Chi töne, mànge, e chi nen töne mànge e böve

Chi töne, mànge, e chi nen töne mànge e böve

Chi è abbiente, mangia e chi è misero mangia e beve.

Una botta di ottimismo? Il proverbi illustra una situazione attuale.

Colui che è ricco, non soffre la fame. Ma colui che versa in stato di necessità aguzza l’ingegno, escogita un modo, prova mille sotterfugi, maneggia, inventa, architetta mini imbrogli, si indebita, insomma trova la maniera di mangiare ugualmente e anche di bere, ossia si concede qualcosa di più del “semplice” ricco.

Grazie al lettore Enzo Renato per il prezioso suggerimento.

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Chi töne sòlde asséje, sembe cònte; chi töne ‘a megghjöra bèlle, sèmbe cànte.

Chi töne sòlde asséje, sembe cònte; chi töne ‘a megghjöra bèlle, sèmbe cànte.

Chi ha assai soldi, sempre conta; chi ha la moglie bella, sempre canta.

Mi piace questo inno alla felicità.

L’avaro pensa solo a racimolare quattrini. Per lui la vita significa solo questo, arricchirsi il più possibile.

Ma fa una vita da miserabile perché non ama spendere nemmeno i soldi per un caffé al bar.

Invece colui che ha al suo fianco una bella e brava moglie, è felice e canta, perché ha capito il vero senso della vita.

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Chi töne lènghe, vé ‘Nzardègne

Chi töne lènghe, vé ‘Nzardègne

Chi ha lingua va in Sardegna.

Una volta la Sardegna era considerata lontana quasi come l’America. Quindi uno che ci arrivava doveva essere in gamba.

Il detto comunque vuole evidenziare che basta chiedere in giro per ottenere informazioni, dritte, suggerimenti.

La gente è più disponibile di quanto possiamo immaginare, specie se vede davanti a sé persone veramente in difficoltà.

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Chi töne fìgghje fèmene…

Chi töne fìgghje fèmene…

Il proverbio è un po’ troppo lungo. Lo trascrivo interamente qui sotto:

Chi töne fìgghje fèmmene
nen pöte düce ca l’ate so’ putténe.

Chi töne fìgghje màscule
nen pöte düce ca l’ate so’ mariùle.

Ossia: Chi ha figlie femmine non può dire che le altre sono prostitute. Chi ha figli maschi non può dire che gli altri sono ladri.

È un invito a non tranciare giudizi avventati sugli altri. Le stesse cose possono succedere anche ai nostri figli. Nessuna donna vuole fare la prostituta e nessun uomo il ladro o il detenuto. Sono le traversie della vita che possono abbattersi su chiunque.

Ho risentito recentemente questo detto. L’ultimo verso riferito ai figli maschi è un po’ diverso, e dice:
nen pöte düce ca l’ate so’ chernüte = non può dire che gli altri sono cornuti.

Prudenza!

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Chi te völe méle, te fé parì ‘u cüle da sotte a sètte cammüse

Chi te völe méle, te fé parì ‘u cüle da sotte a sètte cammüse

Ci ti vuole male ti scopre il culo anche da sotto a sette camicie.

Hai voglia tu a coprire (figuratamente) con cura le tue grazie!

Chi ti vuole male è capace di fare malignamente una ricerca talmente accurata e a fondo che qlcs scopre sempre: difficilmente qualcuno si salva da costui.

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Chi sté alla chése, böna fertüne li trése

Chi sté alla chése, böna fertüne li trése

Alla lettera: chi sta alla (propria) casa, buona fortuna gli entra. In italiano un po’ più corretto: “Chi resta in casa propria, guadagna buona fortuna”.

Ossia non si espone a pericoli: aggressioni, tumulti, piovaschi, litigi, incidenti, borseggi, cadute, ecc.

Quindi, per prudenza, sarebbe meglio rimanere tappati in casa. Troppo riduttivo e pessimista.

Ovviamente veniva enunciato a posteriori, ossia a disgrazia avvenuta, da qualcuno lì presente, al posto di esprimere parole di conforto, con significato di: “Avresti fatto bene a rimanere in casa!”….

Una specie di rimprovero/beffa. Il malcapitato, se ancora lucido, lo avrà mandato quel paese.

Questo proverbio è decisamente contraddittorio con quell’altro che dice: chi jì fèsse, stèsse alla chése.

Esiste la variante finale….. “böna jurnéte li trése” = guadagna una giornata, intesa come compenso di lavoro. Questo è riferito alle donzelle, che si applicherebbero alle faccende di casa invece di andare scussiànne!

Ringrazio il lettore Roberto Trotta per avermi dato lo spunto a redigere questo post.

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Chi sté ‘nnànze, me pàsse, ma chi sté dröte, me vöte jì ‘nnanze.

Chi sté ‘nnànze, me pàsse, ma chi sté dröte, me vöte jì ‘nnanze.

Chi mi precede, è sicuramente migliore di me, ma chi mi sta dietro può solo vedermi progredire.

Un po’ considerare il proprio ruolo nella società, dove molti, in una scala di valori, sono collocati più in alto.

Tuttavia non c’è da sottostimarsi, perché ci sono anche quelli con meno talento, abilità, virtù, qualità.

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Chi spüte ‘ngile, ‘mbacce lu jéve

Chi spüte ‘ngile, ‘mbacce lu jéve

Chiunque lancia uno sputo verso il cielo, lo ha (di ritorno) inevitabilmente sulla faccia.

È un monito a non disprezzare nulla di ciò che si ha ricevuto, a non mostrare ingratitudine, o a non comportarsi con arroganza, superbia, insolenza.

Ora si usa, parlando figuratamente, che qls argomentazione negativa può diventare un boomerang, ossia si può ritorcere contro colui che l’ha lanciata.

Insomma, come in quasi tutti i proverbi, saggezza dei popoli, si invita alla prudenza, alla temperanza, alla modestia.

C’è chi dice, col medesimo significato: Chi spüte ‘ngile, ‘mbacce lu vöne

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Chi sparte jéve ‘a megghja parte.

Chi sparte jéve ‘a megghja parte.

Colui che divide ha la parte migliore.

Il proverbio ha una doppia valenza.

Il dividere due contendenti che si azzuffano può rischiare di rimediare qualche pugno casuale.

Il dividere le vettovaglie tra amici induce a trattenere per sé la parte migliore.

Calzano entrambe le interpretazioni.

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Chi sparàgne spröche

Chi sparàgne spröche

Chi risparmia spreca.

Questo proverbio suggerisce di non andare troppo per il risparmio perché la qualità peggiora, e poi si è corstretti a comprare un’altro oggetto che rimpiazzi il primo, malfunzionante a causa della sua pessima qualità.

Quindi spende due volte. Nessuno regala niente.

Mia nonna diceva, con lo stesso significato: Chi sparàgne spènne = Chi risparmia spende

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