Na volte all’anne…

Na volte all’anne…

Il proverbio intero così recita:

‘Na volte all’anne
Düje cumanne;
‘na volte ‘u möse
sia congiöse;
ma tutt’i jurne
jì ‘nu laturne!

In italiano suona così:
Una volta all’anno, Dio comanda (è quasi un obbligo)
Una volta al mese sia concesso (è tollerabile)
Ma ogni giorno è una lagna (è insopportabile).

Il proverbio può applicarsi a qualsiasi argomento. Parlare di politica, giocare a carte, bere un bicchierino di liquore, frequentare la discoteca, fare bisboccia, abboffarsi di dolci, ecc.

Come tutti i proverbi invita alla moderazione o alla prudenza.

Nota linguistica: il participio passato del verbo concedere è congèsse= concesso e non congiöse. È stato adoperato congiöse per far rima con möse = mese.

Veramente in dialetto è un verbo inesistente: nessuno si sognerebbe di dire congiöde per concedere, accordare, acconsentire.
Tutt’al più si dice: dé, vébbù, o con termini moderni occhè (OK).

Quando si raccontavano episodi su Gesù, le parole di nostro Signore non si riportavano mai in dialetto: Egli diceva, ma con pronuncia nostrana: “sia congèsso”

Ringrazio la signora Pasquina Vairo per il suo simpatico suggerimento.

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Na fèmene e ‘na pàpere arrebbellàrene Nàpele

Na fèmene e ‘na pàpere arrebbellàrene Nàpele

Una donnetta e un’oca furuno capaci di assordare Napoli.

Il detto è leggermente misogino. Si profferisce quando due “comarelle” insieme parlano ad alta voce, strepitano, ridono fragorosamente, ecc.

Insomma è abbastanza normale che se stanno insieme almeno due donzelle venga fuori un simpatico, chiacchiericcio insistente, se non assordante, che sfocia presto, sempre simpaticamente, in un autentico baccano. Per la verità succede anche ai maschietti….

Mi sa che le riminiscenze delle storiche oche del Campidoglio, che con il loro strepito salvarono la città di Roma dall’attacco dei barbari, siano arrivate fino a Napoli.

Mio padre si era “appoggiato” sul letto nella sua camera per un riposino pomeridiano. Dopo un po’ apparve in mezzo al nostro gruppo e pronunciò la nota frase:
Na fèmene e ‘na pàpere arrebbellàrene Nàpele

La successiva nostra fragorosa risata confermò la sua asserzione, caso mai ci fosse stato bisogno di dimostrare la sua veridicità. Ah ah ah

Il toponimo Nàpele può si scrivere anche Nàple. L’aggettivo è Napluténe = Napoletano

Una donnetta e un’oca furuno capaci di assordare Napoli.

Il detto è leggermente misogino. Si profferisce quando due “comarelle” insieme parlano ad alta voce, strepitano, ridono fragorosamente, ecc.

Insomma è abbastanza normale che se stanno insieme almeno due donzelle venga fuori un simpatico, chiacchiericcio insistente, se non assordante, che sfocia presto, sempre simpaticamente, in un autentico baccano. Per la verità succede anche ai maschietti….

Mi sa che le riminiscenze delle storiche oche del Campidoglio, che con il loro strepito salvarono la città di Roma dall’attacco dei barbari, siano arrivate fino a Napoli.

Mio padre si era “appoggiato” sul letto nella sua camera per un riposino pomeridiano. Dopo un po’ apparve in mezzo al nostro gruppo e pronunciò la nota frase:
Na fèmene e ‘na pàpere arrebbellàrene Nàpele

La successiva nostra fragorosa risata confermò la sua asserzione, caso mai ci fosse stato bisogno di dimostrare la sua veridicità. Ah ah ah

Il toponimo Nàpele può si scrivere anche Nàple. L’aggettivo è Napluténe = Napoletano

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Na chépe de chjànde e ‘na mangéte de maccarüne

Na chépe de chjànde e ‘na mangéte de maccarüne

Traduzione letterale: un gran pianto e una mangiata di maccheroni. La sintesi dell’evento luttuoso. Insomma: la vita continua

La locuzione è un invito a riprendersi dopo aver subito un brutto colpo del destino, come ad esempio un lutto in famiglia.

