Fèmene alla fenèstre? Pöca menèstre

Fèmene alla fenèstre? Pöca menèstre

Donne alla finestra? poca minestra.

Questo Detto popolare mette in guardia i pretendenti da certe donne ciarliere o civettuole.

Quando le donne perdono il loro tempo mettendosi in mostra alla finestra o a scambiare pettegolezzi con le vicine, non ne hanno poi molto altro da dedicare alla preparazione del pranzo. Di conseguenza, quando saranno sposate, i loro mariti al rientro a casa, non troveranno molto da scialare.

Qualcuno insinua pure che la pasta al burro (velocissima da preparare) sia il pranzo dei “cornuti”, in quanto la signora, se ricorre a questo pranzo, vuol dire che era stata impegnata a preparare qualcos’altro…

Ringrazio il lettore Amilcare (Teo) Renato per il suo suggerimento.

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Fé aggeréje ‘i carjöle

Fé aggeréje ‘i carjöle

Fare girare le carriole.

La frase, così com’è non è molto efficace. A meno che non si voglia dare alle carriole il significato di scatole, palle, coglioni (scusate).

Allora significa: uscire dai gangheri, esser fuori di sé, perdere la pazienza, arrabbiarsi forte.

Ca po’, se m’aggìrene ‘i carjöle, accumènze a mené taccaréte = Che poi, se perdo la pazienza, comincio a menare le mani.

Quànne parléte acchessì me facjüte aggeréje ‘i carjöle = Quando parlate così mi fate uscire fuori dai gangheri.

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Fé accüme alla jàtte, ca fröche e škéme

Fé accüme alla jàtte, ca fröche e škéme

Fare come la gatta, che fa sesso e nello stesso tempo si lagna.

Si cita questo Detto quando qlcu, come si dice in italiano, si lamenta anche della grazia di Dio, che non si accontenta del suo pur invidiabile stato (di floridezza finanziaria e salutare).

È nella natura dell’uomo la sua incontentabilità, apprezzabile solo se rivolta alla sete di elevazione culturale e spirituale.

Chessò ca te lamjinde! Cóste fröche e škéme accüme fé ‘a jàtte! = (Di) che cosa ti lamenti! Questo gode e si lamenta come fa la gatta.

Qlcu è più circostanziato e stabilisce la stagione degli amori felini: specifica ‘a jàtte de màgge fröche e škéme= la gatta di maggio, che gode e guaisce.

Grazie al lettore Sedum per il suo suggerimento.

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Fé ‘u bàlle annànze

Fé ‘u bàlle annànze

Fare un balletto davanti (a qlcu).

Il significato di questo modo di dire è lampante: sono apparenze, ipocrisie, modi melliflui per rabbonire qlcu, falsità belle e buone.

– Te se ‘ncundréte pe Giuànne? l’à salutéte?
– E che, lu facjöve ‘u balle annanze?

= – Ti sei incontrato con Giovanni (con cui non sei in ottimi rapporti)? Lo hai salutato?
– Ma che gli facevo una ipocrita e falsa riverenza?

Con valenza positiva invece si usa cucceljé = coccolare, rabbonire

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Fé ‘i cìcere a mulle

Fé ‘i cìcere a mulle

Fare i ceci in ammollo.

Frase un po strana. Il significato è: Scambiarsi effusioni tra fidanzati.

Sono le manifestazioni dell’amore nascente tra una coppia di ragazzi molto giovani: ossia parlare fitto-fitto, testa a testa, sguardi intensi, sorrisi, smancerie, coccole, bacetti rubati e finta reazione di lei, con finte manate sulla testa sulla testa di lui, ecc. ecc..

Ricordo che cìcere è il plurale di cècere = cece

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Fatte i cazze tüje, e chi te lu fé fé…

Fatte i cazze tüje, e chi te lu fé fé…

Fatti i fatti tuoi, e chi te lo fa fare…(a immischiarti in quelli altrui?)

Badare agli affari propri è un atteggiamento egoistico, ma quanto meno riuspetta la privacy altrui.

