Tag: sostantivo femminile

Sciasciòsce

Sciaciòsce s.f. = Prozia

Indica la sorella del nonno o della nonna che, nelle famiglie patriarcali di una volta, rimasta zitella o vedova senza figli, veniva accolta in casa di un/una nipote.

Quindi era una zia per i genitori e una prozia per i figli.

La brava donna non voleva sembrare un sovrappeso e perciò si rendeva utile all’andamento della casa, prestandosi a stirare o a badare alla cucina o ai nipotini.

Quasi sempre era una figura positiva. Dolce e simpatica, prudente e riservata, poche parole e molti fatti. Soprattutto non interferiva mai nei fatti dei coniugi che la ospitavano.

Non esiste il termine corrispondente al maschile.

Con questa parola c’era un gioco di parole, quasi uno scioglilingua che diceva così:
Sciasciò, ‘a scìtte o ‘a scètte ‘a sciòtte?
Tradotto in parole comprensibili significa: Cara zia, la butti tu o la svuoto io l’acqua di cottura della pasta?

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Sciösce

Sciösce agg = Sciatta

Persona trascurata, sozza sia negli abiti e sia nella persona. Generalmente si indicano persone di sesso femminile.

Potrebbe derivare de scescéte= scarmigliato, arruffato, scapigliato, con i capelli scomposti dal vento o non pettinati per pigrizia…..

Teoricamente si potrebbe scrivere anche Šöše, con i segni speciali dell’alfabeto, ma non me la sono sentita…..

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Scescelècchje

Scescelècchje s.f. = Sonagli, bubboli

Sferette metalliche cave, con fessura, contenenti una pallina di ferro.

Quando vengono agitati, i bubboli producono un suono tintinnante.

Si adoperano, singolarmente o in serie, per adornare collarini di gatti, finimenti per cavalli, o anche certi costumi carnevaleschi.

Mi risulta che scescelècchje, data la sua assonanza con muscelècchje, si possa usare anche per indicare una ragazza che si è ridotta pelle e ossa o per una dieta troppo severa, o per amore, o purtroppo per una malattia.

Madònne, ‘sta uagnöne, c’jì fatte ‘na scescelècchie! = Madonna, questa ragazza si è svuotata come un sonaglino.

Il termine scescelècchje viene usato. anche al maschile scescelìcchje in senso figurato per indicare oggetti di scarso valore, chincaglieria, cianfrusaglia.

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Strevìgghje

Strevìgghje  s.f. = Cianfrusaglie.

Con voce più antica si diceva anche strembìgghje.

Oggetti eterogenei conservati in attesa di un loro improbabile utilizzo in lavori di bricolage.

Quacche jùrne agghja fé la jettéte de strevìgghje! = Uno di questi giorni mi libererò di questa cianfrusaglia!
(Clicca qui→ Scerpetìgghje)

Azzardo una  (im)probabile etimologia: la parte iniziale del sostantivo (stre-) potrebbe significare “extra e la desinenza vìgghje sarebbe una storpiatura di vicchje (vecchi). Quindi strevìgghje = extravecchi = oggetti stravecchi inutilizzati.

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Scenüsce

Scenüsce s.f. = Carbonella accesa.

Cenere calda con qualche residuo nodino di rüsce ancora accesa, che si allargava con la paletta per godere gli ultimi tepori del braciere.

Deriva dal latino  ex+cinerem (da cenere).

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Sceddechéte

Sceddechéte s.f. = Folata, ventata, convulsione

1) Sceddechéte s.f. – Descrive una folata improvvisa di vento abbastanza intensa da fare stormire gli alberi o addirittura far rovesciare le imbarcazioni. Sin: ruffeléte = raffica (di vento, non di mitraglia…).

2) Sceddechéte s.f. – Fase convulsiva che fa contrarre e rilasciare velocemente i muscoli interessati. In questo caso il termine proviene dal verbo sceddeché = agitare le ali (scìdde, o scìlle) [*], ma non in volo.

Il movimento frenetico delle ali di un volatile, che tra l’altro crea ventilazione, mi fa venire a mente quando mia madre uccideva il galluccio recidendogli la carotide.   La bestiola dapprima sceddecöve velocemente, e successivamente rallentava sempre più i suoi  spasmi alari.
Sinonimo: strìseme = convulsioni.

3) Sceddechéte agg. – Malridotto. Scherzosamente descrive qlcn che decisamente non è in buona forma fisica o mentale. Ha perso smalto, brio o vigore, come un galletto abbacchiato, dopo aver sbattuto a lungo le ali ed ha esaurito le forze. Accostatelo all’esempio del galluccio del punto precedente.

