Capòcchje

Capòcchje s.f. = Glande

Termine anatomico che definisce l’estremità del pene, costituita da un rigonfiamento del corpo cavernoso, alla cui estremità si apre l’orifizio uretrale, e da un cercine basale.

Insomma non si tratta dell’estremità ingrossata e arrotondata di spilli e fiammiferi…

L’etimo è sempre “capo” nel senso di testa.

Fuori dai denti: si tratta di un sinonimo di chépe de cazze, ma solo in senso fisico.

Quando qlco non è stata eseguita correttamente si dice: sté fàtte a capòcchje = a vanvera, senza riflettere, a caso, in modo bizzarro, alla carlona

Trascrivo per intero il commento dell’amico Lino Brunetti alla voce capòcchje:

“Come si fa a non citare il famoso Ferdinando?

Sul Pertüse du’ mòneche, proprio dove adesso v’è una verandina con tavolini, c’era Ferdinando con il suo tavolo da gioco formato da un piano liscio inclinato sul quale faceva scivolare la biglia che cadeva e scorreva su un piano diritto in marmo con le buche numerate dove si fermava la biglia, ogni buca era numerata e di fianco c’era un tappeto con i vari numeri: era praticamente una roulette.
I giocatori puntavano la posta sui numeri e attendevano che la biglia si fermasse sul proprio. C’era sempre tanta gente intorno alla bancarella di Ferdinando e lui incitava: “Palla numero!” e poi lasciava la palla scorrere e annunciava il numero uscito.
Quando erano più numerose le persone a guardare che quelle a giocare, allora lui invitava:
“Puntate giovani! Puntate e non guardate! Chi guarda cu ll’òcchie, guadagna capocchje!”

Io replicai così:

«Ferdinando, con il suo “tavolo verde” ci ha campato la famiglia.
Se non erro proveniva dalla Campania, o si sforzava di parlare con cadenza napoletana.

Una volta, proprio mentre Fendinando diceva la fatidica frase: “Palla, numero…?” un giovincello puntò 50 lire su uno dei due colori (rosso o nero). Se la palla d’avorio, dopo il lancio, e dopo aver girovagato sul marmo si andava a posare nella fossetta con la cifra del colore scelto per la puntata, il giocatore vinceva il doppio della posta.

Il furbo intascò la vincita e si dileguò. Ferdinando sapeva che i giocatori veri avrebbero ritentato: lui contava ciecamente su questo, tanto alla lunga è il “banco” che vince sempre!

Allora se ne uscì con una frase memorabile: “Eh bravo ‘o cazze ‘o guaglióne: m’ha fricàte cjènde lire!”»

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