Tag: Locuzione idiomatica

Mò jéve

Mò jéve loc.id. = Da molto tempo

È una risposta ovvia a chi chiede se un determinato lavoro è stato completato, o se qlcu è giunto all’appuntamento, ecc.

Con mò jéve si dà enfasi al semplice “sì”, come per dire: «Non lo sapevi? È da tanto tempo che la cosa è accaduta!»

Generalmente si pronuncia sollevando contemporaneamente la mano aperta in verticale con le dita stese sollevate verso il proprio orecchio, come per indicare che il tutto tempo passato è ormai dietro alle proprie spalle.

Alla lettera significa “adesso ha”. Forse evidenzia che “ora ha fatto un anno, un mese, un decennio, o altro”

-«Cuncettè, ma ‘u fìgghje tüve ca sté ‘n Germànje c’jì spuséte?» = Concettina, ma tuo figlio che vive in Germania si è sposato?
-« Mò jéve!» = Uh, da tanto tempo!

Jì arrevéte Giuànne? Mò jéve! = È arrivato Giovanni? Sì, da tempo!

Mò jéve ca agghje fenute de mangé! = È un bel po’ di tempo che ho finito di mangiare.

Esiste, con lo stesso significato, la brevissima variante: “da mò” = (Non) da ora, ma da tanto tempo. Come, non lo sai?

Mirabile capacità di sintesi del nostro dialetto, che esprime una frase intera con un solo bisillabo!

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Mètte alla vüje

Mètte alla vüje loc.id. = Mettere (qualcosa) a portata di mano.

I ragazzi di oggi traducono l’italiano e dicono «Mètte a purtéte de méne» ma l’espressione antica è decisamente più appropriata.


Infatti l’oggetto messo “alla via” si trova sul percorso di chi lo deve prendere, e non deve essere cercato altrove: è già là in bella mostra.

Ma’, mìtte ‘u ‘mbrèlle alla vüje, ca quanne passe me lu pìgghje = Mamma, metti l’ombrello a portata di mano, così quando passo me lo prendo.

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Fenetòrje de mónne

Fenetòrje de mónne loc.id. = limite estremo, massimo, top, vertice,apice.

Va bene anche la versione fenetòrje ‘u mónne.

Alla lettera significa una/la fine del mondo,

Nel descrivere un’emozione, un avvenimento, un oggetto, si ricorre a questa locuzione che vuol significare che non esiste nulla che possa paragonarvisi, sia in positivo, sia in negativo.
Insomma oltre quel limite non si può andare perché c’è il nulla, l’abisso, il mondo finito!

I nostri avi etichettavano il tutto con tre parole “Non plus ultra” il limite estremo che si può raggiungere, il massimo possibile o immaginabile.

Cainàteme fé l’ùgghje ca jì ‘a fenetòrje ‘u mónne = Mio cognato produce un olio che è la fine del mondo (che ha una qualità insuperabile)

Stanotte… vjinde, acque, lampe, trune e sajètte!… ‘Assemegghjöve ‘na fenetòrje ‘u mónne = Questa notte c’è stata una tempesta: vento, pioggia, tuoni e fulmini!… Sembrava (che fosse giunta) la fine del mondo!

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Fé fenèsce ‘u mónne

Fè fenesce ’u mónne loc.id. = fare una tragedia.

Alcun soggetti tendono ad esagerare nel descrivere un evento o nell’esternare una lamentela, anche elevando il tono di voce e mostrarsi esagitati.
Cì’, mò fé fenèsce ‘u mónne! = Zitto, ora fai sembrare che sia avvenuta una tragedia!

Mò fé fenèsce ‘u mónne pe ‘na zènne de carevógne = Stai facendo una tragedia per un piccolo foruncolo!

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Sguìnge (de)

Sguinge loc.id. = Sbieco, sghembo.

Accettabile anche la dizione de sguìnce.
Voce derivata dallo spagnolo esguince = stortura, distorsione.

La lingua italiana è ricchissima di sinonimi:
“obliquo, diagonale, trasversale, sbieco, sghimbescio, trasversale, fuori squadra, fuori sesto, sbilenco, di traverso”.

Insomma qualcosa che non segue l’ordinamento verticale/orizzontale ritenuto più idoneo o confacente (lavoro a maglia, aratura dei campi, ricamo, taglio di tessuto, tracciatura di percorso stradale, ecc.), ma va di traverso, in diagonale.

‘Stu müre ce ne vé de sguince = questa parete è fuori squadra (non è ad angolo retto).

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Fé frósce e premöre

Fé frósce e premöre loc.id. = vincere a punteggio pieno

La premöre è un gioco di carte cui partecipano due o più giocatori.

Il cartaio (‘u cartére) distribuisce quattro carte a testa. Dopo scarti e richieste di nuove carte i giocatori tentano di ottenere o la premöre o ‘u frósce.

Si fa premöre (da “primiera”) quando si raggruppano in mano quattro carte con i semi differenti (coppe, denari, spade e bastoni).