Ma sì, la vita va avanti. Abbiamo fatto un gran piangere (‘na chépe de chjànde = un “signor” pianto) e, come da copione, abbiamo fatto anche una sostanziosa mangiata (vedi ‘u cunzùle). Ma ora bisogno pensare a vivere.

La locuzione può essere rivolta a se stessi o anche a qualche amico cui si è vicini. Come per dire: Coraggio! Non pensarci più, va avanti.

Ancora una volta il grande Enzo Renato mi ha dato lo spunto per questo articolo.
Grazie dottore!

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Na cappèlle

‘Na cappèlle = Una Cappella

Sul vecchio sito SipontoBlog avevo letto questa deliziosa canzone che certamente cantavano le nostre nonne.

Con il permesso della Redazione mi onoro di poterla trascrivere qui di seguito per la memoria storica di Manfredonia. Ho aggiunto solo qualche ritocco (punteggiatura, ortografia). Purtroppo la poesia è ormai passata nel dimenticatoio, come tante altre (‘u Venardì Sante, l’allorgia sante, ecc.). Anche la musica è stata dimenticata. A meno che qualche lettore fortunato riesca a recuperare il motivo dai propri nonni (magari!) come ha fatto colui che ha riguadagnato il testo.

‘Na cappèlle

Mizz’a mére ce stöve ‘na cappèlle
allà deciöve a Mèsse Gése Crìste.

Gése Criste a Mèsse deciöve
e stöve San Pjitre ca servöve,
‘a Sanda Médre de Düje ce’à sendöve.

Mò respònne Iddüje Onnipotènde:
“Pecchè Médre Marüje ca tande chjange?”.

“Come nen vògghje chjange e lagremé
‘a feste l’anne vuletéte allu lunedì…”

– “Citte mamme nen chjangènne tande
mò me ne véche söpe a cjile celèste.
Allà jü véche a fé trune e tembéste,
pe quìdde ca fatìene a Sanda fèste!”

– “No, fìgghje, nen facènne ‘sta guèrre!
Tó sì ‘u patrüne du cjile e d’a tèrre.

Traduzione per gli amici non manfredoniani: In mezzo al mare c’era una cappella/là celebrava la Messa Gesù Cristo./
Gesù Cristo celebrava e S.Pietro serviva la Messa e la Santa Madre di Dio la seguiva./Ora interviene Iddio onnipotente: “Perché Madre Maria così copiosamente piangi?”/-“Come faccio a non piangere e lacrimare? La festa l’anno spostata al lunedì”/-“Zitta, mamma, e non piangere così tanto: adesso salgo sul cielo celeste (sulle alte sfere del Paradiso)/ Da lassù io vado a fare tuoni e tempeste/ per coloro che lavorano nella Santa Festa! (la Domenica)./-“No, Figlio, non fare questa guerra!/ Tu sei il padrone del cielo e della terra”!

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N’ucchje guarde a Crìste e l’ate arròbbe ‘i pìsce

N’ucchje guarde a Crìste e l’ate arròbbe ‘i pìsce

Un occhio guarda verso Cristo e l’altro ruba i pesci.

Questa è una divertente definizione dello strabismo.

È un po’ irriverente, perché una persona affetta da qualsiasi difetto fisico e molto sensibile e non vuole che si parli mai della sua menomazione.

L’interlocutore deve aver la delicatezza di non indicarla in sua presenza.

Ho detto in sua presenza! Ma quando il tizio non è astante prevale quello spirito sfottente di noialtri impuniti manfredoniani con l’espressione citata.

Ritengo, ma non sono sicuro, che il Detto possa interpretarsi in modo figurato.

Come per dire che da un lato il soggetto è tutto casa e chiesa, mmentre dall’altro si rivela un po’ filibustiere.

Nota linguistica:
Il verbo guardare in italiano rege l’accusativo: io guardo te.
Per un retaggio della lingua spagnola in dialetto il verbo regge il dativo: guardare a…. n’ucchje guarde Criste…
Agghje viste a Giuanne = Ho visto Giovanni
Agghje ‘ngundréte a Pasquéle = Ho incontrato Pasquale.

