Addobbje s.f. = Narcosi, anestesia
Il termine deriva dal latino, ad-opium. In italiano antico si usava il sostantivo “alloppio” (chiaro riferimento all’oppio) per indicare il sonnifero.
Qualcuno la chiama ‘a ddobbje, come se la ‘a’ iniziale fosse l’articolo
Da addòbbje deriva il verbo addubbjé = narcotizzare, anestesizzare. verbi usati ovviamente negli interventi chirurgici, piccoli o grandi.
Addubbjé ‘na parte = anestesia locale.
Addubbjé tutte quante = anestesia totale.
Autore: tonino
Annuvelé l’ucchje
Annuvelé l’ucchje loc.id. = Confondere, sconcertare, agire freneticamente.
È una perifrasi tipica nostrana. Significa confondere qualcuno a causa del proprio comportamento frenetico.
Ad esempio il gioco movimentato fatto dai bimbi sotto gli occhi dei genitori creando confusione. Un po’ come dire annebbiare la vista per l’assenza di quiete.
Ovviamente il verbo della perifrasi può coniugarsi in modo passivo.
Basta! Me stéte facènne annuvelé l’ucchje! = Basta! Mi state creando una gran confusione!
Muffardarüje
Muffardarüje s.f. = Sozzeria, sporcizia
Principalmente riferito alla sporcizia domestica che si accumula trascurando la pulizia quotidiana specie nella cucina e nel bagno.
Deriva da (clicca→) Muffarde.
Jì cchjù mmègghje ca fé a ‘a pòlve tutt’i jurne, ca se no ‘a muffardarüje crèsce sèmpe de cchjó! = È meglio che spolveri tutti i giorni, altrimenti la sporcizia cresce sempre di più.
Cèmece vèrde
Cèmece vèrde s.m. = Cimice verde

Le cimici verdi (Palomena Prasina) fanno parte di una famiglia di insetti eterotteri che utilizza l’olfatto come meccanismo di difesa, proprio come le puzzole.
Attaccano le piante e addirittura gli alberi, causando danni molto rilevanti.
Esiste anche la “Cimice marrone” (Eurydema ventralis) che attacca prevalentemente le piante orticole.
Quando minacciate o schiacciate, queste cimici emettono da una ghiandola nell’addome una sostanza fortemente puzzolente.
A volte si trovano queste cimici, con disappunto e disgusto della massaia, attaccate alla biancheria del bucato messo ad asciugare all’esterno. Bisogna scuotere i panni per allontanarle in modo che non lascino la loro puzzolentissima e persistente traccia “odorosa” sulla nostra roba.
Contrariamente alla cimice dei letti (Cimex lectularius), chiamata anche con voce arcaica pèmece, plurale pìmece, questa non attacca l’uomo.
Sparröne
Sparröne s.m. = Sparo, Sparaglione, Sarago-Sparaglione.
Al singolare è ‘u sparröne; al plurale è i sparrüne.
Genere di pesci Attinottèrigi (latino Sparus, greco Sparòs – fam. degli Spàridi).
Linneo, il noto naturalista del 1700 gli diede il nome scientifico di Diplodus annularis. Un sinonimo scientificamente accettato è Sparus annularis.
È facilmente riconoscibile per la livrea grigio-argentea con sfumature giallastre e per le pinne ventrali gialle. La macchia nera presente sul peduncolo caudale si estende sul bordo inferiore (Wikipedia).
Da noi è molto apprezzato in cucina. So che in altre regioni d’Italia è considerato un pesce “povero” e di scarso pregio (ma che volete farci? Poveretti! Sono terricoli e non vogliono pesci spinosi!).
Si può preparare arrostito sulla brace, fritto, a ciambotta, al pomodoro, in cartoccio, in bianco, ecc. È sempre buonissimo!
Il profumo degli sparroni arrostiti è uno degli odori caratteristici della nostra città.
Arrostire (e mangiare) sparroni non rappresenta solo un rito di alta gastronomia, ma anche la divulgazione di un’autentica attività culturale!
Nomi dialettali:
ANCONA – Sparo, Sbaro, Carlino
BARI – Sparinole, Sarjce
CAGLIARI – Sparlotte e Isparedda
CATANIA – Spareddu
CIVITAVECCHIA – Sparajone
CROTONE – Saracu, Sparamazzu
GAETA – Sparaglione, Sparitiello
GALLIPOLI – Spariolu
IMPERIA – Saragu
LA SPEZIA – Saagu
LIVORNO – Sparlotto
MANFREDONIA – Sbarroni
MESSINA – Sparagghiuni
MOLFETTA – Sparraune
NAPOLI – Sparaglione
PESCARA – Carlini, Sbarre
REGGIO CALABRIA – Sargu, Pupazzu, Sparagghiuni
ROMA – Saraghetto
SAVONA, GENOVA – Sparlo
SIRACUSA – Aspareddu
TARANTO – Sparagghiuni, Spari
VENEZIA, TRIESTE – Sparo
Mangenöse
Mangenöse agg. = Mancino
Persona che usa prevalentemente la mano sinistra.
