Autore: tonino

Scacchjatille

Scacchjiatille s.m. = sbarbatello

Giovane ancora immaturo e privo di esperienze di vita.

Il termine è spesso usato in tono spregiativo o scherzoso.

In italiano deriva da barba (sbarbatello, imberbe) del designare il ragazzotto in età puberale quando cominciano a spuntargli i primi peli della barba. In quell’età ingrata non si è né più fanciulli, né adulti sviluppati.
Eppure molti ragazzotti si sentono gradassi, capaci di spaccare il mondo e rifarlo…. ma sono sempre scacchjiatille imprudenti e brufolosi, scacchjéte, cioè disgiunti, divisi fra realtà e fantasia.

Avete notato che ho parlato solo al maschile? Le pulzelle non hanno queste velleità perché fin dall’adolescenza sono molto più mature di noialtri maschietti pasticcioni e lambascioni.

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Pére e scummugghje

Pére e scummugghje loc.id. = Gira e rigira, alla fine

L’espressione dialettale vuol evidenziare la scoperta, anche casuale, di una verità nascosta.

Sembra che ci sia una certezza, ma dopo viene fuori una sorpresa, di solito non gradevole.

Giuanne assemegghjöve ca jöve onèste, ma pére e scummugghje püre jìsse avöve fatte ‘mbrugghje. = Giovanni sembrava che era onesto, ma gira e rigira, si è scoperto che anche lui aveva commesso malefatte.

Assemegghjöve tante aggarbéte! Pére e scummugghje jöve ‘nu ‘mbriacöne sfatjéte = Sembrva così ammodo! Alla fine si è rivelato ubriacone e scansafatiche.

Pére significa “pare, sembra, appare”.
Scummugghje significa “scopri”.

Insomma non è tutto oro quello che luccica.
Aveva ragione Andreotti: «A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si indovina.»

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Secchelènze

Secchelénze s.f. = Scarsità, mancanza, carestia

Deriva da secco, scarso, inaridito, non abbondante, anche in senso figurato.

Nel napoletano usano una parola simile: sechenenze, o sichinenza.

Ho scoperto, leggendo qua e là [Fonte: Enciclopedia Treccani, Accademia della Crusca], che è una deformazione dell’espressione appresa dai napoletani ascoltando i soldati americani nel corso della seconda guerra mondiale: second hands = di seconda mano, di scarso valore.
Il suono veloce “sicon(d)enz” è stato storpiato dai nativi che non sapevano una sola parola di inglese e l’hanno fatto propria (come shoe shine [pronuncia sció-sciàine] diventata “sciuscià”= lustrascarpe) e forse divulgata nelle regioni vicine..

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Ammucciacöne

Ammucciacöne s.m. = Nascondino, rimpiattino, nasconderella

Ringrazio il lettore “Il Proletario” che mi ha mandato pari pari questa definizione del gioco fanciullesco che divertiva tanto i maschietti quanto le femminucce in età scolare.

«È un gioco di bambini che consiste nel nascondersi rispetto a uno di loro, scelto a caso, che si copre il viso e gli occhi, di faccia al muro, contando fino a cinquanta, per voltarsi al cinquantuno gridando Trombone, ed infatti il gioco viene anche chiamato “Cinquantuno trombone”.

Il gioco si risolve quando colui che ha contato riesce a trovare o vedere il nascondino degli altri giocatori; il primo scoperto diventa il prossimo contatore.»

Aggiungo che esiste una variante al gioco per i più grandicelli.
Meglio se il gioco si svolge all’aperto, ove c’è maggior spazio di manovra.
Possono essere scovati anche più bambini, che man mano devono restare fermi alla “tana” mentre continua la caccia agli imboscati. Se il “cacciatore” si allontana troppo dalla tana, può sbucare un bimbo non visto che batte con la mano la parete gridando “liberi tutti!” e il gioco ricomincia. Se arriva il “cacciatore” a battere la parete prima del “liberatore” si rilasciano tutti ma quello che ha fatto il tentativo di liberazione andrà “sotto” a contare il fatidico 51 per ricominciare tutto daccapo.

