Angöre uà vedì ‘a sèrpe e già chiéme a San Pàvele

Angöre uà vedì ‘a sèrpe e già chiéme a San Pàvele

Non ha ancora visto il serpe e già chiama San Paolo.

Un proverbio che per similitudine richiama quello italiano di “Fasciarsi la testa prima di essersela rotta”.

Occorre chiarire che nella credenza popolare garganica, San Paolo protegge dai morsi delle vipere e protegge dai danni che potrebbero derivare da animali inferociti o imbizzarriti.

Vedi Sanpaulére.(clicca)

Il nome Paolo a volte viene pronunciato Pàule, ed ha le varianti in Paulüne, Pavelócce.

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Amüce e cumbére ce pàrlene chiére

Amüce e cumbére ce pàrlene chiére

Amici e compari si parlano chiaro.

Un invito a non celare le proprie mire, ad essere aperti e leali, e – come si dice in italiano – giocare a carte scoperte.

Similmente si dice anche fé ‘u patte annànze = condurre una trattativa e definire chiaramente le condizioni prima di cominciare qualsiasi prestazione o transazione commerciale in modo da evitare qualsiasi contenzioso.

Una volta, quando si concludeva un affare, bastava una stretta di mano, che aveva valore di un contratto scritto e registrato.
Una volta definito l’affare, le controparti si sentivano impegnate a rispettare i patti, e ci riuscivano senza ricorrere carte bollate ed a liti giudiziarie, magari anche a costo di rimetterci.

Roba d’altri tempi, quando i veri valori (moralità, onestà, onorabilità, impegno, senso del dovere, del rispetto, della famiglia, ecc.) erano molto sentiti.

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Ammócce chépe e scuprìsce cüle

Ammócce chépe e scuprìsce cüle

Accettabile anche la versione col verbo sinonimo scummùgghje anzichè il più antico scuprìsce.

Copri la testa e scopri il culo.

Quando la coperta è corta, figuratamente, non puoi coprirti tutto.

Si usa dire questo proverbio quando le possibilità finanziarie non consento di ottenere due vantaggi. Un po’ come quando uno vuole la botte piena e la moglie ubriaca: o l’una o l’altro.

Significa anche: nascondi un difetto e ne scopri un altro.

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Amm’aggiusté ‘i püse e ‘i velànze

Amm’aggiusté ‘i püse e ‘i velànze

Abbiamo da tarare i pesi e le bilance.

Corrisponde al proverbio italiano: mettere i puntini sulle “i”. Chiarire ogni perplessità.

Ossia: esaminare attentamente; cercare il riscontro tra quanto promesso e quanto mantenuto;
verificare ogni cosa prima di prendere una inderogabile decisione tra le controparti.

Valutare il pro e il contro.

Significa anche, in una disputa, che si devono rivedere, valutare e rettificare equamente le argomentazioni di entrambi i contendenti, non di uno solo.

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Alla squagghjéte de la növe ce pàrene ‘i strónzele

Alla squagghjéte de la növe ce pàrene ‘i strónzele

Allo sciogliersi della neve compaiono gli stronzi.

Al disgelo riaffiorano le porcherie che prima erano celate.

Il discorso è soprattutto figurato: solo quando le difficoltà e le tribolazioni sono ormai cessate, si fanno vedere coloro che avrebbero potuto dare un aiuto, e che invece si erano dileguati al momento del bisogno.

Falsi amici, profittatori, egoisti, menefreghisti: insomma stronzi!

L’amico Giuseppe Tomaiuolo suggerisce, credo a ragione, una ainterpretazion e del Detto:

Quando, col tempo, i fatti si chiariscono, si evidenziano le malefatte.

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Alla settandüne, làsse a megghjèrete e mjinete söpe ‘u vüne

Alla settandüne, làsse a megghjèrete e mjinete söpe ‘u vüne

(Arrivati alla) settantina, lascia perdere tua moglie (perché faresti flop) e trova piacere con un buon bicchiere di vino.

La saggezza popolare dà questo suggerimento bonario al marito che perde colpi.

