Agghje fàtte pe ffàrme ‘a cröce e me so’ cechéte l’ùcchje
Ho agito per farmi il Segno della Croce mi sono colpito un occhio.
Talora anche la migliore delle intenzioni, se la giornata è storta, può rivelarsi perniciosa.
Agghje fàtte pe ffàrme ‘a cröce e me so’ cechéte l’ùcchje
Ho agito per farmi il Segno della Croce mi sono colpito un occhio.
Talora anche la migliore delle intenzioni, se la giornata è storta, può rivelarsi perniciosa.
Addumànne all’acquarüle: l’acque jì frèške?
Chiedi all’acquaiolo se l’acqua è fresca.
È una domanda oziosa, retorica, di cui si conosce già la risposta.
Questo si dice quando qualcuno vanta se stesso o i propri prodotti.
Sarebbe come se qlcn chiedesse a Tarzan se il pesce che ha sul suo banco al mercatino è fresco: che cosa risponderà il nostro simpatico pescivendolo secondo voi?
Addj’ c’ha fatte staggjöne va fé vjirne
Dove hai trascorso l’estate vai a passare l’inverno.
Un po’ come la storiella della cicala, che ha cantato spensierata per tutta l’estate, mentre la previdente formica raggranellava scorte nel suo granaio.
Al primo gelo la imprevidente cicala chiese cibo alla formica.
La risposta appare nel titolo.
È un monito ad essere previdenti, a risparmiare, a non sprecare il tempo inutilmente: i tempi di magra sono imminenti e immanenti.
Addrìzze vignetjille quann’jì angöre tenerjille
Raddrizza il virgulto quando è ancora tenero.
Alcuni, invece del verbo addrizzé =raddrizzare, usano il verbo (clicca→) chjeché = piegare, ma ciò non cambia minimamente il significato di questo Detto.
Ossia è meglio correggere subito un difetto, altrimenti non si potrà più eliminare. Rimandare la cosa diventa del tutto inutile.
Il che vale per le persone, gli animali domestici, le apparecchiature, ecc.
Questo proverbio si cita, ad esempio, quando ormai un bimbo è grandicello ed evidentemente mostra segni di cattiva educazione. Insomma i figli vanno educati da piccoli.
Il virgulto, specie quello dell’albero di olivo, è chiamato vinghje o vignetjille (ant. vignetìdde) Si adoperavano per farne cesti, canestri e robusti panieri.
Addjì ca fé jàrre, addjì ca fé zàrre
I due termini jarre e zarre non hanno un loro proprio significato, perché sono associati in questo Adagio solo per la rima.
Il Detto si cita per indicare una persona lunatica che a talvolta abbonda e a talaltra scarseggia nelle sue relazioni con il prossimo.
Insomma il soggetto in certe circostanze si mostra estroverso e in altre è introverso. Ma anche in generosità e grettezza. Insomma ha spesso due atteggiamenti in antitesi.
Sempre in antitesi deve intendersi il comportamento di chi dà importanza alle sciocchezze e non dà peso alle cose importanti.
Per deduzione si può assegnare a jarre il significato di scarso, ed a zarre quello di eccessivo
Dice il lettore Francio: «Io me lo ricordavo come: “addjì ca fe jarre, allà fé’ zarre…” E’ una mia storpiatura?»
Mi sono informato.
Se dico come appare nel titolo, specifico che lo sciagurato in un luogo fa lo sciupone, e in un altro luogo il taccagno, ossia due cose in antitesi eseguite in due posti diversi.
Simile al Detto: Jàlle de chjàzze e tróvele de chése.(←clicca)
Invece, nel modo in cui lo ricorda Francio – che, a mio avviso, non è nello spirito di questo detto – sembra che le due cose debbano avvenire nello stesso luogo: dove hai scialato là vai a stringere la cinghia. Un po’ come la cicala e la formica. Dove hai fatto l’estate vai a fare l’inverno.
Grazie per le attenzioni dei lettori. È la finalità di questo lavoro, quello che io cerco sempre!
Non abbiate timori a replicare. Lo ripeto spesso: io esprimo le mie opinioni, che possono essere sempre opinabili.
Addjì ca arrevéme, chjandéme ‘u zìppere
Dove arriviamo piantiamo uno stecco, uno zìpolo (←clicca)
Ossia per oggi basta così.
Si usa citare questo detto per evidenziare che ogni cosa richiede il suo tempo per essere ultimata. Arriviamo dove possiamo. Poi pausa.
