Tag: sostantivo femminile

Scöpe

Scöpe s.f. = Scopa

Fino all’avvento della plastica, le scope erano assolutamente fatte con vegetali ed esistevano due tipi:

1) Scöpe-felìnje fatta con le infiorescenze delle canne di palude opportunamente intrecciate.
Si innestava ad un manico di legno (‘a mazze) per spazzare di fino i pavimenti, oppure in cima ad una lunga canna per raggiungere il soffitto a togliere eventuali ragnatele.

Morbida, flessibile, raggiungeva gli angoli più remoti da pulire.

2) – Scöpe de sciónghe fatta con giunchi di palude. Era dura, adatta ad un pavimento di basole o per l’esterno delle casi di campagna. Anche questa scopa si innestava alla mazza.

A confezionare queste scope, e anche canestri e cesti di giunchi palustri, si dedicavano due simpatiche vecchiette in un vano a piano terra di Corso Manfredi, di fronte al portone di Grieco e dell’antico Bar “Giannino Gatta” (non so l’attuale nome del bar).

Negli anni ’50 sono arrivate le scope di saggina, messe in commercio con tutto il manico, con le setole lunghe oltre 20 cm, di lunga durata.

L’avvento della plastica ha “spazzato” via tutti questi prodotti.

L’aspirapolvere li ha passati definitivamente nel dimenticatoio.

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Scolle

Scòlle s.f. = Cravatta

Il termine deriva dal latino “ex collum“, cioè, ciò che scende giù “dal collo”.(Ringrazio il prof. Michele Ciliberti  per questa preziosa precisazione)

Accessorio dell’abbigliamento maschile costituito da una striscia di stoffa colorata più larga a una delle due estremità, che viene annodata intorno al collo sul davanti allo scopo di nascondere la fila di bottoni della camicia, ritenuti antiestetici nel 1700.

Diminutivo scullüne s.m. (se preferite scriverlo in altro modo suggerisco scullïne)= Cravatta a farfalla, papillon.
Sinonimo cravattïne o cruattïne.

In origine era un fazzoletto da collo, ricamato o inamidato, usato per coprire la scollatura (da cui il nome “scolla” ripreso e tramandatoci dall’800) degli abiti maschili e femminili. Quindi, se vogliamo, il nostro termine scolle è più antico del settecentesco cravatte.

Infatti il sostantivo cravatte (usato ora al posto di scolle ) deriva dal francese cravate, derivante a sua volta dal termine croato hrvat, che vuol dire appunto “croato”. Infatti i cavalieri croati, assoldati da Luigi XIV, portavano al collo una sciarpa. In origine era apostrofata come “sciarpa croatta”, poi abbreviata in croatta e dunque in cravatta.

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Sciòlte

Sciòlte s.f. = Diarrea

Frequente emissione di feci liquide o semiliquide dovute a disturbi intestinali o a fattori virali.

Oltre che nella versione bisillaba sciol-te, si può pronunciare anche in modo trisillabo scio-le-te

Il termine, che sembrava un po’ troppo volgare, è stato ingentilito con diarröjeavvicinandosi al termine italiano.

Non mi piace, né il fenomeno viscerale, né il termine simil-italiano… Se la devo proprio nominare, io preferisco usare sciòlete.

Sciolte alla lettera significa proprio: sciolta, liquefatta, diluita, non densa.

Difatti come sinonimo esiste anche il termine sciugliemènde=scioglimento, liquefazione. Qualcuno per abbreviave dice anche scemènde.

Tenì ‘a sciòlte = Avere frequenti scariche diarroiche.
‘u crjatüre töne ‘a sciòlete = il poppante ha la diarrea.

Uà jì pe scòlte! o anche L’uà venì ‘nu sciugliemènde!= Deve andare per diarrea!

È un improperio tipico, lanciato contro qlcu che ha commesso un sopruso, un atto disonesto, che ha negato quanto dovuto, che ha approfittato oltre misura di quanto propostogli, ecc.

Gli si augura sì un bel malanno, ma che non sia proprio letale, da non portarselo poi sulla coscienza.

E adesso: Deodorante please!

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Scìgne

Scìgne s.f. = Scimmia

scimmiaLa scimmia è un mammifero appartenente all’Ordine dei Primati, molto agile e intelligente.
Allo stato naturale vive In Africa equatoriale. Altre specie vivono in sud-America e in Asia.

Fu molto popolare la scimmia hallywoodiana Cheetah (Cita), propriamente uno scimpanzè, che compariva in tutti i film di Tarzan.