A volte, simpaticamente, proprio per dimostrare di non voler interferire nela sfera del privato altrui, si premette a qualsiasi domanda questa specie di salvaguardia:

No pe sapì ‘i cazze tüve, ma pe regularme i müje, tó che fé?…= Non per sapere i fatti tuoi, ma per regolarmi di conseguenza, tu che fai?

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Famme sté bùne a me e au marüte de megghjèreme.

Famme sté bùne a me e au marüte de megghjèreme.

Fammi star bene, a me e al marito di mia moglie.

Una simpatica “preghiera”, scherzosa, che si recita quando si sta per perdere la pazienza a causa di un interlocutore tedioso, querulo, insistente.

La filastrocca solleva dalla tensione e forse fa capire all’altro che è ora di smettere.

Questo detto ha un’infinità di varianti. Io stesso, ad esempio, da ragazzo auguravo buona salute a me, al figlio di Maste Vecjinze, e au nepöte de Cungètte ‘U Curàtele.

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Facjüme accüme facèvene l’andüche: mangiàvene ‘i scòrze e jettàvene i füche

Facjüme accüme facèvene l’andüche: mangiàvene ‘i scòrze e jettàvene i füche

Facciamo come facevano gli antichi: mangiavano le scorze e gettavano i fichi.

È l’immancabile risposta non-sense, dettata dalla facile rima, quando qlcu chiedeva: accüme amma fé? = come dobbiamo fare?

Ossia quando qlcu non sa trovare una soluzione a un suo suo problema e la chiede ad uno dei suoi interlocutori.

Si dice anche per sdrammatizzare un po’ una situazione difficile.

Ho sentito dire anche che gli antichi mangiàvene ‘u scùrze e jettàvene ‘a meddüche = mangiavano la crosta e buttavano la mollica.

E anche: Ce javezàvene a vèste e ce grattàvene u veddüche!

Anche qui era solo questione di rima e non di dieta, quando non esistevano ancora né il problema del sovrappeso né i dietologi che imponessero l’uso limitato di carboidrati.

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Fàcce a vjinde e cüle a tramundéne

Fàcce a vjinde e cüle a tramundéne

Faccia a vento e culo alla tramontana.

Posizione certamente non comoda.

Il detto evidenzia la situazione di precarietà e di difficoltà economica in cui qlcu si dibatte.

In pratica significa che costui è esposto a tutte le intemperie, in senso figurato: i guai gli piovono addosso da tutte le direzioni.

Auguri amico!

Può essere anche una risposta evasiva, allorquando non si vogliono raccontare le proprie peripezie:
– Uhé Giuànne, accüme stéje?
– Accüme jà sté? Facce a vjinde e cüle a tramundéne!
 = Ehi, Giovanni, come stai? E come debbo stare? Il solito andazzo….

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Fa böne e scùrde, fa méle e pjinze

Fa böne e scùrde, fa méle e pjinze

Alla lettera: fai bene e dimentica, fai male e pensa.

In italiano più corretto direi: Se fai del bene, dimenticalo, ma se fai del male pensaci, rammentalo perché ci devi porre rimedio al più presto.

Una regola di coscienza, di moralità, inculcata dai genitori ai propri figli fin dalla tenera età. Un valore che li forgiava per tutta la vita.

Oggi purtroppo pare che non esistano più i valori di sempre, viviamo in un mondo di puro egoismo, pronti a calpestare chicchessia per il proprio tornaconto. La coscienza? Che cos’è questa sconosciuta?

Se fai del bene non aspettarti gratitudine, ma se fai del male riflettici, ossia mostra pentimento e trova il rimedio.

Smetto di fare il moralista, altrimenti vengo preso per un bacchettone, o semplicemente frainteso. Io ora mi occupo del dialetto.

Mi vengono a mente i versi di una canzone napoletana degli anni ’20, intitolata “Canzone appassiunata”:

…nce sta ‘nu ditte ca me dà raggione:
“fa bene e scorda, e si faje male, penza!”.
Pienzece buono, sì: te voglio bene,
te voglio bene e tu mme faje murì!

‘nza-nzà!

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