Autore: tonino

Chjangia-chemò 

Chjangia-chemò loc.id.= Biancheria o abiti fuori moda.

“Era riferito al corredo che le mamme davano alle figlie quando si sposavano. Però i gusti delle figlie non combaciavano con quelli delle madri, ragion per cui tutti quegli indumenti non venivano utilizzati” (Amilcare Renato)

Insomma tutta la dote ‘i rrobbe (lenzuola, tovaglie, federe, camicie, tendine, centrini ricamati, sottovesti, tela per cucito, ecc.) giaceva per anni nei cassetti del comò. Occupava spazio, in attesa di essere adoperata prima o poi.

O per seguire la capricciosa moda, o per assecondare i differenti gusti, le figlie si orientavano verso altri prodotti lasciando i primi in fondo ai cassetti del comò, o nelle cassapanche per biancheria.

In questa aspettazione (vi piace questa parola?) si immaginava che questi vestiari ed effetti personali, come fossero animati, “stessero a piangere” (giacessero in attesa), auspicando di essere usati, indossati prima o poi.

Tjine tanta ggiöje de rrobbe ca sté a chjange ‘ind’u chemò e nen la pìgghje mé! = Hai tanta bella roba che giace (sta soffrendo, sta piangendo per la lunga attesa) all’interno del tuo cassettone, e tu non la prendi mai!.

In sintesi si è riconosciuto con questo chjiangia-chemò tutto il contentuto che giace per anni nel comò senza essere stato mai usato.

Al contrario tanti oggetti di biancheria da chjiiangia-chemò sono ora molto rivalutati per la loro testimonianza di un particolare momento storico della moda, del costume, del design.

Infatti, con il termine vintage, si riconosce negli oggetti fuori moda un valore aggiunto per le sue doti di qualità e bellezza, nonché per la loro testimonianza di un particolare momento storico della moda, del costume, del design.
Non si può tradurre vintage in manfredoniano. Vi rimando a spezzje andüche

Ringrazio vivamente l’amico Amilcare Renato, che mi ha riportato questa ormai desueta locuzione idiomatica, da lui sentita spesso da sua madre e da sua nonna.

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Chjanghjire

Chjanghjire s.m. = Macellaio, beccaio.

Sinonimo di Vuccjire.

Persona addetta al taglio e alla vandita di carne al minuto.

Presumo che il termine derivi da chjanghe, la base, in questo caso di legno, chiamato ceppo in italiano, su cui il beccaio appoggia il pezzo di carne prima di usare i vari coltellacci e le mannaie per spezzettarne le ossa.

Il termine è antico, ora non si usa più nemmeno vuccjire, ma si dice ‘u macellére= il macellaio…

Questo è dialetto che scompare!

Alcune persone anziane mi hanno  fatto sapere che il sostantivo ‘u chjanghjire, oltre al beccaio, indicava anche la persona addetta alla posa e alla manutenzione delle chjanghe.

Oserei tradurre scalpellino o basolatore, ossia addetto alla basolatura delle strade.

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Chjandèlle 

Chjandèlle s.f. = Plantare, soletta

Sottopiede per calzature.

Le solette sono fatte di sughero, feltro, cuoio, tessuto a spugna, ecc. e vengono adoperate per agevolare la comodità delle scarpe. Esistono solette ortopediche, e in questo caso sono specificamente chiamate plantari. Esistono anche plantari con rialzo per aumentare di qualche centimetro la statura delle persone che soffrono della loro scarsa prestanza.

Presumo che chjandèlle etimologicmente derivi da chjànde nel senso di pianta del piede con cui è destinata a combaciare e soggiacere.

In gergo volgare, per lo stesso motivo, fàrece ‘na chjandelle significava (o significa ancora): avere un rapporto sessuale.

Ringrazio il lettore Amilcare Teo Renato per il suggerimento.

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Chjànda-chjande

Chjànda-chjande s.m. = Piagnisteo.

Sconforto, afflizione, cordoglio , lamento, ecc. ecc.