Va bene anche scritto Mucciacöne.
Ovviamente deriva dal verbo (clicca→) ammuccé = nascondere


Jean Verhas (1834-1896) – À cache-cache
Foto di dominio pubblico.

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Quanne ‘a jatte nen pöte arrevé au larde…

Il proverbio completo recita:
Quanne ‘a jatte nen pöte arrevé au larde düce ca jì ràncede = quando la gatta non può arrivare al lardo dice che è rancido.

Mi viene da paragonare questo Detto alla Favola di Esopo sulla volpe che, non riuscendo a ghermire l’uva, disse che era acerba.

Il significato della metafora è lampante: Quando gli uomini non riescono a ottenere ciò che desiderano, o a superare le difficoltà della vita, per incapacità o per scarso impegno, inventano le più svariate scuse o accusano le circostanze sfavorevoli per nascondere le proprie manchevolezze.

Il lettore Manfredi Renzullo dice:
«Si aveva anche l’abitudine, specie nelle case di campagna, di tenere un pezzo di lardo di maiale salato appeso [a stagionare]. Poi si tagliavano delle fette per mangiale tra due fette di pane, di solito a colazione.»

Ovviamente il lardo era appeso fuori della portata dei gatti!

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Ferdenànde

Ferdenànde n.p. = Ferdinando

Nome diffuso nel Sud, specie in Campania, ove i vari Ferdinando di Borbone hanno regnato per decenni fino Franceschiello.
Il nome di origine germanica, è diffuso in Europa e nelle Americhe (Férnand, Ferrando, Hernando, Ferdinand, ecc.)

I meno giovani sanno che a Manfredonia di Ferdinando esisteva uno e uno solo, irripetibile!
Faceva il croupier del suo mini “Casinò” smontabile.
Riporto qui di seguito un ricordo dell’amico Lino Brunetti a proposito del mio articolo sul sostantivo (clicca qui→) capòcchje.

«Come si fa a non citare il famoso Ferdinando?
Sul Pertüse du’ mòneche, proprio dove adesso v’è una verandina con tavolini, c’era Ferdinando con il suo tavolo da gioco formato da un piano liscio inclinato sul quale faceva scivolare la biglia che cadeva e scorreva su un piano diritto in marmo con le buche numerate dove si fermava la biglia, ogni buca era numerata e di fianco c’era un tappeto con i vari numeri: era praticamente una roulette.
I giocatori puntavano la posta sui numeri e attendevano che la biglia si fermasse sul proprio. C’era sempre tanta gente intorno alla bancarella di Ferdinando e lui incitava: “Palla numero!” e poi lasciava la palla scorrere e annunciava il numero uscito.
Quando erano più numerose le persone a guardare che quelle a giocare, allora lui invitava:
“Puntate giovani! Puntate e non guardate! Chi guarda cu ll’òcchie, guadagna capocchje!»

Fin qui Lino Brunetti; io aggiunsi un ricordo personale:

«Ferdinando, con il suo “tavolo verde” ci ha campato dignitosamente la famiglia. Nessuno dei giocatori è andato in malora con la ludopatia, perché le cifre giocate erano minime e fatte per puro divertimento.
Se non erro proveniva dalla Campania, o si sforzava di parlare con cadenza napoletana.

Una volta, proprio mentre Ferdinando diceva la fatidica frase: “Palla, numero…?” un giovincello puntò 50 lire su uno dei due colori (rosso o nero). Se la palla d’avorio, dopo il lancio, e dopo aver girovagato sul marmo si andava a posare nella fossetta con la cifra del colore scelto per la puntata, il giocatore vinceva il doppio della posta.

Il furbo intascò la vincita e si dileguò. Ferdinando sapeva che i giocatori veri avrebbero ritentato: lui contava ciecamente su questo, tanto si sa che alla lunga è il “banco” che vince sempre!

