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Gghjachitemmùrte

Gghjachitemmùrte inter. = Esclamazione, (rom. li mortàcci.…)

Si tratta del riassunto della frase intera: mannàgghja a chi t’è murte! = male ne abbia chi ti è morto.

In rapporto al numero dei destinatari dell’improperio, può essere declamato anche al plurale: ‘ghiachivemmùrte.

Viene enfatizzato, sempre ad alta voce. Se non bastasse, per rincarare la dose, si aggiunge una cosa senza prendere fiato: “e stramùrte!”.

Quando lo si bisbiglia a testa bassa vuol dire che si è di fronte a qualcuno che non deve sentire, per il bene di tutti (il capufficio, il militare di grado superiore, un poliziotto che ti sta multando)

Talora, ancora più stringatamente echeggiava un trisillabo, specie se rivolto a dei monelli in fuga dopo aver combinato qualche marachella: “ghià-chì-v’è….!” e bastava questo.

Comunque jastemé ‘i mùrte=bestemmiare contro i defunti era considerata una ingiuria molto grave. La reazione era violenta, e la zuffa, anche tra adulti, finiva molto male.

I più poetici ricorrevano alla frase:
«mannagghje all’ùsse sturte
de chivemmùrte
e stramùrte!
»

Io credo solo per questione di rima, a prescindere dalla deformazione di povere ossa di quei morti.

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Gesèppe

Gesèppe n.p. = Giuseppe

Deriva dall’ebraico Yoseph, derivato da yasaph, “aggiungere”, con il valore augurale di “Dio aggiunga, accresca” (la famiglia, mediante i figli).

E’ il nome più frequente in Italia per via della sua matrice religiosa.
L’onomastico viene festeggiato per tradizione il 19 marzo in onore di San Giuseppe, padre putativo di Cristo.

Dal 1968 il giorno dell’onomastico del Santo coincide con la festa del papà.

Esistono diversi diminutivi in dialetto:
Pèppe (per le persone di riguardo Donbèppe)
Peppüne
Peppócce

Sasèppe (femminile)
Geseppüne (femminile)
Peppenjille e al femminile Peppenèlle.

Quest’ultimo nome mi fa venire a mente una nave da carico, la “Peppinella”, allestita da armatori locali nel 1956, che ebbe la sventura di naufragare proprio durante il suo viaggio inaugurale.

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Genuöse 

Genuöse s.f. = Pietanza alla Genovese

pasta-alla-genovesePietanza o intingolo con carne di vitello, molte cipolle affettate, prezzemolo, olio e sale.
La ricetta ha questo nome, ma non perché di origine genovese (come il ragù alla bolognese perché originario di Bologna).
Qualcuno afferma che è di sicura origine napoletana, o quanto meno meridionale.
Ho trovato nel web varie ipotesi sull’origine del nome “genovese”. Se siete curiosi, cliccate qui.

Le nostre antenate, che non disponevano sempre di carne, hanno adattata la “Genovese” alle seppie, decisamente più accessibili dalle nostre parti, e anche a buon prezzo (fino a pochi anni fa).

Sìcce a genuöse = Seppie alla genovese (gnam), da mangiare come pietanza o come condimento agli spaghetti, in un gustosissimo piatto unico.

Dirò che tale variante ha esaltato ancor di più il profumo e il gusto della pietanza. Con buona pace dei Genovesi.
Le nostre mamme riuscivano a preparare intingoli con i pochi ingredienti di cui disponevano. La loro fantasia abbinava semplicità, gusto e genuinità

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Gènje

Gènje s.m. = gusto, gradimento.

In italiano si dice che qlcu o qlco o qlc azione va a genio per indicare che è simpatico, gradito.

In dialetto si dice Tenì gènje = Aver genio, piacere, voglia.

Jògge nen tènghe gènje de fé njinde = Oggi non ho voglia di fare niente.

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Geniöse 

Geniöse agg. = Geniale, ingegnosa

Riferito a ragazza sveglia, che sa e riesce ad affrontare qls situazione con successo e intelligenza.