Non so se il Viagra può modificare questo proverbio. Forse la moglie settantenne, avendo da tempo seppellito certi desideri, troverebbe fastidioso il ringalluzzimento artificale del consorte.

Proverbio simile a quello che pone l’alternativa fra la cantina e la sacrestia.

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Alla settandüne o alla candüne o alla sagrestüne

Alla settandüne: o alla candüne o alla sagrestüne

(Arrivato) alla settantina, (l’uomo si orienta) o all’osteria o alla religione (alla sacrestia).

Questo proverbio evidenza la caducità dei sensi dovuta all’avanzare della vecchiaia.

Veramente una cinquantina d’anni fa si citavano i sessantenni. Allora, per la vita logorante che si conduceva, le donne e gli uomini a 50 anni erano già considerati semi-invalidi.

Ora le cinquantenni sembrano ragazzine e i sessantenni sono ancora vitalissimi e galletti. Perciò ho volutamente spostato l’età a settanta.

Questo proverbio è simile a quello che suggerisce di lasciare la moglie per il vino.
Il termine sagrestüne dai giovani di oggi viene reso sagrestüje, più simile all’italiano perché, contrariamente ai propri nonni semi-analfabeti,  tutti hanno frequentato la scuola dell’obbligo.

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Alla lambe…

Alla lambe…

Per questione di spazio trascrivo qui il detto:

«Alla lambe, alla lambe,
e chi möre, e chi cambe,
e chi cambe alla furcjüne
e ze’ mòneche ‘i Cappuccjüne!
»

= Davanti alla lampada votiva del cimitero, (sta) chi muore e chi vive, (c’è) chi vive (pensando sempre) alla forchetta (come lo) zio frate dei Cappuccini.

Era questa la fase iniziale del gioco dei quattro cantoni che si giocava in cinque all’incrocio di due strade.

Era una specie di sorteggio per stabilire chi doveva andare “sotto”, e cercare di conquistare il cantone mentre gli altri quattro se lo scambiavano.

Dunque, un bambino si metteva al centro del crocevia, con un braccio sollevato e la mano piegata in modo che il palmo fosse rivolto verso terra. Gli altri quattro con l’indice toccavano il palmo della sua mano.

Allora si cantava insieme questa specie di filastrocca, sul motivo di giro-girotondo, al termine della quale ognuno lasciava la “lambe” e cercava di raggiungere velocemente uno dei quattro cantoni.

Chiaramente i concorrenti erano cinque e gli angoli quattro: uno restava necessariamente “fuori” e perciò andava “sotto”.

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Alì caggéne, ‘u pèsce a mére!

Alì caggéne, ‘u pèsce a mére!

Attento, gabbiano, il pesce è in mare!

Dalla riva i bambini gridavano ai gabbiani, modulando due note discendenti (sol-sol, mi-mi): Alì, caggéne, ‘u pèsce a mére! = Attenzione, gabbiano, c’è un pesce a mare, proprio sotto di te!

Insomma indicavano ai volatili che nei paraggi c’era una preda, come se quelli fossero distratti.

Lo scopo era dell’invito era di vederli in azione mentre si tuffavano. Erano convinti che se non avessero gridato, i poveri animali sarebbero rimasti a pancia vuota…

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Ajire chésa-chése, e jògge ammizz’a chése

Ajire chésa-chése, e jògge ammizz’a chése

Ieri gironzolava per casa, oggi giace in mezzo alla casa.

Un Detto che evidenzia la caducità della vita.

Ossia: ieri il soggetto era dedito tranquillamente alle sue incombenze in casa, e nulla ne faceva presagire la morte imminente.
Oggi è disteso sul catafalco in mezzo alla stanza più grande della casa, per la veglia funebre in attesa delle esequie.

Mi fa venire a mente il famoso memorabile distico lapalissiano:

Monsieur de Lapalisse à la bataille de Pavie,
un quart d’heure avant sa mort, c’était encore en vie

Il Signor di Lapalisse, alla battaglia di Pavia, un quarto d’ora prima della sua morte era ancora in vita.

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