Credo che il Detto tragga origine dal mondo rurale. Nei lavori sui campi, se si prevede di non terminare l’opera in corso di esecuzione, figuratamente, si pianta uno stecco, in modo che l’indomani si possa riprendere esattamente da quel medesimo punto.
Si pronuncia questo Detto anche quando uno onestamente mostra i propri limiti, come dire “queste sono le mie forze” o “faccio quello che posso”. Insomma ci si ferma quando le possibilità – fisiche, economiche, intellettuali – non permettono di andare oltre.
In dialetto barese la frase è molto stringata: «Addò arrive, chiande ‘u zippe»
Adda sènde lu škattüsce!
Sentirai lo scoppiettio!
Significato: A breve avrai una spiacevole sorpresa!
È un modo di dire che si comprende appieno solo se si conosce il frecàbbele da cui deriva.
Bisogna riassumerlo qui in poche parole.
Un commerciante disonesto vendeva alla fiera dell’olio alimentare adulterato e un po’ annacquato a poco prezzo.
Un altro losco individuo girava per acquisti nella stessa fiera cercando di spacciare soldi falsi.
Si incontrarono, conclusero presto la trattativa e la compravendita.
Il falsario si compiaceva del suo successo e rivolgendosi mentalmente al venditore gabbato pensò:
“Quanne scange, a da sènde ‘u chjanda-chjande!”= Quando andrai a scambiare i soldi sentirai lo sconforto, perché solo allora ti accorgerai che io ti ho rifilato moneta falsa!
A sua volta il venditore di olio, credendo di essere stato furbo, pensò alle spalle del cliente truffato: “Quanne früje, a da sènde lu škattüsce!” = Quando andrai a friggere sentirai lo scoppiettio!
Difatti l’olio in padella, se contiene parti di acqua, sfriggola, crepita, scoppietta. Il rapido evaporare dell’acqua a causa delle alte temperature raggiunte dall’olio, provoca pericolosi schizzi e scoppiettii.
Insomma, la morale del detto è: Chi la fa l’aspetti.
Qlcu pronuncia škattüje ritenendo škattüsce un po’ rozzo.
Add’jì ca sté góste, ‘nce sté perdènze
Dove c’è gusto, non c’è perdita.
Se una cosa piace a me, mi garba, è di mio gusto, non deve interessare agli altri, che non hanno nulla da perdere.
La tua libertà finisce esattamente dove comincia la mia libertà.
Add’jì ca stanne i cambéne, stanne i putténe.
Dove stanne le campane, stanno (anche) le puttane
Qualcuno ha aggiunto una variante:
Decètte ‘a vècchje abbascia-mére: «Add’jì ca stanne i cambéne, stanne i putténe» = Disse la vecchia giù alla marina: “Dove stanno le campane, là ci sono le prostitute.”
Questo antico proverbio non vuole proprio indicare il campanile quale ricettacolo di prostitute, perché il significato va inteso ovviamente in senso figurato.
Infatti il Detto vuole sottolineare quello che la vita ci mostra ogni giorno. All’interno di qualsiasi comunità, si può trovare il bene e il male. In essa c’è tanta brava gente, ma inevitabilmente anche qualche cattivo soggetto.
In italiano esiste un Adagio che recita: “ogni mondo è paese” per dire che le stesse cose tipiche della natura umana, virtù e nefandezze si trovano dovunque.
Vogliamo elencarle? Laboriosità, onestà, moralità, talento, moderazione, ecc., Ma anche: spirito di sopraffazione, ingordigia di denaro, scaltrezza, meschinità, spregiudicatezza nelle trattative sempre a discapito altri, codardia, egoismo, venalità, ecc. ecc.
Coraggio!…. “Io, speriamo che me la cavo” (cit. Marcello D’Orta, 1992)
Acque ca nen chjöve ‘ngjile ce tröve.
Acqua che non piove in cielo si trova.
Variante sempre in rima: Acque ca nen fé ‘ngjile sté = acqua che non piove in cielo sta.
Il proverbio è un po’ consolatorio quando i contadini si lamentano per le scarse precipitazioni che potrebbero compromettere i loro raccolti.
Citando il proverbio è come se sperassero in cuor loro: se l’acqua si trova il cielo, quindi, presto o tardi cadrà sui nostri campi.
Una volta, quando la Fede era più sentita, si facevano novene e processioni per auspicare la pioggia: vi assicuro che funzionava.