Tag: sostantivo femminile

Checuzzèlle

Checuzzèlle s.f. = Zucchina

Deriva da checòzze = zucca.

È ammessa anche la pronuncia cucuzzèlle.

Pianta proveniente dall’America centrale.

La grande famiglia delle Cucurbitacee comprende molti tipi di zucca, dalla forma e dalle dimensioni molto varie. Wikipedia dice che essa comprende circa 825 specie suddivise in 119 generi.

Quelle note come zucchine (Cucurbita pepo), sono consumate acerbe.

Come in italiano, si può usare sia il maschile cucuzzjille = zucchino, sia al femminilecucuzzèlle=zucchina.

Al plurale è invariato. Ad esempio: düje cucuzzjille, e döje cucuzzèlle = due zucchini/e.

Quelli che dicono ‘i zuccüne parlano un dialetto geneticamente modificato…

Cucuzzjille è un noto soprannome locale.

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Checòzze

Checòzze s.f. = Zucca

  Pianta erbacea annuale della famiglia delle Cucubirtacee.

Quelle utilizzate a scopo alimentare sono le zucche “massime” (Cucurbita maxima), tondeggianti, grandi fino a superare i 10 kg e con la polpa di colore giallo vivo.

Esistono anche quelle grandi e di forma allungata, sempre con la polpa gialla. I botanici la distinguono col nome di(Cucurbita moscata).

Anche i fiüre checòzze = fiori di zucca, sono commestibili.

Etimo latino cucutia (leggi cucuzia)

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Cerratüre

Cerratüre s.f. = Cipiglio

Taluni pronunciano con una sola “r”, ceratüre.

Sguardo torvo, occhiata minacciosa, viso arcigno, espressione severa.

Pàteme nen m’ho déte méje: abbastöve ‘na cerratüre = mio padre non mi ha dato mai (una sberla correttiva): era sufficiente una sua espressione severa.

Si usa scherzosamente anche per evidenziare una straordinaria somiglianza fra consanguinei.

Töne ‘a stèssa cerratüre du pétre. = Ha la stessa sembianza del padre.

Deriva dall’italiano cera, nel significato di espressione (buona cera, cattiva cera)

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Cerése

Cerése s.f. = Ciliegia

Frutto del ciliegio (Prunus Cerasus), costituito da una drupa polposa e succosa di colore rosso più o meno intenso.
Gradevolissimo per il suo gusto leggermente acidulo.
La varietà  (clicca→)Ciliegia Ferrovia, molto apprezzata, è coltivata in Terra di Bari (Turi, Sammichele).

L’etimologia del termine è greca (κέρασος = cherasos) passato al latino (cerasum cerasus).
In tutti i dialetti del Sud Italia è chiamata cerasa o cirasa. Nei Paesi di lingua neo latina il nome si richiama a quello scientifico di Linneo, cioè Cerasus.

Per curiosità ho cercato il nome nelle varie lingue:
cereza spagnolo
cerise francese
cireaşă romeno
cereja portoghese
κέρασι greco moderno
ecc. ecc.

La forma tonda e rossa della ciliegia ha suggerito in nome ad una varietà di pomodorini (i ciliegini) e ad una specie di peperoncino piccantissimo (i ceraselli)

(Foto tratta dal web)
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Cepolle

Cepolle s.f. = Cipolla

La cipolla è una pianta erbacea biennale della fam. delle Liliaceae (Allium cepa).

La sua coltivazione è molto antica e risale agli Egizi nel IV millennio a.C.; oggi è coltivata in tutto il mondo.

I bulbi di cipolla sono ampiamente impiegati in cucina per preparare minestre, carni, sughi, insalate, ecc.

Proprietà terapeutiche: antibatterica e antinfettiva, stimola la funzionalità renale favorendo l’eliminazione delle scorie azotate e combatte i vermi intestinali.

Fino agli anni ’50 in dialetto si diceva cepodde, ma i termini contenenti o teminanti in -dde (cavadde, chése-cavàdde, cepodde, martjidde, jaddüne, jaddenére, jaddócce, , ecc.) erano ritenuti rozzi, e perciò si sono gradualmente “civilizzati” in -lle.

I nostri contadini preparavano una rustica zuppa di cipolle (‘a cepulléte), antesignana della raffinata soupe d’oignons dei Francesi. La nostra zuppa ruspante aveva bisogno solo di molte cipolle, un uovo a testa e di un filo d’olio. Vi assicuro che se l’assaggiassero i Francesi si andrebbero a nascondere perchè la loro tanto decantata soupe ci perde in gusto e aroma.

