Pegghjé ad ùcchje

Pegghjé ad ùcchje loc.id. = Invidiare

Il verbo italiano che più si avvicina è invidiare, quantunque sia molto riduttivo rispetto al verbo usato nel dialetto.

L’invidia sordida è detta malùcchje, da cui deriva pegghjé ad ùcchje può nascere a nostra insaputa. Perciò i vecchi suggerivano di indossare sempre un oggetto contro questi influssi malefici: ‘u condra-malùcchje!

Ad esempio un corno di madreperla o di oro, una mandorla doppia, cioè unita naturalmente come i bimbi siamesi, il numero 13 incorniciato da un cerchio, ecc.

Se l’invidiato era maschietto e si accorgeva dell’occhiata strana dell’interlocutore, senza farsi notare si faceva una grattatina al suo cornetto naturale…

Altrimenti o di nascosto, o anche palesemente ostentando la mano con l’indice e il mignolo sollevati per neutralizzare l’nflusso maligno.

Per evitare di “prendere ad occhio” chicchessia, o quanto meno di mostrare la propria schiettezza, ogni volta che si pronuncia un complimento, anche ai giorni nostri, si accompagna con “benedüche“, ossia parlo, dico bene, senza invidia. Eh già, perché si può pegghjé ad ùcchje anche involontariamente, perché le forze del male agiscono a prescindere.

Cungettè, ma quand’jì bèlle, benedüche, ‘sta criatüre! = Concettina,ma com’è bella (senza invidia) la tua bimba

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