Chiachjille

Chiachjille agg., s.m. = inaffidabile

Adattamento al dialetto locale del termine napoletano chiachiello che ha lo stesso significato nelle due parlate.

Si tratta di un vocabolo con valenza dispregiativa che descrive una persona priva forza d’animo, affidabilità e serietà. È un personaggio debole, inconcludente.
L’etimologia del termine:

Ho reperito in rete un sito partenopeo che elenca i risultati di varie ricerche sull’origine di questo aggettivo sostantivato. Li riporto testalmente, virgolettati:

«Negli anni si è cercato di attribuire una provenienza certa a chiachiello. Si è fatto perciò grande ricorso alla storia di Napoli, ripescando tutte le influenze ivi giunte. Però ad oggi non si è arrivati ad una conclusione sicura.

Ecco tutte le opzioni vagliate:

Si è arrivati a studiare somiglianze con la lingua greca, rispolverando il termine blakikos, il cui significato era codardo.

Si è passati anche per la lingua latina, analizzando il termine cloac(u)la con l’aggiunta del suffissio iello, che indicava i canali di spurgo. Questi ultimi richiamerebbero il chiachiello per il loro contenuto, ma anche per la loro struttura: una cavità vacante.

Un’altra papabile alternativa è fornita dalla lingua spagnola, nel dettaglio dalla parola cualquier, qualunque, che ricorderebbe il qualunquismo insito nel chiachiello.

Si è giunti, infine, alla recente origine onomatopeica. La teoria vuole che il termine derivi da “Chià – Chià”, suono della bocca inutilmente chiacchierina.»

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Züte

Züte s.m. e s.f. = Sposo, sposa, fidanzato/a

Il termine può essere inteso sia al maschile e sia al femminile. Sarà l’articolo a chiarire il genere dei soggetti di cui si parla: ‘u züte e la züte = lo sposo e la sposa.

Nell’espressione züta cuntegnöse si intende biasimare chiunque si schermisce dai complimenti o dagli elogi. Insomma come se volesse mantenere un certo contegno di rigidità anche tra amici, quando è fuori luogo assumere un atteggiamento di sussiego.

Mattöje nen facènne ‘a züta cutegnöse, e mange! = Matteo non fare tante storie, e mangia!

L’amico Ettore D’Onofrio attribuisce un ulteriore significato alla locuzione fé ‘a züta cuntegnöse:
«Spesso la zitella afferma di aver rifiutato i migliori partiti e di aver avuto decine di corteggiatori…. spesso immaginari.»

Cutegnöse è perciò sinonimo di altezzosa, sdegnosa, altera.

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Chjeché

Chjeché v.t. = Piegare; trangugiare

Il verbo significa “piegare” qualcosa (il fil di ferro, un arto, un vegetale, ecc.).
Vi consiglio di cliccare qui su vignetjille per vedere alcuni esempi di piegatura.

Detto in modo scherzoso vuol dire “mangiare smodatamente, abbuffarsi”. Ho citato questo verbo in un esempio quando ho parlato della (clicca qui–>)spasètte

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Ncudde

Ncudde avv. = addosso

L’avverbio si presta a numerose applicazioni.

Purté ncudde = portare addosso, indossare.

Sènza njinte ncudde = senza nulla addosso. Alla lettera sembrerebb che la persona sia in abito adamitico… Invece l’espressione vuol dire: uscire di casa d’inverno senza cappotto o soprabito. Quando uno realmente è senza nulla addosso sta alla nüte = ignudo.

Sté ncudda-ncudde = Tenere sotto stretto controllo e sollecitare continuamente qualcuno incaricato di eseguire un lavoro. In italiano si usa dire: «far sentire il fiato dietro al collo».

Il termine dovrebbe derivare da cudde = collo. Infatti in Campania ncudde si traduce ‘ncuollo.

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Opre (fé l’òpere)

Opre (fé l’òpere) loc.id. = fare frastuono, baccano, chiasso.

Ho indicato i due modi – entrambi corretti – di pronunciare òpre e òpere.

La somiglianza con il termine italiano “opera” non deve ingannare perché non si riferisce alla lirica o all’arte in genere.

Si tratta di una locuzione locale che indica chiasso, frastuono, trambusto, ecc.

Una volta i nostri genitori, quando si riunivano per una ricorrenza, raccomandavano a tutti i cugini, raggruppati in un’altra parte della casa, di “non fare l’opera”: stàteve quà e nen faciüte l’òpre.

In tempi più recenti si è usata l’altra forma: fé cummèdje.