[*] Nota linguistica:
Moltissimi termini che nella prima metà del ‘900 terminavano in -dde (cepodde, cavadde, cappjidde, jaddüne, ecc.) nella parlata odierna vengono pronunciati con la finale in -lle (cepolle, cavalle, jallüne…) ad eccezione di jaddenére che ha mantenuto la forma originale..

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Scazzètte

Scazzètte s.f., sopr. = Zucchetto

Con questo nome vengono identificati alcuni tipi di copricapi.

1) Il pileolo, ossia lo zucchetto, quel copricapo a forma di calotta emisferica a otto spicchi, indossato dagli ecclesiastici. È di colore diverso a seconda del loro grado gerarchico, usato dagli alti prelati cattolici sotto la mitra; bianco per il papa, porpora per i cardinli, rosso per i vescovi. Quello nero è usato dagli Ebrei nelle Sinagoghe, sia dai Rabbini, sia dai fedeli;

 

 

2) la cuffietta dei neonati, con due nastri che si annodavano sotto il mento per evitare che cadesse. Era diffusa l’usanza di fé lavé ‘a scazzètte=far lavare la cuffietta da qlcu.

Il gesto equivaleva alla designazione ufficiale della futura madrina di battesimo. Rarissime volte la prescelta rifiutava di diventare la comare di Battesimo: accettava, e come gesto d’amore concreto verso la creatura, si prendeva cura di lavare a casa sua la prima cuffietta indossata dal/la figlioccio/a;
.
3) il berretto da notte di lana grossa fatto all’uncinetto, che gli anziani indossavano per proteggersi dal freddo durante il sonno in inverno. In italiano dicesi papalina.

Esiste anche un soprannome Scazzètte attribuito alla fam. Sportiello

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Scarièlle

Scarièlle s.f. = Tarallo pasquale

Le scarièlle sono confezionate con farina, zucchero e uova. L’impasto viene tirato a ciambella, cotta al forno nella solita ramöre larga imburrata.

In Terra di Bari e nel Salento le chiamano scarcelle o anche scarcedde.

Le ciambelle, larghe anche 20 cm, vengono spalmate di giulebbe (impasto cremoso di chiare d’uovo montate a neve e abbondantissimo zucchero) e cosparsi di confettini colorati.

In tal modo diconsi ‘ngeleppéte = glassate

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Scarfògghje

Scarfògghje s.f. = Tegumento

[da Wikipedia: In biologia e anatomia, viene genericamente definito tegumento qualsiasi membrana o tessuto di varia natura che svolga una funzione di rivestimento e protezione di un organo o di un intero organismo].

Specificamente in dialetto si definisce scarfògghje quella pellicola vegetale che ricopre ogni strato dei bulbi in genere: di cipolla, di muscari (lambasciüne). Al plurale la “o” si pronuncia stretta: ‘i scarfógghje.

La pellicina interna è piuttosto morbida, quasi diafana.

Quella esterna quando la cipolla viene appena sterrata è ancora umida. Dopo un po’ si asciuga, protegge gli strati inferiori, ma è ugualmente sottile e fragile.

Gli anziani spesso ci dicevano che la nostra vita va riguardata perché essa è fragile e delicata come ‘na scarfògghje di cipolla. Era l’immancabile invito alla prudenza, che partiva da persone considerate sempre maestri di vita, un’importente fonte di insegnamento per noi ragazzi della nostra epoca.

Questo monito sarebbe quanto mai necessario adesso, verso la gioventù moderna che non riconosce alcun punto di riferimento morale, e si lascia andare, cedendo alle lusinghe dell’alcol, della spericolata velocità, dai rave-party, dalla droga… La cultura della morte, non della preziosa e irripetibile vita.

Mi voglio fermare qui: io mi devo occupare solo della parte letteraria di questa rubrica, senza sconfinare (troppo) in altri campi! Sono partito dalla foglia di cipolla e sono aapprodato nell’etica.

Ringrazio Tonino Starace per il suggerimento di scarfògghje.

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Scardapèlle

Scardapèlle s.f. = Pesce salato o essiccato

Generalmente i nostri nonni si riferivano a sardine e alici sotto sale.

Questo procedimento di conservazione – strati di acciughe e strati di sale tenuti sotto un peso per favorirna la fuoriuscita di liquido – disidratava i pesci li rendeva quasi solo pelle e lisca.

Credo che ìi scardapèlle siano le sardine e le alici che hanno superato il punto giusto di frittura, e quindi involontariamente diventate croccanti, a causa della riduzione dello spessore del filetto attaccato alla lisca centrale.

Figuratamente in forma aggettivata scardapèlle designa una persona molto magra. Come dire: pelle e ossa.

Ringrazio il lettore Amilcare Renato per il suggerimento.

Invito i lettori a replicare  qualora avessero una definizione più azzeccata.

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