Ogne pöche aggiöve

Ogne pöche aggiöve

Ogni “poco” giova = poco è meglio di niente. Anche un piccolo aiuto può giovare alla mia condizione di disagio.

Molte volte viene enunciato con cadenza garganica, usando pìcche al posto di pöche = poco, per rafforzare il detto, e dargli più credibilità, come se provenisse dal Saggio della montagna…

“Ogne pìcche aggióve”, decètte ‘u Mundanére…= Meglio di niente, disse il Montanaro.

Poi sappiamo anche che a cece a cece si riesce a riempire la pignatta.

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Ogne cuccuésce jì bèlle p’a mamme.

Ogne cuccuésce jì bèlle p’a mamme.

Ogne cuccuésce jì bèlle p’a mamme = ciascuna civetta è bella per sua madre (nonostante la sua bruttezza).

È la variante manfredoniana del notissimo detto napoletano: ogne scarrafone è bella a mamma soja = ogni scarafaggio è bello a(gli occhi di) mamma sua.

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Nzìcche-nanà…

Nzìcche-nanà, nzìcche-nanà, m’é ‘ccattéte ‘na püpe de pèzze, e quanne camüne sèmbe ce spèzze.

Ho acquistato una bambola di pezza, e quando cammina sempre si spezza.

Nzìcche-nanà, nzìcche-nanà, è un non-sense  ritmico.

Una filastrocca che si recita alle bambine piccolissime, reggendo la sua bambolina con le gambe e facendola alternativamente inchinare ed alzare con il busto, come se compisse una riverenza, a ritmo della cantilena.

In questo modo la bambola si muoveva e si animava, lasciando meravigliata e incantata la creaturina, che chiedeva il bis: ‘n’ata vòte = un’altra volta!

Si canticchiava quando si voleva canzonare qualche amico che si avvicinava al gruppo con andatura incerta.

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Nzéne nzéne e lu rótte porte au séne

Nzéne nzéne e lu rótte porte au séne

Si usa questa Detto se si è costretti a sobbarcarsi il lavoro altrui, magari subendone anche lo scherno, la derisione, quando se lo potrebbero fare benissimo loro stessi.

È la frase conclusiva di una favoletta dialettale che gli anziani raccontavano ai bambini.

Si trattava della scaltrissima volpe che invitò il lupo ad assaltare la dispensa del massaro. La volpe, mentre trangugiava i formaggi, aveva la furbizia di controllare ogni tanto se il volume della sua pancia fosse di intralcio al passaggio attraverso la strettoia che le aveva consentito l’ingresso. Il lupo invece mangiava ingordamente. Quando giunse il padrone, la volpe subito sgattaiolò all’esterno e il lupo rimase all’interno del magazzino e si beccò l’intuibile razione di legnate.
Il lupo rimase a terra k.o. e quella sua finissima amica, quando fu tutto tranquillo, si stese per terra accanto al lupo e finse di averle prese anch’essa: si pose un po’ di ricotta sulla testa per simuare la fuoruscita di materia cerebrale sotto la gragnuola delle randellate.
Sfrontatamente chiese al lupo se la poteva portarla a cavalcioni all’esterno, ora che il massaro era andato via, poiché era stremata dalle randellate (mai prese!). Durante il tragitto cantilenava: nzéne nzéne nzéne, e lu rótte porte au séne. Il lupo chiese che cosa stesse dicendo, e la volpe gli rispose che a causa del forte dolore stava delirando!

Se qualcuno dice che “u mùrte porte au séne” non conosce la storiella appena raccontata.

Note grammaticale: come al solito costruzione della frase è volta al dativo, (il rotto porta al sano) anziché all’accusativo ( il rotto porta il sano);
Nota fonetica: presumo che quel incipit Nzéne nzéne non sia solo per adagiarvi la rima, ma potrebbe essere la pronuncia dialettale reiterata di “non sai?” = nenzé, nenzé, nenzé?

Ringrazio il lettore Alfredo Rucher di avermi dato lo spunto per elaborare questo articolo

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Nzegné ‘a Mèsse a l’acceprèvete

Nzegné ‘a Mèsse a l’acceprèvete

Fare il saputello, il sapientone.

È una Detto molto antico. Alla lettera significa: Insegnare (come celebrare) la Messa all’Arciprete.

Come per dire: tu, che sei novellino, vieni a farmi la lezione proprio a me, che ho una lunga esperienza in materia?

Insomma cade a proposito quando qualcuno sale metaforicamente in cattedra per dare indicazioni a dei consumati marpioni…

‘U sacce! A mmè me l’adda düce! = Lo so! Lo vieni a dire proprio a me, che sono uno scaltro furbacchione dalla smisurata esperienza di vita?

Scherzosamente, sforzandosi di esprimersi in un comico improbabile italiano, una volta un giovane liceale mi rispose: “A me me lo devi dirmelo?”