Alla fine, come l’italiano, si è giunti alla frase sbrigativa: “fare casino” o “fare bordello” (casüne – burdèlle) compresa da tutti.

Insomma non si può stare un poco in pace!

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Tante pöche quante njinde

Tante pöche quante njinde loc.id. = Poco e niente, quantità risibile

L’espressione cela un senso di insoddisfazione nel valutare la scarsezza di qualsiasi cosa, anche immateriale (amore, odio, stato di salute o di agiatezza, aspettativa, rammarico, ecc.)

Ho chiùvete (chjuwüte) tante pöche quante njinde = È piovuto poco poco (mentre mi aspettavo piogge abbondanti per la arida campagna.)

Mi ricordo che mia madre, con lo stesso significato, usava l’espressione: «Tante e njinde so’ parjinte» = tanto e niente sono parenti.

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Zuarre (alla)

Zuarre (alla) agg. = Zuava (alla)

Zuarre è una storpiatura di “Zuavo”, (Corpo militare francese in Algeria del 1830 formato da soldati locali).

Cavezöne alla zuàrre = Calzoni alla zuava, alla maniera degli Zuavi, spec. con riferimento a capi di vestiario simile alla divisa degli Zuavi.

Specificamente le gambe dei pantaloni non arrivavano alla caviglia, ma erano fermate sotto il ginocchio, con un bottone o un laccetto, e ripiegate ognuna in modo da formare uno sbuffo.

Erano i primi calzoni lunghi che un adolescente indossava dopo essere andato con i calzoncini corti fino ai quattordici anni.

Erano un po’ curiosi. Negli anni ’30 erano abitualmente indossati anche dagli adulti, in abbinamento a calzettoni a disegni a rombi e con colori scozzesi.

Questi pantaloni “alla zuava” furono adottati come divisa dagli alpini, e dai ragazzi inquadrati nelle organizzazioni giovanili del regime fascista, come dalla foto qui a lato tratta da Wikipedia.

Fortunatamente sono andati fuori moda negli anni del dopoguerra.

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Tredeché

Tredeché v.t. = Criticare, malignare

È un’azione odiosa, che non onora né chi la compie, e né chi la ascolta.

È uno spettegolare maligno, che tende a screditare e a diffamare il malcapitato preso di mira.

Il soggetto che di arroga il diritto di giudicare l’altrui operato dicesi tredecante e combina tredecaminte = l’insieme dei pettegolezzi maligni.

I ragazzi di oggi usano un verbo “alleggerito” e quasi goliardico: furbecé = “forbiciare”, nel senso di usare la lingua come forbici per “tagliare i panni di dosso” come dicono i Toscani per indicare la stroncatura di un soggetto.

Addirittura, in senso goliardico e carnevalesco, sono emersi su questo verbo i simpaticissimi “Forbicioni”, cioè i noti Franco Rinaldi e Lello Castriotta, i quali sanno trovare da furbecé su tutto, specie sui Politici in genere.

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Nunnàscene

Nunnàscene s.m. = Bisnonno, bisnonna

È un termine desueto che ogni tanto compare in bocca a qualche ottuagenario!

Può essere usato indifferentemente al maschile e al femminile. Sarà l’articolo anteposto a chiarire il genere.

Alla fèste jì arrevéte püre ‘u nunnàscene = Alla festa è giunto anche il bisnonno.

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Appanné

Appanné v.t. = Socchiudere e appannare.

Il verbo ha due significati.

  1. appanné = Socchiudere l’uscio di casa o gli infissi di una finestra o di un balcone.

    Praticamente si accostano semplicemente i due battenti senza usare chiavi o altro, in modo da creare penombra e frescura all’interno.
    Un’usanza prettamente estiva.
    Giuà, appanne ‘a porte ca fé càvete = Giovanni socchiudi le porte ché fa caldo.

    Con questo significato il verbo è usato anche in altri comuni della Capitanata.
  2. appanné = appannare una superficie rendendola opaca.
    Per esempio quello che si verifica alitando sulle lenti degli occhiali, oppure trasferendo delle bottiglie di bibite gelate dal frigo all’ambiente caldo.
    Anche i fenomeni atmosferici come il freddo o l’umidità appannano internamente i vetri degli infissi.
    Tutto ciò, come è facilmente intuibile, è causato dalla differenza di temperatura e dall’umidità dell’aria.
    La velatura, specie quella che appare d’inverno sui vetri delle automobili lasciate all’aperto per tutta la notte, facilmente si condensa all’esterno e si appanna all’interno.

    Ringrazio Matteo Borgia II per avermi suggerito questo termine.
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