Allora se ne uscì con una frase memorabile: “Eh bravo ‘o cazze ‘o guaglióne: m’ha fricàte ciénde lire!”»

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Allongasüje

Allongasüje esclam. = lontano sia!

Va bene anche scritto a llonga süje!, ovviamente, trattandosi di esclamazione, seguita dal punto esclamativo.

Augurarsi che NON accada ciò che si è appena annunciato.
Hanne scavéte ‘a fundazziöne. Mò allonga süje ce mettèsse a chjöve! = Abbiamo scavato la fondazione. Adesso non sia mai si mettesse a piovere!

Insomma l’esclamazione vuole scongiurare qualsiasi contrarietà.

In molti casi si può usare semplicemente ‘nziamé = non sia mai, mai sia.

Nei casi in cui si voglia sottintendere qualità e rettitudine, in opposizione a nefandezze, basta solo accennare allongasüje.

A bbunàneme de pàteme: códde allonga süje!… = Il defunto mio padre: quello nella sua severità, non permetteva a noi figli la minima scortesia o arroganza. Lungi da lui qualsiasi cenno di volgarità o di scorrettezza; era sempre irreprensibile, impeccabile e integerrimo.

Potenza di sintesi del nostro dialetto! Quanti concetti esprime solo un’esclamazione come allongasüje!

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Vestemènte

Vestemènte s.m. = Vestimento

In dialetto viene usato questo termine non per indicare un indumento, un vestito, un abito maschile o femminile, bensì l’abbigliamento di Carnevale.
Sissignori, di Carnevale! Per assonanza, quasi quasi tradurrei vestemènte con “travestimento”, assolutamente lecito in quei giorni di baldoria.

Vestemènte da Pièrò = Abito da Pierrot.

Tenöve ‘nu vestemènte da Zorro = Indossava un abito da Zorro.

Necöle ce ho ‘ffettéte ‘nu vestemènte da Arleccüne = Nicola ha noleggiato un abito da Arlecchino.

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Vìzzje de natüre fin’alla morte düre

Vìzzje de natüre fin’alla morte düre prov.

Altri usano una variante che non muta il significato del Proverbio:
vìzzje de natüre pòrtene a sebbletüre = Vizi di natura portano alla sepoltura..

Il significato è estremamente chiaro, e come ogni Proverbio invita alla prudenza, alla moderazione, a evitare il male.

I vizi dell’umanità sono molti e uno peggiore dell’altro: il gioco, il fumo, l’alcol, le droghe, l’avarizia, la dissipazione, la menzogna, gli eccessi di cibo, le perversioni sessuale (pedofilia, sadismo, masochismo, ecc.), ed altre “graziose amenità”.

L’uomo nasce puro ma durante il percorso della sua vita potrebbe acquisire devianze riprovevoli e dannose: dal tabagismo all’alcolismo, e agli eccessi di ogni genere, tutti difficilissimi da estirpare.

Perciò se non si interviene drasticamente (magari con aiuto di terzi) si rischia la premorienza.
Esistono Comunità cui ricorrere per disintossicarsi dai vizi più pericolosi, cioè specificamente per i dipendenti da ludopatia, da droghe, da alcol.

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Campanjille

Campanjille s.m. = Campanello

Va bene anche scritto cambanjille, assecondando la pronuncia meridionale con addolcimento della “t” in “d” (sò cundènde).

La traduzione è semplice perché indica il campanello, sia quello metallico, di varie misure, munito di manico e battaglio ad uso liturgico, sia quello elettrico a pulsante, usato per bussare.

È nota la locuzione sapì a campanjille = a campanello, cioè sapere a memoria; imparare e ripetere a menadito una lezione o un brano di poesia o di musica.
Alle elementari ci veniva chiesto di imparare a memoria le “tabelline” (la tavola pitagorica).
L’insegnante faceva domande improvvise, tipo “9 x 7?” e pretendeva risposta immediata!
Un ottimo esercizio mentale.

Da non confondere con il campanile, che da noi si dice campanére o cambanére che designa anche la persona addetta a suonare le campane.

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