In italiano ottocentesco era chiamato anche “corno” perché ricavato dall’appendice ossea dei bovini.
Si può chiamare anche cavezascarpe
Piccolo oggetto di metallo, o di plastica che aiuta ad indossare le scarpe, facilitando con un’azione a scivolo, l’alloggiamento del tallone all’interno di esse.
Quando ero giovinotto qlcu lo chiamava ‘u calzànde, ma forse era preso a prestito da altri dialetti che si sentivano durante il servizio militare, a contatto con gente di tutta Italia.
È un termine prettamente marinaresco forse in disuso, soppiantato nel linguaggio corrente dal più snello nègghje, bisillabo comprensibile anche dalle popolazioni terricole (professionisti, artigiani, pastori, contadini, carrettieri, ecc.).
Probabilmente deriva dal tardo latino caligare = oscurarsi, annebbiarsi.
Provo a dedurre un’altra etimologia: ritengo che possa derivare da “calare”, nel senso che cala la visibilità. In italiano si dice anche: cala la nebbia.
Ecco la definizione di Wikipedia:
“La nebbia è il fenomeno meteorologico per il quale una nube si forma a contatto con il suolo. È costituita da goccioline di acqua liquida o cristalli di ghiaccio sospesi in aria. A causa della diffusione della luce solare da parte dell’acqua in sospensione la nebbia si manifesta come un alone biancastro che limita la visibilità degli oggetti”.
Operaio dei cantieri navali specializzato nel calafataggio, cioè nell’impermeabilizzazione dello scafo dei natanti.
Per calafatare si inseriva forzatamente della stoppa nella connessione del fasciame e si ricopriva con pece o catrame fuso.
L’eventuale minima infiltrazione faceva gonfiare la stoppa che così turava qualsiasi altro passaggio di acqua
Il termine calefaténe ha assunto una valenza negativa, perché il mestiere di per sé comporta un annerimento degli abiti da lavoro, e della faccia e delle mani dell’operaio.
Tutto ciò fa sembrare sporco l’operaio, anche se costui si lava accuratamente.
Vattì, assemìgghje a ‘nu calefaténe! (Va’ via, somigli ad un calafato!)
Il termine “calecasse” deriva dal greco antico “Kalkòs” che significa “rumore secco, forte”.
Anticamente nel sec. XVII era una bomba incendiaria di ghisa lanciata con obici e mortai anche da navi da guerra.
Il nome (francese carcasse, inglese carcass (←clicca) si è tramandato in dialetto di generazione in generazione fino ai nostri giorni col suo significato originario di bomba. In lingua italiana ha assunto anche un altro significato di carcame, carogna di animale, intelaiatura, ossatura.
Ai giorni nostri in dialetto designa una potente bomba-carta lanciata durante lo spettacolo pirotecnico.
Nel finale di una serata di giochi pirotecnici l’artificiere, ‘u sparapjizze (←clicca)= di solito lancia tre calecasse, a intervallo di circa dieci secondi l’uno dall’altro, di potenza crescente. L’ultima potentissima deflagrazione annuncia agli astanti che lo spettacolo pirotecnico ha avuto termine.
Per estensione calecasse significa una stoccata, una battuta con un secondo significato, noto solo agli interlocutori presenti.
Nnüh! Ho menéte ‘nu calecàsse! = Oooh! Ha lanciato una botta!
Ringrazio Sator (Salvatore Rinaldi) per la precisa consulenza balistica. Ringrazio altresì il prof.Michele Ciliberti per avermi fornito l’etimologia di questo sostantivo.
Leggete i commenti e le varie congetture formulate fino a quando non è saltato fuori l’etimo giusto.
In anatomia così è detto l’osso più voluminoso del tarso. Comunemente e per estensione del termine, così viene identificata tutta la parte posteriore del piede.
M’ho muzzechéte ‘a scarpe e me döle tutte ‘u calecagne = Mi ha ferito la scarpa (stretta) e ora mi duole tutto il tallone.
Pianta delle liliace (Muscaro comosum). I Botanici la chamano anche con il sinonimo Leopoldia comosum.
Lambasciöne (al plurale fa lambasciüne) probabilmente deriva dal tardo latino lambadionem.