Il termine Acceprèvete = Arciprete, è un po’ arcaico e – non so se ancora usato in ambito ecclesiale – designava, nella gerarchia presbiteriale, il titolo onorifico del Parroco di una Chiesa importante, oppure il primo dei Canonici del “Capitolo” della Cattedrale, scelto dal Vescovo per anzianità, per esperienza o per le sue notevoli doti di spiritualità.

Ringrazio il lettore Michele Granatiero per il suo gradito suggerimento.

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Nnüh! Che te škoppe Marze!

Nnüh! Che te škoppe Marze!

Ma guarda che ti schiocca (sboccia, fiorisce, ti reca) Marzo!

Si dice, esclamando, per una cosa o un accadimento che ti sorprende,sì, ma che era prevedibile, presagibile, o comunque possibile e immaginabile.

A Marzo uno vede il sole e le belle giornate ed esce tranquillo; poi magari rimane colpito da un tempaccio, un gran freddo o una nevicata … Che vuoi aspettarti dal mese più incostante dell’anno?

Quindi il senso è anche: “Hai visto? dovevi prevederlo!!”

L’interiezione Nnüh è un po’ dauna. A Foggia nicono : Ané, Nel barese dicono Nah, Noi pronunciamo una doppia NN.

Nella lingua parlata ha un’inflessione come di sfida i come per dire: ecco, lo dicevo io! Oppure: Ecco qua, come volevasi dimostrare O anche: Guarda gua’! Che ti dicevo io?

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Nuandanöve e jüna cjinde

Nuandanöve e jüna cjinde

Novantanove e uno cento

Simile per concetto al proverbio in lingua: Abbiamo fatto trenta e facciamo trentuno.

Ossia, se si è fatto un lavoro fino a questo punto, con un altro piccolo sforzo lo si porta a termine.

Qualche impertinente, quando qlcu citava questo proverbio, prontamente gli faceva rima:
Pìgghje ‘u cazze e strìchete i djinde” = Prendi “qualcosa” e strofinati i denti.

Ma era solo questione di rima. C’era uno spirito goliardico in queste uscite. Si scovava una rima indipendentemente dal significato.

Per esempio, a scuola, quando il Maestro chiamava: Novellese! Qualcuno sotto sotto mormorava: mìtte ‘a méne mbacce ‘a grattachése! = Poni la mano sulla grattugia.
Non significa nulla. Ma prevale il gusto irresistibile per la rima, Novellese-grattachése.

Talvolta ci scappava una scazzottata.

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Nu spavjinde véle pe cjinde

Nu spavjinde véle pe cjinde

Uno spavento vale per cento.

Un solo infortunio, centuplica la prudenza. Specie se è accaduto per propria imperizia o imprudenza.

lo spavjinde in questo caso è un monito, una punizione, un rimprovero, per educare i figli a rigare dritto.

Come quel cane che si era scottato una volta e che poi ha paura anche dell’acqua fredda.

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Nu püle de fèmene töne ‘a fòrze de teré i bastemjinde a mére

Nu püle de fèmene töne ‘a fòrze de teré i bastemjinde a mére

Un pelo di donna ha la forza di trainare i bastimenti a mare.

Ovviamente è tutto metafora per indicare l’attrattiva femminile che ha una portata incommensurabile.
Il “pelo” è una “sinèddoche”, cioè una figura retorica del discorso, che indica una parte per il tutto. (Scusate: talvolta delle reminiscenze scolastiche vengono su da sole).

E avete capito tutti che in questo caso “il tutto” è la femminilità.

Se vogliamo rifarci alla storia o alla mitologia o alla letteratura, non abbiamo che l’imbarazzo della scelta: la guerra di Troia scatenata dalla bella Elena; Betsabea che divenne vedova per mano di Davide che mandò il suo valoroso marito Uria a combattere in una zona pericolosissima, certo della sua morte, per poterla impalmare; la Contessa Castiglione inviata da Cavour graziosamente nel letto di Napoleone III per “convincerlo” ad aiutare il Piemonte contro l’Austria; la Pompadour alla corte di Luigi XV, praticamente la donna più potente di Francia; ecc. ecc.

Senza contare gli intrighi dell’era contemporanea….

Ad ogni modo, poiché non sono antifemminista, riconosco che dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna.
I Francesi usano una frase lapidaria per ogni evento di cronaca o per il successo di qualche uomo in qualsiasi campo (politica/arte/affari/ecc.) per indicarne la radice, l’origine : chechez la femme! = cercate la donna.

Nota fonetica: 
bastemènde = bastimento, intesa al singolare. Al plurale fa bastemjinde, con la “i” pronunciata molto lunga, rappresentato da ji (come carabbenjire = carabiniere) o anche con “ī” (bastemīnde).

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