Ammulleché

Ammulleché v.t. = Coprire con mollica

Il nostro verbo ammulleché non ha il corrispettivo in italiano.
È la mirabile capacità di sintesi dei dialetti specie dell’area Sud. Per descrivere l’azione del verbo devo ricorrere ad una perifrasi.
Ricoprire una pietanza con mollica sbriciolata di pane raffermo prima della cottura in forno o sul fornello.

Infatti il piatto per eccellenza che richiede questa copertura è ‘u racquele (o ‘u trjimete) ammullechéte = la raia (o la torpedine ). Vorrei dire in crosta di pane, ma per la verità il pane rimane morbido intriso di olio e acqua di cottura.

Infatti per “mollicata” si intende, in Basilicata, Calabria e Sicilia, la mollica di pane sbriciolata e tostata in olio, quale elemento croccante aggiuntivo nella preparazione del conosciutissimo primo piatto di pasta con “aglio, olio e peperoncino”.

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Frìške

Frìške s.m.= Fischio o fresco

Il sostantivo frìške ha due significati.

Frìške 1 = Fischio, sibilo emesso con la bocca atteggiando lingua-labbra in posizioni variabili. Deriva dal verbo fischiare o fischiettare. Il primo verbo indica un richiamo o una rumorosa disapprovazione teatrale o sportiva; il secondo la modulazione del fischio a diverse altezze, la cui sequenza riproduce melodie musicali.

Friške 2 = Fresco, inteso sia come temperatura avvertita (fé frìške stamatüne = fa fresco stamattina), sia come riparo dal sole (sté au frìške = stare all’ombra o in casa, o anche, in senso lato, in prigione).
Il sostantivo dà origine al verbo friškjé, ossia restare ostentatamente all’aperto nonostante la temperatura rigida. In italiano il verbo corrispondente non inesiste.
Arbitrariamente, tanto per ridere, azzarderei “frescheggiare”.
Mattöje che sté friškjanne allà före? Trése jìnd’a caste! = Matteo, costa stai a prender freddo là fuori? Entra in casa tua!

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Mangiàrece ‘i carne

Mangiàrece ‘i carne loc.id. = malignare, denigrare, infangare.

Parlare alle spalle ma senza riguardo alcuno.
Criticare ferocemente dinanzi a terzi.
Sparlare, giudicare crudelmente.

Insomma questo verbo descrive una brutta e riprovevole azione. Un autentico atto di sciacallaggio su una persona non presente.

Riporto il Detto del solito antico Saggio “cinese”:
«Guardati dalle persone che parlano male degli assenti, perché durante la tua assenza parleranno male di te.»

Ringrazio il dott. Enzo Renato per avermi suggerito questa locuzione nostrana.

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Accüme te fé ‘u ljitte, acchessì te lu truve

Accüme te fé ‘u ljitte, acchessì te lu truve

Come ti rifai il letto, così te lo trovi.

Un Detto antico che suggerisce il buon comportamento. Se si agisce bene, si raccoglieranno buoni frutti. Se si agisce con stoltezza si avranno risultati riprovevoli.
Ognuno è responsabile delle proprie azioni, nel bene e nel male.

Il lingua si usa dire: “Chi semina vento raccoglie tempesta”; oppure: “Chi è causa del suo mal, pianga se stesso”

Nota fonetica: adopero spesso il diagramma “ji” per indicare un suono lungo o per rappresentare l’italiano “ie”.
Carabbenjire = carabiniere
Frustjire = forestiere
Becchjire = bicchiere
Fjite = fetore, puzza
Ljitte = letto
Invece per il suono breve ricorro alla “i” semplice o accentata “ì”
Tìtte = tetto
Fattìzze = robusto
Pesìlle = piselli
Mìcule = lenticchie
Frangìsche = Francesco

Ringrazio il dott. Enzo Renato per il suo prezioso suggerimento.

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Ogne ‘mpedemjinte vöne a giuvamjinte

Ogne ‘mpedemjinte vöne a giuvamjinte.

Tradotto alla lettera: «Ogni impedimento viene a giovamento».
In altri termini: «Qualsiasi ostacolo può mostrarsi vantaggioso».

Spesso, trovandosi davanti a difficoltà, si escogitano rimedi e soluzioni efficaci e utili. Così un problema si converte in un’opportunità. Insomma ogni situazione negativa reca un risvolto positivo.

In italiano c’è un detto “Non tutto il male viene per nuocere”.
In napoletano: «Si se chiude ‘na porta, s’arapa ‘nu purtone»

Ringrazio il lettore Manuel De Marco per avermi fornito lo spunto utile alla stesura di questo articolo.

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Sevöne

Sevöne s.m. = Crespino, Grespigno, Cicerbita

Vengono sempre citati al plurale, i sevüne.

Si tratta di un’erba campestre spontanea (Sonchus asper e Sochus oleraceus), commestibile a dispetto del suo aspetto poco invitante.Possiede molte qualità benefiche per la salute dei mammiferi, compresi gli umani.

Da noi venivano vendute assieme ad altre erbe spontanee (i fogghje mmeškéte)

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Mò jéve

Mò jéve loc.id. = Da molto tempo

È una risposta ovvia a chi chiede se un determinato lavoro è stato completato, o se qlcu è giunto all’appuntamento, ecc.