In italiano si dovrebbe chiamare “Mùscaro” o “Cipollaccio selvatico”, ma ormai tutti lo conoscono con questo “nostro” nome regionale, entrato trionfalmente nel prestigioso Vocabolario Zingarelli.
Termine talora usato in modo spregiativo per indicare qlcn un po’ fessacchiotto. ‘Stu lambasciöne! = Questo sempliciotto!
Contesto vivacemente perché il “lampascione” ha un bulbo dalle proprietà straordinarie.
Molto apprezzato nella gastronomia pugliese, è ritenuto addirittura un potente afrodisiaco. I lambasciüne sono eccellenti lessati e conditi col olio e aceto, conservati sott’olio, fritti o in “tielle” con l’agnello o le verdure
Forse non tutti sanno che provoca anche dirompenti effetti indesiderati che… sono nocivi per l’ambiente a causa degli abbondanti gas d’intestino. Roba da buco nell’ozono!
Nel Salento sono detti pampasciuni o in un italiano antico vampagioli. In Campania vampasciuolo.
Antico strumento musicale a corda, simile ad un liuto dal lungo manico e a tre sole corde, usato nel napoletano nel ‘700 assieme al mandolino.
Ma in dialetto, più che per indicare lo strumento, è usato questo sostantivo per descrivere, per indicare una persona goffa, un po’ allampanata.
Insomma è piaciuto il suono della parola (non dello strumento), un po’ come dire lambascione, o maccaröne, nel senso di fessachiotto.
Mò vöne Giuànne, assemegghje a ‘nu calasciöne = Ora arriva Giovanni. Sembra un spaventapasseri (non che il termine calasciöne significhi spaventapasseri, ma perché descrive la fugura allampanata e dinoccolata di Giovanni).
Ringrazio il lettore Salvatore Rinaldi per il suggerimento.
Sbarretta di ferro per chiudere porte e altri infissi, che si inserisce, mediante la rotazione della maniglia, nelle apposite feritoie o in apposite staffe. Si tratta di un termine tecnico, come (clicca →)zeremìnghe.
Credo che il termine derivi da calé e scènne = calare e scendere, e si dovrebbe dire “chéle-e-scìnne”. Io l’ho sentito proprio da un falegname pronunciata nel modo con cui l’ho riportato.
È chiamato generalmente anche ‘u ferrètte, almeno quello più semplice, con pomello, che si aziona a mano, senza maniglia, facendo scorrere l’asta, sia quella verso l’alto, sia quella verso il basso.
Con lo stesso termine calescìnne si designava un antico sistema per abbassare, secondo necessità, il lampadario a sospensione. Il cavo elettrico passava, con un ingegnoso sistema di pulegge, attraverso un contrappeso che consentiva di calare il piatto luce all’altezza voluta.
Si tratta di un’asta metallica scorrevole, fissata verticalmente dietro l’anta di una porta, in modo che possa essere manovrata dall’interno.
In alto il chiavistello termina con un gancio piegato di 90° rispetto all’asse scorrevole.
Detto gancio, manovrato dal basso, si solleva e ruotando sul suo asse si inserisce in un occhiello piantato al soffitto in modo da tenere l’infisso nella posizione voluta (tutto aperto o tutto chiuso).
1) Calamére = Calamaio, contenitore di inchiostro. Serviva per intingervi il pennino per scrivere elegantemente, o la penna stilografica (non a cartucce) per aspirarne l’inchiostro.
2) Calamére = Calamaro (Loligo vulgaris): è un mollusco cefalopode dal corpo allungato a forma di cono, sul dorso in posizione laterale si trovano due grandi pinne che nell’insieme formano un rombo, la testa sporge dal mantello con gli occhi in posizione laterale e attorno alla bocca si trovano quattro paia di braccia ed un paio di tentacoli che si allargano all’estremità a formare la cosiddetta clava, ricca di ventose poste in quattro serie. La conchiglia è interna a forma di spadino. Il colore è rosa-violaceo, con punti più scuri bruno rossicci. Può raggiungere una misura di 30-40 cm è più comune attorno ai 15 cm.
Spesso il calamaro, molto più pregiato, viene confuso con il totano. Si può facilmente riconoscere osservando le pinne, nel calamaro coprono metà della lunghezza totale del mantello, nel totano si trovano inserite solo all’estremità inferiore