Frìške de rècchje …

Frìške de rècchje …

Proverbio completo:

Frìške de rècchje a dritte, cöre afflitte e sacca ricche.
Frìške de rècchje a manghe,cöre franche e sacca vacande.

Fischio di orecchio destra: cuore afflitto e tasca ricca. Fischio di orecchio sinistra, cuore libero e tasca vacante.

Questo proverbio si snocciola quando qlcu si lamenta di sentire un sibilo nell’orecchio.

L’interpretazione degli acufeni (scusate il termine tecnico) è un tentativo di dare una spiegazione per coloro che si accontentano: tanto o il cuore libero da tribolazioni, o la tasca piena di soldi vanno sempre bene.

Previsione ben circostanziata. Oroscopo delle nonne.

Frìške de rècchje significa presentimento o timore, prontamente smorzato dall’amico/a che snocciola il nostro proverbio.

Pò te fàzze ‘nu frìške alla rècchje = Ascolta quello che ti dico adesso. Dopo, a cose fatte, quando le mie previsioni ponderate si riveleranno azzeccate, verrò a confermarti di aver visto giusto!

C’era la credenza che se qualcuno in quel momento stava pensando a noi o parlando di noi, si manifestava l’acufeno (o anche un singulto).

Grazie al lettore Michele Murgo, che mi ha riferito la filastrocca di sua madre, vado a documentare l’antidoto contro l’ansia:

Chi me nòmene? Chi me nòmene
putèsse avì ‘na palla ‘mbrònde!
Före da pàteme, före da màmme
före da ‘u müje ‘nnamurète:
se jì de bùne putèssa durè,
se jì de mèle putèssa crepé.

Ossia: Chi mi nomina, chi mi nomina, potesse avere una palla in fronte! All’infuori di mio padre, all’infuori di mia madre, all’infuori del mio innamorato, se è di bene che possa durare, se è di male che possa crepare.

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Fìgghje müje, mangéte e bevüte….

Fìgghje müje, mangéte e bevüte….

Fìgghje müje, mangéte e bevüte,
péne rótte, nen tucchéte,
péne séne nen rumbüte,
fìgghje müje, mangéte e bevüte!

Figli miei, mangiate e bevete,
mi racomando, non toccate quella pagnotta che è già dimezzata,
né affettate quell’altra che è ancora intonsa!
Tuttavia, figli miei, mangiate e bevete!

Un detto simpaticissimo, pronunciato scherzosamente dal padrone di casa agli ospiti inaspettati invitandoli ad accomodarsi, prima di offrire loro una bibita o un pasticcino.

L’ho sentita dire da mio zio ultranovantenne quando io e mia moglie siamo andati a fargli visita. Poi ho scoperto che lo sanno molti anziani, appena accennavo loro l’incipit di questo Detto, nato sicuramente in epoca di ristrettezze.

Quando il pane scarseggia davvero, sia quello “rotto” sia quello “sano” non si può offrire nulla, se non una battuta di spirito, accettata d’altronde con buonumore dalla controparte.

Si narra di una coppia che si presentava a far visita agli amici proprio all’ora di pranzo. Era inevitabile l’invito: “Favorite!” e quasi scontata la loro accondiscendenza per “scroccare” qualcosa da mangiare.

Un mio cugino, mangiava sistematicamente per prima cosa – quando c’era – la pietanza del “secondo”, e successivamente i maccheroni del “primo” per minimizzare i danni causati dai possibili visitatori incursori di questo tipo. Tutt’al più avrebbe ceduto il piatto della minestra…
Parlo dell’immediato dopoguerra quando solo poche volte si beneficiava del “secondo”, perché abitualmente si usava il piatto unico di sola pasta e “scarpetta”: tempi duri!

Impensabile al giorno d’oggi perché tutti noi abbiamo problemi di sovralimentazione e combattiamo per eliminare i chili di troppo!

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Figghje e marüte, cüme li jé te l’àdda tenì !

Figghje e marüte, cüme li jé te l’àdda tenì !

Figli e marito, come li hai li devi tenere.

Ovviamente esiste anche la versione per l’altro coniuge: Fìgghje e megghjöre, cüme li jé te lì àdda tenì.

Era un obbligo imprescindibile per i coniugi, sopportarsi a vicenda fino al massimo umanamente possibile, non essendoci la possibilità di ricorrere al divorzio.

Diciamo anche che la donna non poteva mai essere economicamente indipendente, e gravava inevitabilmente sulle spalle del marito, sua unica risorsa. Forse sopportava meglio le sua mascalzonate [perché gli uomini di una volta relegavano le loro mogli a “fare la calzetta”, a non partecipare alle decisioni familiari].

Quando la convivenza era proprio impossibile, allora tó a càste e jü a chése = tu a casa tua e io a casa mia, intendendo con ‘tu’ e ‘mia’ quella dei rispettivi genitori. Una dolorosa separazione consensuale.

I figli comunque, come dicono i Napoletani, so’ piezze ‘e core = sono pezzi di cuore, anche quando diventano insensibili verso i genitori.

In questo caso, l’ho sentito con le mie orecchie, scompisciandomi dalle risate: ‘e figlie sò pièzze ‘e mèrda!

Grazie all’inesauribile Enzo Renato per il suo prezioso suggerimento.

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Fìgghje de vjicchje malembaréte

Fìgghje de vjicchje malembaréte

Figlio di vecchi maleducato.

Se un bambino nasce da una coppia di persone un po’ avanti negli anni, certamente è amatissimo, coccolato, vezzeggiato. Questo inevitabilmente porta a dargliele vinte tutte. Perciò il pupo cresce viziato, capriccioso, abituato ad agire da despota anche fuori delle mura domestiche.