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Cendrèlle 

Cendrèlle s.f. = Bulletta o borchia

Piccolo chiodo con la capocchia larga, usato spec. da tappezzieri per guarnizioni di divani, e dai calzolai.

Sono ormai introvabili. Erano un po’ come le puntine da disegno, ma con la testa a cupola, rigate, resistentissime al logorio.

Non tutti sanno che le scarponi degli Alpini avevano la suola con 23 bullette ciascuna, disposte a perimetro perché potessero avere maggiore presa sul ghiaccio o sui terrreni molli.

Ricordo il numero 23, perché ho letto, credo in “Storia d’Italia” di Montanelli-Gervasio, di quella volta che Vittorio Emanuele III, Re d’Italia, volle informarsi in tutta serietà da un Ufficiale degli Alpini, impegnato con i suoi uomini nelle operazioni belliche nella Prima Guerra Mondiale, quante fossero le bullette degli scarponi, come se il numero delle bullette rappresentasse il maggior problema del momento….

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Cemöse

Cemöse s.f. = Cimosa, orlo

Bordura laterale delle pezze di stoffa fatta di tessuto più resistente.

Il sarto, dopo aver bagnato la stoffa prima di utilizzarla, pazientemente eliminava la cimosa.

Se il tessuto era particolarmente grosso, si arrotolava la cimosa, la si fissava con dei punti in modo da ottenere il cosiddetto ‘cassino’ o ‘cancellino’ per togliere le scritte di gesso dalla lavagna. Lo conosciamo tutti.

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Cègghje

Cègghje s.f. = Ciglio, palpebra

Ciascuno dei peli ricurvi disposti sul bordo della palpebra a protezione dell’occhio.

Anche la linea di tali peli.

Deriva dal latino cilium = palpebra

Da non confondere con cìgghje (←clicca) che viene dal latino aculeus = aculeo, punta e pungere

Poiché i peli sono numerosi, generalmente si citano al plurale ‘i cègghje = le ciglia.

Vüte a quà, me sènde pungeché, angöre jì trasüte ‘na cègghje jìnd’a l’ùcchje = Guardami qui, mi sento pungere, putacaso fosse entrato un ciglio nell'(orbita dell’)occhio.

Con un termine più antico, ormai in disuso, di diceva ‘i papèlle de l’ucchje, forse derivato da palpebra.

Stéche sèmbre a lagremé, vüte angöre tènghe ‘na cègghje jind’a l’ùcchje = Sto sempre a lagrimare, vedi se ho un ciglio nell’occhio.

Per estensione in dialetto si usa chiamare cègghje anche le sopracciglia.

Mariètte ce spüle ‘ i cègghje = Mariella si depila le sopracciglia.

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Cecòrje

Cecòrje s.f. = Cicoria comune

In dialetto è conosciuta anche con il diminutivo cecurjèlle.

È una pianta erbacea, perenne con vivaci fiori di colore celeste, appartenente alla famiglia delle Asteraceae. (Cichorium intybus), da non confondere con quella orticola. È presente in Italia, nei campi, nei prati, in terreni incolti.

Viene riconosciuta anche dai meno esperti perché il fusto della pianta è di forma zigzagante.

In cucina si possono utilizzare le foglie per preparare insalate sia crude che cotte, saporite, ma decisamente amare.
In Puglia “fave e cicorie” è diventato un piatto tipico: foglie di cicoria campestre lessate e condite con abbondante purè di fave e olio extravergine di oliva.

In passato,soprattutto nel periodo bellico, le radici tostate, venivano usate come succedaneo del caffè. La coltivazione di cicoria a questo scopo, ebbe un grande impulso in seguito al blocco continentale, quando Napoleone si oppose all’importazione della canna da zucchero e anche del caffè.

Era conosciuta fin dai tempi antichi, prima come pianta medicinale, e poi come alimento.

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Cecèrchje

Cecèrchje s.f. = Cicerchia

La cicerchia è una pianta leguminosa annuale (Lathyrus sativus) appartenente alla fam. delle Fabacee, che assomiglia alla veccia e contiene nei suoi bacelli dei semi poco più grandi dei piselli ma più schiacciati.

Le cicerchie si trovano solo secche, e vanno sottoposte a un lungo ammollo prima di cuocerle. L’acqua di ammollo va eliminata poiché contiene una sostanza che può dare problemi al sistema nervoso.

La cicerchia è un legume ormai quasi dimenticato, è coltivato solamente in alcune zone dell’Italia centrale in quantità ridotta. Il motivo di abbandono della loro coltivazione va ricercato nel miglioramento delle condizioni di vita.

C’è in questi ultimi anni un’inversione di tendenza per la loro importanza nella dieta vegetariana mediterranea e nell’agricoltura biologica.

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