Il fatto poi che sia anche di bell’aspetto non guasta l’aggettivo, positivo di per sé.

Ritengo che derivi da ingegnoso: che è dotato di un ingegno vivace e pronto, abile nel superare le difficoltà.

Al maschile, logicamente, fa genjüse o ‘ngegnüse.

Te jà fé canòsce a Lucrèzzje: jì geniöse = Ti farò conoscere Lucrezia: è una ragazza bella e in gamba.

Ringrazio il lettore Vito che mi ha rammentato questo termine.

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Gelècche 

Gelècche s.m. = Panciotto

Corpetto senza maniche da portare sotto la giacca.

Termine francese gilet (leggi gilè) passato nel nostro dialetto un po’ storpiato.

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Gattò 

Gattò s.m. = Torta in genere (dolce o salata).

Chiedete alle vostre mamme se conoscono il famoso gattò di patate. Una delizia al forno molto morbida e profumata. Parola derivante dal francese Gateau (pronuncia gatò) = torta, pasticcio.

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Gratta-mariànne

Gratta-mariànne s.f. = Granita

Prodotto di gelateria formato da ghiaccio tritato con sciroppo.

La definizione del vocabolario Sabatini-Coletti è un po’ troppo striminzita

Ghiaccio tritato e posto in bicchiere con sciroppo di menta, orzata, amarena ecc. Si gusta lentamente con un cucchiaino.

Una volta si otteneva “grattando” il blocco di ghiaccio (‘u cannùle) con un’apposita pialletta metallica dotata di contenitore dal coperchio snodato.

Dentro di esso si accumulavano i detriti man mano che si raspava la colonnina di ghiaccio.

Una volta riempito, si sollevava il coperchio e si faceva scivolare la massa granulosa di ghiaccio dentro il bicchiere, ove si condiva con abbondante sciroppo di frutta ‘u sènze = l’essenza

Gratte, gratte la Marianne, ca chjù gratte e chjù guadagne! = Gratta, gratta, Marianna, ché più gratti/o e più guadagni/o.

Da questo grido dell’imbonitore, rivolto alla sua aiutante, moglie o figlia che sia, è nato il nome popolare della granita.

Successivamente fu introdotta un macinino con manovella laterale, a rotella, per la triturazione del ghiaccio.

Si introduceva il ghiaccio dall’alto in pezzi grossolani ottenuti con lo scalpello dal blocco intero e si azionava la macina. Passato attraverso il trituratore, esso scendeva sminuzzato direttamente nel bicchiere.

Le granite più stuzzicanti si vendevano in un chiosco sotto il castello, gestito da Vincenzo detto Gemì “Garebbalde”, (gli Alleati lo chiamavano Jimmy).

Costui, furbescamente, faceva anche credito ai ragazzi momentaneamente scarsi di moneta. Vi assicuro che Gemì ci ha rimesso nemmeno un centesimo perché sapeva che gli adolescenti sono tutti ciecamente affidabili.

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Gagarjìlle 

Gagarjìlle s.m. = Elegante

Il termine, che deriva da “gagà” (giovane affettato, che ostenta eleganza e raffinatezza), era molto in voga nella moda degli anni ‘50,

Io lo ricordo bene. Quando avevo 16-17 anni, e mi vestivo con abiti appropriati per andare a ballare sulle terrazze, indossavo:

-il pantalone lungo di makò (cotone egiziano molto fine),
-la camicia bianca di nylon con gli immancabili stecchini per reggere dritto il colletto,
-la cravatta rossa,
-il gilet double-face rosso o nero,
-la giacca “a pioggia” cioè di tessuto sulla cui superficie a vista affioravano, come tanti piccolissimi nodi, tanti punti colorati con svariate gradazioni di beige.

Le ragazzotte dicevano tra di loro (ma io captavo): “Guard’a jìsse, c’jì vestüte accüme a ‘nu gagarille!”… = Guarda lui, si è vestito come un dandy!

Beh, mi faceva proprio piacere sentirlo dire…

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