Con mò jéve si dà enfasi al semplice “sì”, come per dire: «Non lo sapevi? È da tanto tempo che la cosa è accaduta!»

Generalmente si pronuncia sollevando contemporaneamente la mano aperta in verticale con le dita stese sollevate verso il proprio orecchio, come per indicare che il tutto tempo passato è ormai dietro alle proprie spalle.

Alla lettera significa “adesso ha”. Forse evidenzia che “ora ha fatto un anno, un mese, un decennio, o altro”

-«Cuncettè, ma ‘u fìgghje tüve ca sté ‘n Germànje c’jì spuséte?» = Concettina, ma tuo figlio che vive in Germania si è sposato?
-« Mò jéve!» = Uh, da tanto tempo!

Jì arrevéte Giuànne? Mò jéve! = È arrivato Giovanni? Sì, da tempo!

Mò jéve ca agghje fenute de mangé! = È un bel po’ di tempo che ho finito di mangiare.

Esiste, con lo stesso significato, la brevissima variante: “da mò” = (Non) da ora, ma da tanto tempo. Come, non lo sai?

Mirabile capacità di sintesi del nostro dialetto, che esprime una frase intera con un solo bisillabo!

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Spràteche

Spràteche agg. = inesperto, non pratico

L’aggettivo è riferito a persone che si improvvisano mestieranti mentre sono del tutto incapaci.

Il risultato è ovviamente disastroso, o quanto meno deludente, molto al di sotto delle aspettative.

Metti me a restaurare un mobile antico, o a tagliare una lastra di vetro, o a stirare una camicia…

Non parliamo se mi fai sedere davanti a un pianoforte.
Con tutta la concentrazione possibile, al massimo riuscirò a pestare sui tasti, dopo numerosi tentativi, “Tanti auguri a te” con un dito solo!

Invece davanti ad una macchina da scrivere me la cavo molto meglio!

Anche a cuocere due uova in tegamino. Ma non di più!

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Pecuzze

Pecuzze s.m. = Questuante, cercatore.

Era generalmente un frate laico che girava per masserie in cerca di cibarie per la sua comunità.
Si spostava con un carretto trainato da un mulo.   La foto (tratta dal web) ritrae uno frate addirittura motorizzato, evidentemente di epoca relativamente più “moderna” rispetto ai miei ricordi.

Raccontava ai coltivatori storie garbate e/o divertenti, e riceveva in cambio frumento, vino, olio, mandorle, orzo, arance, limoni, cotogne, ecc., che accumulava in vari sacchi, in damigiane o in cassette che portava con sé.

Era conosciuto da tutti ed accolto con simpatia. Spesso era invitato a sedersi a tavola per pranzare assieme  fattore e alla sua famiglia.

A sera ‘u pecuzze ritornava al convento, scaricava le vettovaglie e l’indomani ripartiva per un altro giro nelle campagne della Capitanata. Difatti il termine era conosciuto in tutta la Daunia.

Ecco la definizione e l’etimo riportato nel prezioso “Dizionario Dialettale Cerignolano” del dott.Luciano Antonellis:
«pecuzze2 s.m. (sp. bigoz, fr. bigot) Frate laico»

Il termine pecùzze finì per designare una persona rozza nell’abbigliamento e magari anche nei modi.

Come sinonimo si usavano le perifrasi mòneche cercatöre = monaco cercatore o ca vé facènne la cèrche = che va facendo la cerca, la questua.

Ora sia la figura del frate questuante, sia il termine stesso sono scomparsi dalla vita e dal linguaggio comune.
L’ho voluto ricordare perché era parte della nostra vita, ammirando soprattutto la solidarietà viva che esisteva in quei tempi difficili.
Ringrazio i lettori che mi hanno spiegato che il termine pecuzze è usato anche come soprannome col quale è conosciuta la famiglia Bottalico.

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Sfarrizze

Sfarrìzze, o sferrìzze. s.m. = Ferraccio

Un termine desueto, che indica qualsiasi oggetto metallico di cattiva qualità o deteriorato, non in buono stato di conservazione.

Facciamo l’esempio di un’auto vecchia, scassata…. jì ‘nu sfarrìzze.

Un vecchio frigo, una lavatrice dal rigattiere so’ sfarrìzze = sono ferraglia inutile.

Chiaramente l’etimo è “ferro”.
Ricordo, sempre derivato da “ferro”, anche il sinonimo sferràcchje.
‘Nu sferracchje stagghjéte = uno coltellaccio col taglio rovinato.

P.S.
Un qualsiasi oggetto tagliente (rasoio, cesoia, coltello, tronchese, scalpello) che per l’uso presenta il filo del taglio logorato, in italiano NON ha (secondo me) un aggettivo appropriato come il nostro stagghjéte = che ha perduto il taglio.

A volte il dialetto è più ricco della lingua italiana, che usa “spuntato”, riferito ad arnesi da punta (punteruolo, spiedo, lapis, pala-mina, piccone), non da taglio (ascia, scalpello, cuneo per legno).
Attendo l’intervento di qualche linguista titolato, che mi permetta di arricchire il mio lessico carente.

Ringrazio l’amico Matteo Borgia II per avermi dato lo spunto per stilare il presente articolo.

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