famiglia delle Rosacee, originaria dall’Asia Minore, diffusa in tutti i Paesi che affacciano sul Mediterraneo.
Praticamente dello stesso genere del biancospino (Crataegus monogyna). Legno duro e dalle spine lunghissime.

Per secoli fu coltivata come pianta ornamentale come albero alto fino a 4/5 metri. Infatti ha fiori bianchi, fogliame verde e frutti rossi vivi (a maturazione) che le conferiscono un aspetto gradevole.
Allo stato spontaneo si presenta in cespugli o arbusti.
Da ragazzi ne facevamo incetta nelle zone pedemontane (Macchia o Sotto Pulsano) perché i suoi piccoli frutti sono molto dolci e contengono pochi semi.

Nomi locali:
Lazaret – Lombardia
Nzalori o Lanzaroli – Sicilia
Lazzerini – Emilia
Natola – Liguria
Lazzarolo – Lazio, Abruzzo e Campania.

Nota scientifica:

«L’azzeruolo è una delle fonti naturali più importanti di vitamina C. Le azzeruole hanno la caratteristica, se consumate fresche, di essere dissetanti, rinfrescanti, diuretiche e ipotensive; la polpa, nello specifico, ricca di vitamina A, ha proprietà antianemiche ed oftalminiche.»

(fonte Wikipedia)

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Chécamajöse

Chécamajöse s.m. = Occhione

Qualcuno pronuncia cacamajöse.
È un uccello mimetico (Burhinus oedicnemus), che vive e nidifica al suolo, lungo il greto di corsi d’acqua. Ha grandi occhi adatti alla caccia crepuscolare o notturna a coleotteri, anfibi e vermi. Proprio per questa  sua caratteristica fisica è chiamato popolarmente Occhione.

Curiosamente questo sostantivo fu usato anche come soprannome: forse indicava una persona che non cercava gli anfratti per espletare le sua funzioni intestinali, ma si liberava nella campagna tenuta a maggese, ossia a riposo, senza alcuna coltivazione.

In effetti ‘a majöse = il maggese, indica il trattamento agricolo in base al quale un terreno o un campo viene lasciato per qualche tempo in riposo senza essere seminato, pur essendo concimato e lavorato con una certa frequenza, affinché torni fertile. È detto maggese per estensione, il campo stesso.

Ho riportato il nickname di un lettore che si è firmato proprio così, Cacamajöse!

Ringrazio l’amico Matteo Rinaldi per avermi fornito le notizie su questo volatile.

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