I ferrìzze annanze e i sègge addröte

Le ferrìzze avanti e le sedie dietro. Credo che molti sanno che cosa sono le Ferrìzze (←clicca) = sgabello rustico di poco valore.

Il Detto si pronuncia a volte come una domanda: Ch’àmme fàtte  ‘i ferrìzze annànze e i sègge addröte? = Che abbiamo fatto, gli sgabelli avanti e le sedie dietro?

Come per dire: Ma come vi permettete di collocarvi in prima fila voi (che non valete niente = i ferrìzze) e ponete in secondo piano proprio noi (che siamo migliori = ‘i sègge)?

A volte è un risentito rimprovero: Ámme fàtte ‘i ferrìzze annànze e ‘i sègge addröte! = Bella roba! Avete dato importanza a gentaglia  da niente (invece di dare onore a noialtri!).

Orgoglio e suscettibilità a braccetto.

Qlcu cambia l’ordine dei fattori (i sègge addröte e i ferrìzze annànze), tanto il significato non cambia.

Origine del Detto: in tempi non troppo remoti, tutte le manifestazioni liete, matrimoni, prime comunioni, battesimi, feste da ballo carnevalesche (le famose “socie”) si svolgevano in casa previo svuotamento del locale del lettone, tavolini ecc.

Si disponevano le sedie tutte intorno per lasciare lo spazio al centro per ballare. Se i convitati erano molti si poneva in seconda fila un altro giro di sedie, e se queste non bastavano si ricorreva alle ferrìzze.

Era buona norma quindi porre a parete questi sgabelli e sistemare “alla veduta”, in prima fila verso il centro della stanza le sedie “buone”. Tanto là dietro nessuno avrebbe notato la differenza (la mancanza di spalliera o il fondo rustico). Quindi le ferrìzze dovevano stare “dietro”.
Metaforicamente si è passato alle persone, classificate in “sedie” e “ferrìzze”, come ho spiegato all’inizio.

Se non sono stato chiaro replicate

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I còrne d’i segnüre sò fïche, e còrne d’i cafüne sò nüce

Le corna dei signori sono fichi, le corna dei cafoni sono noci.

È un Detto antico riferito al potere spietato del denaro.

Le corna, i tradimenti coniugali, che si scambiano le persone abbienti non fanno rumore, nel senso che si mettono a tacere, comprando il silenzio e la complicità dei compagni di merende.

Vengono perciò paragonate ai fichi, morbidi cedevoli, che non fanno rumore quando si spostano dal cesto al vassoio.

Quelle degli altri poveracci fanno chiasso come le noci, quando si scaricano dal sacco al cestino, e rimbombano e sono riportate di bocca in bocca.

Sempre corna sono, ma quelle messe in atto dai ricchi sono definite “innocenti scappatelle” conosciute da pochi intimi o addirittura ignorate.

Quelle altre sono oggetto di spietate derisioni.

Il mondo è fatto così, purtroppo.

Ad Altamura il proverbio è simile, ma…cambia il materiale: quelle dei “signori” sono di bambagia, quindi silenziose; quelle dei “cafoni” sono di “amici”, quindi sono a conoscenza tutti quelli del gruppo, tranne ovviamente il povero cornificato. “Li corne d’i vellène sò d’amisce e chidde d’i segnure sò de vammèsce“: C’è anche un’assonanza fra amisce e vammèsce.

Ringrazio sentitamente il sig. Matteo Di Bari per lo spunto e la spiegazione forniti per consentirmi la stesura di questo articolo

Nota ortografica:
io adopero indifferentemente la “i” e la “u” con la dieresi (ï e ü) perché sono omofoni, ossia hanno lo stesso suono.
Infatti il plurale di fichi si può scrivere fïche o füche e – fateci caso – si leggono alla stessa maniera

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La vucjille pìsce ‘u ljitte e u cüle jéve mazzéte

La vucjille pìsce ‘u ljitte e u cüle jéve mazzéte

Il pistolino piscia il letto e il culo ha le botte.

Una delle prime ingiustizie constatate dal bimbetto che ragiona da solo.

La vita riserva delle amarezze. La colpa di uno ricade spesso su qulcun altro.

Vedi la storia del “cetriolo”(←clicca)

In italiano esiste un proverbio simile, almeno nella morale: L’albero pecca e la cima secca.

(Foto reperita sul web)

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I chjacchjere sò longhe e la cannöle ce strüje

I chjacchjere sò longhe e la cannöle ce strüje

Questo antico proverbio significa, alla lettera: le chiacchiere sono lunghe e la candela si consuma.

