Chi jì fèsse, stèsse alla chése
Chi è fesso, rimanga a casa sua.
Se qlcu non è capace di badare nemmeno ai fatti suoi, fa bene a non mettersi in competizioni dalle quale ne uscirà perdente. Resti a casa sua.
Chi jì fèsse, stèsse alla chése
Chi è fesso, rimanga a casa sua.
Se qlcu non è capace di badare nemmeno ai fatti suoi, fa bene a non mettersi in competizioni dalle quale ne uscirà perdente. Resti a casa sua.
Chi cüse e scüse nen pèrde mé tjimbe
Chi cuce e scuce non perde mai tempo.
Si enuncia questo proverbio quando qlcu si spazientisce, durante l’esecuzione di un lavoro, perché si accorge di aver sbagliato e deve ricominciare daccapo.
Come per dire: non imprecare, perché sbagliando s’impara. Questo disguido ti serve per arricchire la tua esperienza. Perciò non considerarlo solo una perdita di tempo.
Saggezza popolare condensata in una piccola frase.
Chi cumbjatisce a carne de l’ate, a söve ci ‘a màngene i chéne
Alla lettera si traduce in: Chi compatisce la carne degli altri, la sua se la mangiano i cani.
I proverbi antichi invitano sempre alla prudenza, al senso della misura e alla moderazione.
Il Detto infatti suggerisce di non criticare il comportamento altrui, perché ognuno di noi ha i propri difetti ed è soggetto a sua volta a censure, a critiche e anche a maldicenze.
L’aforisma invita anche a non occuparsi eccessivamente delle difficoltà degli altri, perché si finisce per trascurare se stessi, rischiando la propria rovina.
Va benissimo la solidarietà verso i bisognosi, ma un po’ di sana attenzione verso i propri bisogni è ugualmente necessaria.
Chi ce còleche p’i criatüre, ce jàveze p’u cüle cachéte
Chi si va a coricare con i bambini si alza con culo cacato.
Colui che tratta con gli incompetenti o gli immaturi compromette la propria serietà, perché inevitabilmente si espone a numerose figuracce.
Mi viene in mente una frase attribuita a Oscar Wilde:
«Mai discutere con un idiota, perché costui ti trascina al suo livello e ti batte con l’esperienza.»
Chi ce pòngeche jèsse före
Chi si punge andasse fuori
Anche: chi si punge esce fuori.
Difatti la voce verbale jèsse, con lo stesso suono può essere sia il presente indicativo, alla terza persona di uscire (egli esce), ma anche il congiuntivo imperfetto di andare (che egli andasse).
‘U rizze de cambàgne, pe’ scappé da la volpe, ce feccàtte ind’a téne de la lepre. Quanne ‘a lepre škamàtte, ‘u rizze decètte: “Cumbé, chi ce pòngeche, jèsse före!” = Il riccio terrestre, per sfuggire dalla volpe, si introdusse nella tana della lepre. Quando la lepre si lamentò (per l’intrusione), ebbe dal riccio una indisponente risposta: “Compare, chi si punge andasse fuori”.
Morale: attenti ai profittatori: se tu concedi un dito, quelli facilmente ti prendono la mano con tutto il braccio.
Chi ce pìgghje ‘mbìcce ruméne ‘mbeccéte, ‘u cüle cusüte e ‘a chépa cachéte.
Chi si impiccia (si immischia nelle faccende altrui) rimane invischiato, il culo cucito e la testa cacata.
Si tratta esplicitamente di un invito a farsi gli affari propri.
Le conseguenze disastrose descritte nel proverbio sono un deterrente micidiale.
Fatevi i cazzi vostri!
Chi ce avànde da süle jì ‘nu fasüle
Chi si vanta da solo (da sé) è un fagiolo (non una persona).
È questione di rima, come è accaduto anche nel corrispondente proverbio italiano: Chi si loda s’imbroda. Che non significa nulla, perchè il verbo è inesistente in italiano, ma dà l’idea di un brodo, detto sciacquapecciöne, ossia sbobba calda di nessun valore.
Alle scuole elementari qualcuno ci ficcò nella zucca quest’altro proverbio: chi si vanta da se stesso è un asino pefetto.
Insomma in tutte le lingue è raccomandata la modestia.
Ringrazio la lettrice Marianna Grieco che mi ha riferito questo proverbio citato spesso da sua nonna.
Chi camüne allècche, chi sté assettéte assècche
Chi cammina lecca, che sta seduto dimagrisce.
E’ un invito a muoversi, a darsi da fare, perché chi “cammina” nel senso che non sta fermo, riesce a trovare in qualche modo qualcosa per il suo sostentamento.
Chi invece sta seduto ad aspettare, è costretto a digiunare perché si sa, non viene nessun panierino dal cielo a soddisfare la fame.
Chi bèlle völe parì, l’usse d’u cüle l’uà dulì
Chi bello vuole apparire, l’osso del culo gli deve dolere.
Ogni buon risultato richiede grandi sacrifici.
Per ottenere il successo bisogna faticare duramente, tanto da spaccarsi la schiena fino al coccige (l’osso del culo).
Il lettore Giuseppe Tomaiuolo dà una sua delucidazione:
“Mi permetto: la spiegazione è fuorviante. Nel senso che il detto è riferito a chi vuole “apparire “ quello che non è; come accenna il primo commento
Chiarisco con un esempio tipico dei nostri giorni. Un matrimonio !!!
E’ chiaro che se vuoi fare le cose al di sopra delle tue possibilità ti toccherà fare dei sacrifici per cui “ l’usse “ ti deve far male, ma è sottinteso che “te lo potevi risparmiare”.
Chi avètte péne murètte, e chi avètte fuche cambatte
Chi ebbe pane morì, e chi ebbe fuoco visse.
Proverbio “invernale” per evidenziare che il fuoco è vitale più del cibo.
Il lettore Giuseppe Tomaiuolo commentaì:
“E’ nato cosi: parlando intorno al fuoco qualcuno si lamentava del poco che c’era da mangiare qualcun altro sosteneva che fosse più importante stare al caldo. Ne nacque una discussione e quindi una scommessa. Questi i termini: chi avrebbe resistito di più, avendo uno a disposizione ogni ben di Dio da mangiare, ma all’addiaccio; mentre l’altro senza niente da mangiare, ma al caldo. Chi sopravvisse?”