Mò ce appènne Mecalànge alla cambéne

Mò ce appènne Mecalànge alla cambéne

Adesso di attacca Michelangelo alla campana (e non la smette…)

Questo modo di dire evidenzia un atteggiamento insistente, talvolta noioso, che tarda a cessare.

Evidentemente il sacrestano Michelangelo, quando iniziava a scampanare per la Funzione religiosa, suonava a distesa, a lungo, insistentemente.

‘U sinde, ‘u sinde, nen la fenèsce méje, assemègghje a Mecalànge alla cambéne: hamme capüte ‘u fàtte = Lo senti? Non la finisce mai, sembra Michelangelo alla campana: abbiamo compreso il fatto (non è necessario ribadirlo).

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Mjine ‘nu lócchele e scappetìnne

Mjine ‘nu lócchele e scappetìnne

Lancia un urlo e scàppatene.

Quando una sitazione, una circostanza è imbarazzante o perdente, all’amico si suggerisce di lasciar perdere e senza indugi.

Le nostre mamme lo dicevano quando mettevano il naso in una camera diciamo “un poco” in disordine.

Non sapendo da dove cominciare per rassettare, la poverina sgomenta si accasciava su una sedia e mormorava: škàffe ‘nu lócchele e scappetìnne, Le volete dare torto?

Ho usato il verbo škàffe che è intercambiabile con mjine. Sono corrette entrambe le versioni.

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Mjine ‘a paste!

Mjine ‘a paste!

Questo Detto scherzoso (o forse non troppo) si lancia impazientemente verso qualcuno che fa tardi a completare un lavoro, o a scendere di casa per un incombenza.

Se le cose vanno per le lunghe sorge spontaneo il grido: Seeeh, mjine ‘a paste, mjine! = Sì, cala la pasta, cala!

Ossia: l’acqua sta a bollire da un bel po’, e tu non ti decidi a sbrigarti a calare la pasta, mentre io ho premura di mangiare. Il tutto metaforicamente.

Infatti quando uno ha fame, il tempo occorrente perché l’acqua vada in ebollizione per cuocere la pasta sembra lunghissimo, e il momento di calare la pasta dovrebbe essere un po’ liberatorio: presto, così comincio a mangiare! Invece le cose vanno ancora per le lunghe.

Lo stesso urlo saliva dalla sala del Cinema Fulgor, quando il lungo bacio finale fra il protagonista del film in proiezione e la sua donna era ritenuto interminabile dal pubblico della platea…

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Mìtte na cöse mméne a ‘na möpe, quèdde l’allonghe quande ‘na zöche

Mìtte na cöse mméne a ‘na möpe, quèdde l’allonghe quande ‘na zöche

Alla lettera: metti una faccenda in mano ad una sciocca, quella l’allunga quanto una corda.

Se affidi un compito ad una persona cocciuta o inesperta, inadatta, (o, peggio,  di scarsa intelligenza), quella lo porterà per le lunghe senza concludere nulla.

Come tutti i proverbi, anche questo invita alla cautela, alla prudenza.

Morale:  commetti un’ errore madornale se assegni qualcosa di delicato, importante o pericoloso a persone inesperte.
Perciò affidati sempre a qualcuno competente.

Grazie a Pino Carpano per il suggerimento-

Mi è venuto a mente un proverbio napoletano, attinente all’argomento della competenza:

Miette ‘a mèrde mmane ‘e criature = Metti le feci in mano ai bambini.

Immagina un po’ cosa combinerebbero dei bimbetti di tre anni a pasticciare con la cacca!

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Mìtte acque e mìtte farüne…

Mìtte acque e mìtte farüne…

Detto completo:

Mìtte acque e mìtte farüne, crìsce, crìsce Sante Martüne
 = Metti acqua e aggiungi farina: cresci, cresci, San Martino.

Un augurio che la massaia faceva a se stessa quando impastava in casa il pane per il fabbisogno settimanale.

Vedi Sante Martüne, e benedüche

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Mìtte ‘u bóste ca la vüte ce aggióste

Mìtte ‘u bóste ca la vüte ce aggióste

Alla lettera: Metti il busto che la vita si aggiusta.

Il bustino migliora l’estetica della vita cioè dei fianchi.