Prima ancora della sua apparizione al cinema, era nota perché era un’attrazione dei vari girovaghi (circhi, artisti di strada) che sostavano nei paesi.

Usato come aggettivo (scigne) o come accrescitivo (scignöne) descriveva una persona sgraziata.

Al contrario, come vezzeggiativo scignarèlle, indicava una bimbetta che fa la smorfiosa.

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Sciavòrte

Sciavòrte s.f. = Agnellone

Nato di pecora che ha superato da poco l’anno di età.

Si tratta di bestia che si azzoppa e necessariamente dev’essere macellata e consumata in tempi brevi.

Non è ancora una pecora adulta, e per questo ha le carni meno tenere di quelle dell’agnello, ma sicuramente più gustose, specie se preparate a rijanéte o al ragù.

Per il fatto che la povera sciavorte  difettata non potrà essere sfruttata né per la produzione di latte, né per quella della lana (quindi praticamente inutile al tornaconto del pastore), il sostantivo nella forma aggettivata veniva usato come epiteto verso una donna poco virtuosa, svogliata e trasandata: praticamente inutile nell’economia domestica.

Allo stesso modo di quando usiamo asino o capra riferendoci a certi soggetti poco brillanti in intelligenza o in profitto scolastico.

Cungettèlle jì proprje ‘na sciavorte = Concettina è proprio una sciattona.

In questo caso è sinonimo di svertuéte (←clicca)

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Sciammèrje

Sciammèrje s.f. = Marsina, frac, tight

Abito maschile da cerimonia, nero, con falde a coda di rondine.

Il popolino, almeno fino agli anni ’60 lo conosceva solo per averlo visto indossato dal cocchiere ‘in alta uniforme’ alla guida del carro funebre.

‘U cucchjire pe ‘sta catòbbe e pe ‘sta sciammèrje stöve tüse tüse = Il cocchiere con il cilindro e il frac stava tutto impettito.

Infatti il volgo non era frequentatore di soirée di gran gala, o di concerti al Teatro Alla Scala, o di cerimonie mondane di qualsiasi genere.

Taluni lo pronunciavano anche sciammèreche in assonanza con Amèreche.

 Mi sono documentato!  All’origine del sostantivo c’è il nome del Maresciallo di Francia Charles Schomberg, (1601-1656) che introdusse la moda nell’uniforme militare (giacca con le code) durante la guerra in Catalogna intorno al 1650.
Durante la dominazione spagnola del Sud Italia il termine chamberga è rimasto con poche modifiche da noi e anche in altre località della Daunia.

Sciammèrje, in linguaggio gergale ormai desueto, significava avere un rapporto sessuale mercenario. 

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Sciallètte

Sciallètte s.f. = Sciarpetta, intingolo.

1 ) sciallètte = Lunga fascia di lana o di altro tessuto che si porta attorno al collo per ornarsi o per ripararsi dal freddo (Sabatini-Coletti). Una volta gli elegantoni la indossavano sotto il cappotto, in verticale dal collo in giù, senza nemmeno iaccavallarne i lembi. Ora si indossa alla meno peggio, a mio avviso in modo molto rustico e anticonvenzionale, con un orribile nodo, improponibile negli anni della mia giovinezza.

2) sciallètte, detta anche acquaséla càvete (per distinguerla dall’acquaséla frèdde) e sciallètte de purtjàlle = intingolo molto semplice.

La sciallètte era usata per inzuppare, o meglio, per ammorbidire tozzi di pane duro e vecchio. Come companatico valeva ben poco.

Suggerito dalla carenza di mezzi, consisteva in un mestolo di acqua, calda e condita con sale, che si versava in un piatto dentro cui era stato in precedenza spezzettato del pane molto raffermo e due fettine di arancia. Un filo, ma proprio un filo, di olio di oliva completava l’inusuale portata, che d’inverno rappresentava una vera e propria cena molto povera, in mancanza di altro.

Se questa sciallètte era monotonamente servita ogni sera, veniva accolta e apostrofata come sciacquapecciöne.

In Basilicata è detta “cialledda”. Presumo che abbia origine dal francese chaleur, chaud = calore, caldo.

Ora grazie a Dio, qui da noi nessuno soffre più la fame come una volta. Il pane che ora avanza viene spesso buttato nella spazzatura, perché è ritenuto “immangiabile”….e noi della vecchia generazione son sopportiamo questo scempio.