La frase “Il padre vide il figlio” può significare che il padre, mentre stava là, ha visto il figlio che passava, ma anche che il figlio vide il padre (e non altri) nei paraggi. Dipende dalla inflessione della voce, se calchiamo su padre o su figlio.
Nella lingua spagnola invece si dice “el niño vio a su padre” o “el padre vio al chico” senza creare alcun dubbio e senza sforzarsi di accentuare l’uno o l’altro sostantivo.

Fine della lezione pallosa.

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N’ànne spuséte, o maléte o carceréte.

N’ànne spuséte, o maléte o carceréte.

Al compimento del primo anno di matrimonio il marito generalmente si ritrova o ammalato o detenuto.

Perché ammalato? La moglie bella lo ha consunto! O lo fa rodere di gelosia!

Perché carcerato? La moglie bella lo ha cornificato e lui l’ha mandata in ospedale con le ossa scassate.

I matrimoni sono in calo! E ci credo! Con queste prospettive i ragazzi si defilano velocemente…

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Musselüne, Musselüne, a ogni chése sté ‘nu mulüne

Musselüne, Musselüne, a ogni chése sté ‘nu mulüne

Mussolini Mussolini in ogni casa c’è un mulino.

Questo Detto circolava nel 1936, allorquando la Società delle Nazioni, impose le “inique” sanzioni economiche all’Italia che aveva mire espansionistiche avendo accupato l’Etiopia nel 1935.

L’embargo costrinse il regime a propagandare l’autarchia, cioè l’autonomia economica: niente importazioni di caffé, cacao, macchinari inglesi, ferro, carbone, baccalà norvegese, ecc.

Come contromisura venne dato il via alla campagna “Oro alla Patria” ed esattamente un mese dopo, il 18 dicembre 1935, fu proclamata la “Giornata della fede”, giorno in cui gli italiani furono chiamati a donare le proprie fedi nuziali per sostenere i costi della guerra e far fronte alle difficoltà delle sanzioni. In cambio, graziosamente, il Fascio regalava agli sposi un anello di acciaio.

Fu anche ingaggiata la “battaglia del grano” con Mussolini in prima persona ad alimentare la trebbia, e altre simili azioni propagandistiche. Lascio immaginare il disagio degli Italiani che però erano sollecitati dal Regime quali intelligenti, geni, eroi, ecc.. Tanto è vero che il termine “autarchico” (per esempio per indicare il “caffé” fatto con orzo e semi di cicoria tostati: una ciofeca) è diventato assolutamente dispregiativo.

Allora, secondo me che non sono uno storico, presumo che il Detto non sia un grido di vittoria, come se in ogni casa ci fosse tanto grano da macinare! Forse forse mi sta venendo a mente il fatto che TUTTO il grano prodotto doveva andare all’ammasso, e che poi veniva venduto alle famiglie in base al numero dei componenti, per mezzo delle famigerate Tessere Annonarie.

Quindi il mulino domestico era reale, e serviva a macinare il grano acquistato al mercato nero, o spigolato per i campi.

Quelli più anziani di me potrebbero dire la loro. Io ricordo solo che mio padre, abilissimo artigiano, aveva creato un mulino a manovella per uso domestico: lo si usava in casa di notte (quindi clandestinamente) ma forse solo per non pagare la “macinatura” e/o la tassa sul macinato.

Ringrazio Alfredo Rucher per il suggerimento.

In punto mi è giunto tramite FB un grazioso commento di Tonia Trimigno. La lettrice riferisce la seconda parte del Detto, pronunciata da suo marito dopo aver letto quanto sopra. Evidentemente era diffuso presso i nostri nonni durante la guerra.

Riporto il detto per intero:

Musselüne, Musselüne,
a ogni chése sté ‘nu mulüne!
Arrespunnètte Hittlèrre:
uagnü’, faciüte mò
ca jì tjimbe de guerre!