Una agrodolce constatazione della mancanza di costrutto in una lunga diatriba. Si parla, si parla, ma non si viene mai a capo di nulla.

L’unico risultato evidente è quello della candela usata per illuminare il luogo, e che si sta consumando inutilmente.

Può essere usato in senso canzonatorio, tra amici, quando si sta per accomiatarsi, e vengono fuori proprio allora argomentazioni che portano il distacco a continui rinvii….
Meh, uagnü, i chjacchjere sò longhe e la cannöle ce strüje! = Beh, ragazzi, è l’ora di smettere!

Con la candela che si consuma esiste un altro Detto similare relativo alla processione

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I chjàcchjere d’a söre nen còndene ‘a matüne.

I chjàcchjere d’a söre nen còndene ‘a matüne.

Le chiacchiere della sera precedente non valgono la mattina dopo.

Ancora una constatazione, semmai ce ne fosse bisogno, che verba volant, scripta manent = le parole volano e gli scritti rimangono.

Può essere una constatazione detta in generale o un’accusa indirizzata specificamente a una persona che con la notte ha cambiato opinione, atteggiamento, disponibilità.

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I cafüne : mànghe li chéne: attörne a lu fùche ce vènnene püre i carne d’i megghjöre

I cafüne : mànghe li chéne: attörne a lu fùche ce vènnene püre i carne d’i megghjöre

I cafoni, nemmeno i cani sono terribili: attorno al fuoco sono capaci di fare maldicenza anche delle proprie mogli. Ovviamente dopo aver dato fondo al boccale del vino.

Questo detto (grazie a Enzo Renato per averlo proposto) rispecchia ciò che si è sempre pensato dei cafoni, lavoratori della terra, ex servi della gleba di feudale memoria.

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Venardì Sànde, ‘a Madonne ce mètte lu mànde

Venardì Sànde, ‘a Madonne ce mètte lu mànde

Venerdì Santo, la Madonna indossa il manto.

Questo Detto popolare, ormai conosciuto solo dalle persone più anziane, aveva una variante: la Madonna ce ‘ngègne ‘u mànde = La Madonna indossa (per la prima volta) il manto nuovo.

Il significato trae origine dall’antichissima tradizione popolare religiosa che ora va riscoprendosi: la processione del Venerdì Santo.
In tutti i paesi cattolici, anticamente i simulacri del Cristo morto e della Madonna Addolorata  –  trafitta al cuore da una spada, come profetizzatole da Simeone: anche a te una spada trafiggerà l’anima – perché siano svelati i pensieri di molti cuori ” (Lc 2,34-35), profezia che associa Maria al destino doloroso del Figlio, come spiegato da Giovanni Paolo II – uscivano in processione da due chiese diverse, accompagnati da canti e da preghiere dei fedeli, per incontrarsi al Centro cittadino, laddove fra la commozione generale  la Madre incontrava il Figlio morto. Una scena straziante che coinvolgeva fino alle lagrime le nostre nonne, dalla fede schietta e semplice.

 L’amico Don Leonardo Petrangelo mi ha dato questo contributo autorevole:

«A mio modesto modo di vedere, il detto (che è parte introduttiva di un’antica preghiera-canto sipontino “u venerdi sante”) allude alla cattura di Gesù nell’Orto del Getsemani avvenuta la tarda sera del giovedì santo, ed alla susseguente ricerca disperata della madre (che appunto si ammanta per il freddo notturno) per le vie di Gerusalemme.»

Grazie don Leo per la tua puntualizzazione! In questa logica è molto più plausibile la tua versione. Il manto è indossato da Maria quale persona, non è quello posto  addosso al simulacro custodito in Cattedrale!

Grazie per l’attenzione verso questo modesto lavoro, che si avvale molto dei contributi dei lettori.

Ho reperito, scartabellando nella mia caotica biblioteca domestica, un libro del concittadino Vincenzo Gennaro Valente, stampato nel 1984.

Contiene, tra l’altro, una canzoncina, con tanto di spartito, intitolata “Venardì Sànde”.
Vi trascrivo i versi. Per la musica ho creato la linea melodica della prima strofa):

Mò ce ne vöne u venardì sande
E la Madònne ce mètte lu mànde.
Nen avöve pe chi jì
E söla söle ce ne partì.

Accunfrunté a San Giuànne:
-“Madre, Madre, addu vù jì?”
– “Véche chjangènne pe tutte ‘u cöre
Ca àgghje pèrse u müje figljiole”.

-“Addröte ‘a porte de Peléte
Allà lu trùve flaggelléte.
A cröne d’öre l’ànne luéte.
A cröne de spüne l’ànne nghjuéte!

Volete la traduzione? Credo di no.

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