In lingua corrente direi: indossa il “body” così il giro vita si modella meglio. Eh già! Il busto con le stecche. con i cordoncini, con duemila occhielli (una tortura per le povere donne), non si usa più.
Le donzelle di oggi adoperano il pratico body elasticizzato, con solamente due o tre gancetti per unire il davanti con il di dietro.

Un invito a mascherare la scarsa avvenenza (un brutto neologismo parla di inestetismi).

Per ogni donna è un vanto mostrare leggiadria, armonia, grazia e bellezza….. Insomma se c’è un po’ di ciccia, se proprio non si riesce ad eliminarla, bisogna comprimerla!…

Ringrazio Alfredo Rucher per il grazioso suggerimento.

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Mettìrece’u völe ‘nanze a l’ucchje.

Mettìrece’u völe ‘nanze a l’ucchje.

Alla lettera significa: mettersi in velo davanti agli occhi.

1 – Metaforicamente indica l’accecamento dovuto alla collera e alla stizza.

Esempio:
M’agghje mìsse ‘u völe ‘nanze a l’ucchje, nen agghje capüte cchjó njinde e l’agghje menéte ‘nu recchjéle
= Mi sono accecato dalla collera, non ho capito più nulla e gli ho mollato un ceffone.

2 – Corrisponde anche, sempre metaforicamente, all’espressione italiana di “turarsi il naso” o “tapparsi le orecchie” nel senso di non voler accettare in cuor proprio di eseguire un’azione ritenuta riprovevole, ma di essere costretti a compierla ugualmente.

I Latini dicevano Obtorto collo = Malvolentieri, a malincuore, forzatamente.

Esempio:
M’agghje mìsse ‘u völe ‘nanze a l’ucchje e l’u so’ jüte a truéje alla chése
 = Mi son coperto gli occhi e sono andato a fargli visita.

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Mètte au lìbbre ‘i mùrte

Mètte au lìbbre ‘i mùrte

Mettere nel libro dei morti

Questa locuzione viene riferita a un oggetto smarrito o a un credito irricuperabile. Ossia non fare più affidamento sul suo ritrovamento o ricupero.

Come se esistesse un libro dove annotare queste perdite (una improbabile contabilità).

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Mètte ‘u zuppe a ballé e ‘u sciàlepe a candé

Mètte ‘u zuppe a ballé e ‘u sciàlepe a candé

Alla lettera significa ordinare allo zoppo di ballare e al bleso di cantare.

Ossia, dare ordini sballati, cervellotici, inopportuni.

Tuttavia mi permetto di dire un paio di cose: i balbuzienti o i blesi, miracolosamente, se li metti a cantare – ammesso che non siano stonati – se la cavano egregiamente. E anche lo zoppo, arrancando, magari dà dei punti a coloro che si sentono normodotati.

Fanno bene, i portatori di handicap, a protestare: “Siamo diversi? Diversi da chi?!”

Non sottovalutate mai nessuno.

Allora è meglio usare la frase: urdené a papòcchje = dare ordini senza discernimento.

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Mètte ‘u pèsce mocca alla jatte

Mètte ‘u pèsce mocca alla jatte

Mettere il pesce in bocca alla gatta.

Questo simpatico proverbio ci ammonisce di non agire troppo ingenuamente, di non offrire il fianco agli altri che potrebbero colpirti o criticarti. Ovviamente si tratta di linguaggio figurato.

Parlando sempre figuratamente, se metto un pesce in bocca alla gatta non posso certo attendermi che lo sputi fuori. Quella se lo mangia senza indugi perché ne è ghiotta.

Se lascio un’automobile con la chiave nel cruscotto e lo sportello aperto, invito un malintenzionato a farmela rubare.

Se lascio il fornello del gas acceso e me ne vado in un’altra stanza, devo aspettarmi un disastro.

Se in spiaggia mi metto al sole senza protezione vedrò alzarsi le bolle sulla pelle.

Se esco a torso nudo in pieno inverno mi buscherò una polmonite.

I nostri nonni si guardavano bene di lasciare soli in casa i nostri giovani genitori durante il periodo del loro fidanzamento, proprio per evitare sorprese da lì a pochi mesi!

Insomma la prudenza non è mai troppa.

Se non usiamo la prudenza qualcuno potrebbe agire secondo una sua logica non secondo le nostre attese.

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