Mussolini Mussolini in ogni casa c’è un mulino.
Rispose Hitler (allora nostro alleato):
Ragazzi, fate adesso
perché è tempo di guerra (del doman non v’è certezza).

Non ho capito bene a che cosa si riferisca quel  fate adesso…

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Murte ‘u crijatüre, nen ce chiaméme chjó cumbére

Murte ‘u crijatüre, nen ce chiaméme chjó cumbére

Morto il neonato non ci chiamiamo più “compare”.

Il padrino di battesimo rimprovera i genitori del neonato morto evidentemente di una malattia infantile, di scarso rispetto. Fintantoché viveva il figlioccio, erano considerati “compari”, sia il padrino, sia sua moglie.

Scomparsa la causa del legame, non si sentono più obbligati al rispetto.

Tutto è figurato, intendiamoci, per rimproverare qlcu di scarsa gratitudine.

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Mónne jöve, mónne jì, e mónne sarrà

Mónne jöve, mónne jì, e mónne sarrà

Mondo era, mondo è, e mondo sarà.

Esiste anche una variante nei tempi verbali, senza alterare minimamente il significato di questo Detto antico: Mónne jì stéte, mónne jì, e mónne uà jèsse. = Mondo è stato, mondo è, e mondo ha da essere.

Il senso è chiarissimo: possono cambiare i mezzi, le condizioni di vita, le tecniche ecc., ma nell’animo dell’uomo albergherà sempre la stessa indole malvagia: tendenza alla sopraffazione, propensione allo sfruttamento, alle ruberie, all’egoismo, alla prepotenza, ecc. ecc..
Il latino Tito Maccio Plauto un paio di secoli prima di Cristo riassunse tutto questo in solo tre parole: “Homo, hominis lupus” (*)

Si cita questo Detto quando si vuole evidenziare come, negli eventi attuali, si verifichino i ricorsi storici, ovviamente in modo preponderante quelli con valenza negativa.

Fréte müje, ‘u mónne nen cange! Mónne jöve, mónne jì, e mónne sarrà! = Fratello mio, il mondo non cambia! Così era, così è, e così sarà!

Non è fatalismo, ma la mera constatazione degli eventi.

…..
(*)(tratto da Wikipedia)….L’italiano Antonio Gramsci, in una nota dei suoi Quaderni del carcere, ricorda che l’origine dell’espressione dovrebbe trovarsi «in una più vasta formula dovuta agli ecclesiastici medioevali, in latino grosso: Homo homini lupus, foemina foeminae lupior, sacerdos sacerdoti lupissimus» cioè “L’uomo è un lupo con l’uomo, la donna è ancora più lupo con la donna, il prete è il più lupo di tutti con il prete”….

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Mòneche, prjivete e chéne, adda sté sèmbe pe ‘na mazza ‘mméne

Mòneche, prjivete e chéne, adda sté sèmbe pe ‘na mazza ‘mméne

Traduzione letterale: Monache, preti e cani, devi stare sempre con un randello in mano.

Questo simpatico Detto ci suggerisce di essere guardinghi circospetti e cauti quando abbiamo a che fare con questi soggetti, perché potremmo ricevere delle amare sorprese…

Altri adducono scherzi da prete.., o cani che mordono gli straccioni… o monache chépe de pèzze (teste di stracci).

Ma come in tutte le cose non bisogna generalizzare. Ci sono monache amorevoli e altruiste come Suor Teresa, o preti benefattori come don Orione e don Gnocchi, o cani anti-droga o cani-guida per i ciechi, cani del soccorso alpino, o cani molecolari che individuano i tumori umani.

Ho stilato questo articolo perché ha un significato comico e simpatico, non perché sia accettabile in toto il suo monito.

Comunque la prudenza è una cosa che va bene, non solo nella correlazione con monache, preti e cani, ma in ogni circostanza della vita sociale.

Infatti la Prudenza è una delle quattro virtù umane (o cardinali) per operare bene: Prudenza Giustizia Fortezza Temperanza. Se volete saperne di più consultate Wikipedia, perché questo sito tratta principalmente ‘u dialètte mambredunjéne!

Qualcuno invece delle monache inserisce le femmine.  Ma solo per strappare una risata

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