Fino a pochi decenni fa i bambini che mostravano tendenza al mancinismo, venivano obbligati, in casa e a scuola, ad adoperare la mano destra per usare le posate o la penna. Addirittura si arrivava a legare il braccio sinistro al corpo per obbligare ad usare la mano “giusta”.
Ovviamente, fuori dai severi controlli essi usavano la sinistra ed alla fine diventavano ambidestri!
Si credeva infondatamente, che essere mancini significava essere inferiori.
Fortunatamente ora non è più così!
Leggo sul web:
«L’etimologia stessa della parola “mancino” mostra come ci sia sempre stato un pregiudizio verso il mancinismo: in latino, mancus significa “mutilato”, “storpio”.
Il termine “sinistro”, inoltre, è collegato nella nostra lingua a concetti non certamente positivi: sinonimo di “incidente”, ”sciagura”, è spesso usato come aggettivo per definire qualcosa come avverso, sfavorevole, minaccioso o pauroso.
Invece, riferendoci a personaggi del passato o attuali, sembra che i mancini siano dotati di inventiva, fantasia e creatività.»
Ecco un elenco di mancini illustri: si va da Leonardo e Michelangelo, a Maradona e Messi; da Obama e Ronald Reagan, a Fidel Castro e Valentino Rossi; da Charlie Chaplin e Lady Gaga, a Tom Cruise e Robert De Niro. Senza dimenticare Einstein, Jimi Hendrix, Napoleone, Carlo Magno, la Regina Elisabetta, Platini, McEnroe, Paul McCartney, Bill Gates, ecc. ecc.
Manacöne
Manacöne s.m. = Manica larga
Va bene anche la pronuncia manecöne.
Alla lettera significa “manicone”, larga manica. Sono tipiche dei sai francescani, spesso usate dai frati per celarvi le mani in inverno, al riparo dal freddo, o per nascondervi il fazzoletto.
Figuratamente mettìrle ‘nd’u manacöne significa togliere qualcosa dalla vista, dimenticare, e quindi non pensarci più.
È il caso, ad esempio, di un credito diventato inesigibile, o di un sopruso ricevuto, al quale non si vuole controbattere.
Indica anche l’atto di trarre vantaggio da una qualsiasi transazione.
Fare la cresta, serbare illecitamente per sé un vantaggio economico, fare peculato.
Con l’identico preciso significato l’ho sentita pronunciare da un amico originario della Campania (“mette rint’o manacone” ), mentre con una mano faceva l’atto di allargare una immaginaria giacca e con l’altra mimava di infilare qualcosa nella tasca interna, al posto del portafogli. Questo per fugare qualsiasi dubbio interpretativo!
Ringrazio il lettore Michele Castriotta per il suo prezioso suggerimento.
Söle-ljöne
Söle-ljöne s.m. = Solleone
Va bene anche scritto sölljöne o sölliöne.
Periodo estivo, generalmente da metà luglio a metà agosto, caratterizzato da gran caldo, specie nelle ore del meriggio.
Il termine è composto da söle, sole e ljöne (segno dello Zodiaco) perché in quel periodo il sole si trova in tale segno.
‘Stu söle-ljöne fé škatté ‘u cüle ai magiulücchje! = Questo solleone è insopportabilmente caldo!
È tipico di Manfredonia il detto riferito alle lucertole.
Cliccate qui —> magiulècchje!
Sunagghjére
Sunagghjére s.f. = Sonagliera
Striscia di cuoio o di tela cui sono fissati una serie di sonagli, che si pone al collo degli animali da tiro o da soma per segnalarne la presenza o il passaggio.
Il lodato vocabolario Caratù-Rinaldi lo definisce «pendente a sonagli con campanelli e bubboli (= scescelècchje←clicca) il collare del cavallo».
Aggiunge anche: «In posti viciniori al nostro territorio, questo sonaglio è detto anche andecore forse perché viene posto sotto il cuore del cavallo dandogli la forza nel trainare il peso».
Il sostantivo andecore (o vandecore) nel Sud Italia indicava qualsiasi affezione cardiaca. Quindi il posizionamento dei sonagli era intesa come unasorta di prevenzione.
Ringrazio il dott. Rinaldi per il prezioso suggerimento.
Nghjavechéte
Nghjavechéte agg. = inzaccherato, sporcato.
Dicesi specialmente di persone, oggetti, o indumenti imbrattati.
Possono risultare ‘nghjavechéte dopo l’uso, tute, camici o grembiuli usati nella normale attività lavorativa manuale, come quella di fabbri, tintori, muratori, meccanici, macellai, fuochisti, calafati, spazzacamini, imbianchini, calderai, e chi ne ha più ne metta.
L’aggettivo deriva dal verbo ‘nghjaveché = sporcare, insozzare, imbrattare a sua volta scaturito dal sostantivo (clicca->) chjàveche = fogna, cloaca.