Si fa invece frósce (dall’inglese flush*) quando si ottengono le quattro carte dello stesso seme.

In un raffronto tra giocatori che nella stessa mano raggiungono il punteggio, ‘u frósce batte ‘a premöre.

Figurativamente quando uno stravince in una gara, un esame, un concorso, un affare, ecc. si dice che ha fatto “frósce e premöre“, punteggio pieno.
Ovviamente il linguaggio figurato non tiene conto delle regole del gioco, nel quale una combinazione esclude l’altra.

O si fa frósce o si fa premöre.

*Dice Wikipedia che il termine flush usata nel gioco del poker è una storpiatura inglese di Fluxus, voce codificata nelle regole del gioco nel tardo medioevo.


La foto riproduce un dipinto del XVI sec. (di pubblico dominio) «Four gentlemen of high rank playing the card game Primero».
Noterete che il primo giocatore a sinistra sta tentando di fare frósce a fiori avendo già in mano tre carte con questo seme.

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Lué da mjizze

Lué da mjizze loc.id. = Uccidere, assassinare

Alla lettera significa levare di mezzo, togliere di torno, allontanare oggetti ingombranti, fare spazio attorno a sé.
Francì, mò adda lué da mjizze tanta mercjüne = Francesco, ora devi togliere di mezzo tante cianfrusaglie!

Ma la perifrasi ha anche il significato gravissimo di eliminare fisicamente qualcuno.
Coddu desgrazzjéte völ’èsse luéte da mjizze! = Quel farabutto merita di essere ammazzato!

Viene detto come minaccia o come auspicio verso qualcuno che contrasta gli interessi individuali o collettivi, e quindi che intralcia, che sta “in mezzo” al proprio o all’altrui  percorso.

Fanne bbune se ‘u lèvene da mjizze = Fanno bene se lo ammazzano.
Il destinatario di questo “augurio” dev’essere sicuramente un delinquente incallito,  un serial killer, uno che si arricchisce rifornendo i pusher della droga, un serial killer, un pedofilo, uno stupratore, o un dittatore sanguinario., che meritano tutti il carcere a vita.

Fortunatamente sono pochissimi quelli che passano dalle parole ai fatti.

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Annuvelé l’ucchje

Annuvelé l’ucchje loc.id. = Confondere, sconcertare, agire freneticamente.


È una perifrasi tipica nostrana. Significa confondere qualcuno a causa del proprio comportamento frenetico.

Ad esempio il gioco movimentato fatto dai bimbi sotto gli occhi dei genitori creando confusione. Un po’ come dire annebbiare la vista per l’assenza di quiete.

Ovviamente il verbo della perifrasi può coniugarsi in modo passivo.

Basta! Me stéte facènne annuvelé l’ucchje! = Basta! Mi state creando una gran confusione!

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Stèmme scarse a fetjinde!

Stèmme scarse a fetjinde!… loc.id. = Sentivamo la mancanza.

È ammessa anche la versione al presente “Stéme scarse a fetjinde

È una esclamazione divertita, come di sollievo, usata verso qualcuno quando, del tutto inatteso, si presenta ad una festa, o si accoda ad un gruppo, o si affaccia in casa altrui, ecc.

Come se si dicesse: il nostro “gruppo di fetenti”, era troppo striminzito; meno male che sei arrivato tu a rimpolparlo!…

Ovviamente l’ospite sa benissimo che l’epiteto “offensivo” (clicca ->) “fetente” in questo contesto ha un valore del tutto “amichevole”, e che gli amici non faranno alcuna difficoltà ad ammetterlo nella brigata.

Aggiungo che l’esclamazione calza anche al plurale, nel senso che si si può rivolgere sia verso una persona singola, sia verso più persone che si presentano inattese: sempre scarsi eravamo…

Similmente anche l´esclamazione “amme accucchjéte ´a settante” viene scherzosamente pronunciata quando si raggiunge un bel numero di amici, magari inaspettati (allegri o musoni non fa differenza), come per dire: “ti aspettavamo, mancavi solo tu!”. Tutti sanno che “la settanta” è un punto nel gioco di carte della Scopa (carte a denére, carte a longhe, sètte denére e ´a settante)

Ringrazio il lettore Alfredo Rucher per avermi ricordato questa locuzione, favorendo la stesura di questo articolo.

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Pèrde fiéte

Pèrde fiéte loc.id. = boccheggiare, ansimare

Una locuzione che significa alla lettera “perdere fiato”.

È normale che dopo una significativa attività fisica si abbia l’affanno per l’accresciuto fabbisogno di ossigeno dell’organismo. Addirittura si sente mancare il respiro.

Accade anche ai nuotatori esperti in un momento di apnea prolungata.

L’espressione è usata anche metaforicamente quando si è assillati da eventi incalzanti o da impegni troppo ravvicinati, che non consentono un attimo di tregua.

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