Il termine acquaséla usato all’inizio significa ‘acqua e sale’. L’acquaséla fredde era la versione estiva della sciallètte, e si compiaceva di avere, oltre all’acqua e al sale, anche una cipolla affettata che sostituiva l’arancia (purtjàlle) ed era arricchita dal pomodoro fresco affettato. L’origano era del tutto facoltativo.

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Sciaddöje

Sciaddöje s.f. = Sciatto.

Persona dall’aspetto trascurato, trasandato, disordinato. Spec. se si tratta di individuo di sesso femminile, su cui appare ancora più evidente la trascuratezza (pulizia carente, pettinatura scarmigliata e abbigliamento sbracato…puah).

Mariè, aggióstete ‘mi pöche: ‘u vüte ca assemìgghje a ‘na sciaddöje? = Maria, rassettati un po’: lo vedi che sembri una persona trasandata?

Al plurale femminile è invariato, ma al plurale maschile fa sciaddüje.

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Ho letto da qualche parte che è usato anche in Campania:  «Donna inconcludente, senza spessore, sbandata e anche sciatta e non curata…..dovrebbe venirci dal greco SKEDAO con lo stesso significato» …diventa poi SCIADDEA poi SCIARDEA”

Sinonimo: zolla-zolle

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Sciàbbele

Sciàbbele s.f. = Sciabola

Oltre al significato di sciabola intesa come arma da punta e da taglio, la sciàbbele, intende designare il Pesce sciabola (Lepidopus caudatus).

Questo è un pesce d’acqua salata appartenente della famiglia Trichiuridae.

È diffuso nel Mar Mediterraneo, nella costa atlantica orientale (dall’Islanda al Sudafrica) e nell’indo-pacifico.

Vive nelle acque costiere fino alla discesa della piattaforma continentale negli abissi, da -40 a -620 m di profondità, soprattutto su fondali fangosi.

(da Wikipedia)
“Questo pesce presenta un corpo allungato e compresso ai fianchi, tipicamente nastriforme. Il muso è allungato, con due mascelle provviste di denti aguzzi e robusti. La pelle è sprovvista di scaglie e molto viscida. La pinna dorsale inizia subito dopo la testa e termina a pochi cm dalla pinna caudale: nella parte iniziale è sostenuta da raggi simili ad aculei, per poi passare presto a raggi molli e sottili. Le pinne pettorali sono trapezoidali, la coda piccola e bilobata. La ventrale è formata da pochi raggi vicini alla coda. Le pinne ventrali sono ridotte a moncherini.
La livrea è argentea, più scura su capo e dorso. Le pinne sono tendenti al giallo trasparente.
Può raggiungere e superare i 200 cm di lunghezza, per un peso massimo di 8 kg.”

La sua carne è ritenuta erroneamente di scarso pregio. Provatela in umido e smentirete i sedicenti esperti.

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Sciàbbeche

Sciàbbeche s.f. = Sciàbica

Il termine italiano ci perviene dallo spagnolo jàbeca (si pronuncia hàbeca, con l’h molto aspirata) a sua volta derivato dall’arabo shàbaka, pronunciato sciàbaca

Particolare tipo di pesca [anticamente  detta «’u tónne» ossia ” il rotondo”]  praticata in prossimità della costa con fondali bassi mediante una rete a strascico. Ora con termine più moderno viene chiamata sciàbbeche.

Una piccola barca salpa da un punto della spiaggia calando una lunga rete da pesca, e dopo aver percorso una rotta semicircolare, rientra  a poche decine di metri dal punto di partenza.
I due capi della rete (detti zampannére) vengono avvicinati alla riva, dove gli “sciabicaioli” (addetti alla sciabica) provvedono a tirarla a riva usando la forza muscolare.
Per agevolare il traino essi si servono della  pastöre.  È questa una striscia di robusta tela olona cucita ad anello che si indossa a tracolla. L’anello di tela termina con una sagola e un grosso sughero.

I pesci intrappolati vanno a finire nel fondo della rete man mano che questa viene  avvicinata  alla costa.

Tutto il pescato viene diviso tra gli uomini che partecipanti all’operazione.

Si tratta di un sistema in disuso, usato in passato dai pescatori anziani che non uscivano più al largo non avendo più l’età e il vigore richiesti per questa professione.

Con lo stesso termine si designano sia la rete e sia la barca attrezzata per questo tipo di pesca.

Un vassoio di pesci piccoli – appena pescati – da preparare subito per imprigionarne la fragranza è detto ‘a sciabbechèlle: sinonimo di freschezza e genuinità.

(Foto Valente)

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