Ed ecco che allora si attribuisce, giustamente, ai genitori la colpa di non avergli saputo dare una buona creanza, e solo per il fatto che sono attempati, quindi di manica larga.

Alcuni dicono, con la stessa valenza sopra descritta: fìgghje süle malembaréte = Figlio solo (unico) maleducato..

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Fìgghja fèmene e mala nuttéte

Fìgghja fèmene e mala nuttéte

Figlia femmina e nottataccia.

Si cita questo detto per evidenziare che si è vittima di duplice sventura.

In italiano si dice che oltre al danno c’è anche la beffa.

Anticamente, quando servivano braccia robuste per l’agricoltura e per la pesca, la nascita di una figlia femmina era considerata un po’ una sventura, almeno dal capo famiglia, perché non poteva essere d’aiuto al suo duro lavoro.

La figlia femmina poi rappresentava un debito, una cambiale, perché comportava sacrifici per poterle fornire la “dote ” se si voleva sperare di farla sposare.

Se a queste considerazioni si aggiungeva una lunga nottata passata dalla puerpera perché il parto era stato difficile, allora avveniva lo scoramento totale che ha dato origine al detto.

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Fetì a chéne murte

Fetì a chéne murte

Puzzare come un cane morto

Si usa questa iperbole per descrivere un fetore nauseabondo proveniente da una persona sozza, da un locale non aerato, dalle scarpe da tennis, ecc.  Infatti si paragona qualsiasi cattivo odore, al tanfo che si effonde dalla carcassa di un cane in decomposizione. E’ considerata pertanto la puzza per eccellenza, per antonomasia, che non esiste una peggiore, insomma, föte a chéne murte = emana un miasma insopportabile.

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Festüne murtecjille vé truànne!

Festüne murtecjille vé truànne!

Festicciole e morticini va cercando.

Questo detto va riferito a coloro che non perdono occasione per mangiare a sbafo, anche in senso figurato: cercano tutte le occasioni per divertirsi, spensierati, noncuranti del loro futuro.

In pratica: approfittatori in ogni circostanza.

Festicciole va bene: si balla e si gozzoviglia! Ma i morticini che c’entrano?

Beh, dopo aver seppellito il corpicino del bimbo, a casa dei poveri genitori delle persone pietose portavano già pronta una una cena consolatoria (vedi: cunzùle).

Ebbene qualche manigoldo non si dava indietro nemmeno in questa circostanza e ne approfittava per rimpinzarsi a ufo.

Vüje düje, festüne e murtecjille jéte truànne. = Voi due, feste e festicciole andate scovando per abboffarvi.

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Fertüne e cazze ‘ngüle: vjéte a chi l’éve

Fertüne e cazze ‘ngüle: vjéte a chi l’éve

Fortuna e cazzo in culo: beato chi li ha!

Scherzosamente, ma con una punta di invidia, si evidenzia la sorte che è stata benigna verso gli altri.

Taluni si riferiscono alla fortuna, alla buona sorte; altri materialmente proprio ad un incontro ravvicinato di tipo sessuale: dipende dai soggetti che così si esprimono, sempre con un po’ di invidia, Beato chi li ha avuti entrambi o almeno uno solo dei due!

Beato/a può essere l’avversario in una partita a carte, il vincitore di un premio, colui che fa strage di cuori, un commerciante con florida attività, o chiunque altro che abbia avuto successo.

Il Detto nel Napoletano è lievemente diverso dal nostro. Infatti parla di sciorte = fortuna, buona sorte e di càvece nculo = calcio in culo, nel senso di spintarella, di raccomandazione. Anche questi elementi sono apprezzati da chi li riceve e invidiati agli altri che li prenderebbero volentieri se capitassero a loro.

In Campania il Detto è “pulito”. In Puglia è diventato un po’ volgarotto, ma decisamente più spiritoso, ironico, colorito e beffardo. 🙂

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Finghè la bbèlle jì pprjéte, ‘a bbrótte c’jì ggià cuchéte.

Accettabile l’avverbio fin’a cchè  =fintantoché, nel mentre.
“Nel mentre che la (donna) bella viene pregata (corteggiata), quella brutta si è già (sposata e addirittura) coricata (col marito).

La donna che sa di essere bella si crea delle illusioni e temporeggia nello scegliere!”.

Ringrazio infinitamente il dott. Matteo Rinaldi per avermi fornito questo bellissimo proverbio, con tanto di spiegazione, anticipandomelo dalla sua raccolta di oltre 1600 di prossima pubblicazione.

In altri termini ai dice che “si tira la calzetta” e in questo caso la fatalona resta con “un pugno di mosche” in mano, mentre le altre “fanno i fatti”.

Notare il raddoppiamento fono-sintattico di pprjéte, bbèlle, bbrótte, ggià.

Il parlante locale lo pronuncia  anche se lo si scrive con la consonante singola.

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Fèmmene sènza pjitte jì chése sènza tìtte

Fèmmene sènza pjitte jì chése sènza tìtte

Femmina senza seno è casa senza tetto.

Lo sguardo del giovanotto è fatalmente attratto dal volume del seno in una ragazza.

Se nota che esso è scarso, lui considera incompleta la donzella, come è incompleta una casa cui manca il tetto.

La maturità insegna che non è la misura del reggiseno a determinare la qualità della donna, ma la sua affettuosità, il suo carattere, la sua responsabilità, il suo equilibrio ecc

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