Madò, so stéte au funeréle: e che chjanda-chjande! = Madonna! Sono stato al funerale: e che piagnisteo!

Chjànda-chjande: il termine dà la sensazione che il pianto sia diffuso, corale, anche se non è espresso.

A volte usato figuratamente per indicare devastazione, abbandono, rovina, desolazione, ad esempio una coltivazione finita in malora per siccità o alluvione.

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Chjamjinde

Chjamjinde s.m. = Fenditura, giuntura, fuga

Si usa generalmente al plurale. Questo termine indica fra gli Artigiani l’interstizio tra due o più elemento omogenei (dello stesso tipo di materiale).

In edilizia, ad esempio, indica la fuga fra le piastrelle della pavimentazione o del rivestimento. Talora, mediante opportuni distanziatori, le fughe sono volute ed evidenziate da una colorazione più marcata per ottenere un gradevole effetto cromatico. Ora con termine tecnico preso dalla lingua italiana, si chiamano ‘i füghe = “le fughe”.

Chjamjinde sono anche le giunture “aperte” – questa volta indesiderate – fra le basole di pietra lavica di Corso Manfredi, causa di inconvenienti ai tacchi delle scarpe femminili…

Anche nei cantieri navali le giunture nelle assi di legno del fasciame sono chiamate chjamjinde.
Per quanto si montino il più possibile accostate, lo spazio tra di esse si può colmare solo con l’operazione di calafataggio.

Si riempiono le fessure con stoppa pressata e poi si ricoprono con bitume o pece in modo che lo scafo diventi impermeabile.Operazione detta calafataggio.

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Chjamatöre 

Chjamatöre s.m. = Chiamatore

Fino a pochi decenni fa, i pescatori anziani si rendevano utili – data la scarsa propensione verso una sana e lunga dormita, a causa della carenza di sonno dovuta all’età avanzata – andando a svegliare di buon’ora quelli più giovani, invitandoli a prendere il mare e rassicurandoli sulle favorevoli condizioni meteorologiche.

Meh, fìgghje, meh, ca jì tàrde! Jàvezete e va a mére ca ‘u tjimbe jì bùne! Uhé scìttete före!

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Chjalètte

Chjalètte s.m. = Tarallini con glassa ( a occhialino)

E’ un prodotto dolciario casareccio.

Sono delle ciambelline composte di farina, zucchero, uova e ricoperte di glassa. Di dimensioni minori delle scarièlle.

Sono chiamati anche taralle ‘ngeleppéte , ossia ricoperti di giulebbe (glassa di albume e zucchero).

Si può scrivere come spesso viene pronunciato, col rafforzativo iniziale: cchjalètte.

Questi dolci fanno parte della tradizione culinaria di Pasqua di tutto il Sud Italia. Alcuni, in fase di preparazione, li cospargono di confettini colorati

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Chjachjille

Chjachjille agg. = Vile

Si tratta di un termine spregiativo. Indica una persona senza valori, sleale, di poco conto, spergiuro, vile, inaffidabile, ecc. ecc.

Nel dialetto siciliano gli uomini sono classificati secondo una precisa gerarchia: ommini, mezzi-ommini, omminicchi, e quacquaracquà.
Credo che il nostro “chjachjille” corrisponde all’ultima categoria degli infami.

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Chjachjerdöne

Chjachjerdöne agg.s.inv. = Chiacchierone/a, loquace

L’aggettivo è riferito a persona loquace, querula, che parla molto e volentieri. Caratteristiche stimate generalmente in negativo.

Il sostantivo invariabile indica la persona con queste “simpatiche” prerogative.

Il diminutivo è chjarchjolle

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Chjachjaròsche

Chjachjaròsche s.f. = Escremento animale.

Specificamente la cacca dei topi, nera e tondeggiante, o quella delle mosche attaccata ai vetri.

Anche quella degli ovini che rimane attaccata alla loro lana, quantunque abbia un nome specifico (vedi: il sinonimo tròzzele).

Per estensione qls macchia vistosa su indumenti da lavoro (grembiuli, tute, ecc.)

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