A chiómme jéme a chiómme, a levjille jéme a levjille e ‘u palazze ce ne vé stùrte!

A chiómme jéme a chiómme, a levjille jéme a levjille e ‘u palazze ce ne vé stùrte!

Abbiamo lavorato giusto con il filo a piombo, e anche con la livella: tuttavia la costruzione non riesce tanto bene perché il palazzo è un po’ pendente.

Hanno usato gli attrezzi giusti, ma non sono in grado, evidentemente, di usarli nel modo appropriato.

Un simpaticissimo proverbio che evidenza la scarsa abilità degli improvvisatori. In questo caso il muratore nonostante abbia usato il filo a piombo e la livella, strumenti che avrebbero dovuto indicargli la via giusta per edificare, riesce solo ad alzare pareti storte.

Siu usa quando tutti affermano di aver agito correttamente ma il risultato non è quello desiderato.

Grazie a Enzo Renato per il suggeriment

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A chi ruméne zïte nen cercànne cunzìglje e sòlde ‘mbrjiste

A chi ruméne zïte nen cercànne cunzìglje e sòlde ‘mbrjiste

A chi rimane celibe/nubile non chiedere consigli e soldi in prestito.

Si ritiene, forse erroneamente, che una persona rimasta single (per scelta o per sorte), non avendo avuto una propria famiglia, non sia capace di cogliere le necessità, morali e materiali, di un genitore che si rivolga ad essa per chiedere un consiglio o un prestito in denaro.

Perciò il Proverbio ordina – in caso di necessità – di non rivolgersi a costoro perché la risposta sarebbe inesorabilmente negativa o inadatta ai propri bisogni; meglio rivolgersi ad una madre di famiglia, più comprensiva e generosa.

Esiste un altro proverbio molto simile (clicca qui)

Nota linguistica.
Il termine züte , (si può scrivere correttamente anche zïte perché omofono), inteso come aggettivo indica lo stato si celibato /nubilato.
Per esempio: Giuànne jì zïte = Giovanni è scapolo; Cungètte jì zïte = Concetta è nubile.

Inteso invece come sostantivo invariabile, indica la persona promessa o prossima alle nozze (‘u zïte e la zìte = i fidanzati, gli sposi).

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A chi nen töne fìgghje, nen dumannànne fùche e cunzìglje

A chi nen töne fìgghje, nen dumannànne fùche e cunzìglje

A chi non ha figli non chiedere né fuoco, né consigli.

Il proverbio vuole evidenziare l’amore dei genitori pronti a sopportare qualsiasi sacrificio per i propri figli.

Purtroppo, loro malgrado, coloro che non hanno avuto figli, non sanno elargire consigli appropriati né tantomeno solidarietà o generosità perché non riescono a concepire la spinta sublime dell’amore che causa solidarietà protezione verso le creature altrui.

Quando non erano diffusi i termosifoni, si andava a chiedere alla vicina anche un carbone acceso per innescare il fuoco al proprio braciere.

Esiste una variante di questo proverbio (clicca qui)

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A chi dé, a chi combromètte

A chi dé, a chi combromètte

Alla lettera significa: a chi dà (percosse) e a chi coinvolge, compromette.

È la definizione di un tipo gradasso, borioso, smargiasso, presuntuoso, spaccone e rissoso (per oggi basta).

Insomma meglio tenerlo lontano perché facilmente coinvolge gli astanti nelle sua fanfaronate. Vuole essere sempre al centro dell’attenzione, nel bene, ma sopratutto nel male. Vuole sempre avere prepotentemente l’ultima parola perché si ritiene infallibile, il migliore.

In Abruzzo dicono, in versione leggermente diversa accettata anche da noi, che il tizio a chi mena (percosse) e a chi promette (ossia minaccia di bastonare).

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A chése de sunatüre nen ce pòrtene serenéte

A chése de sunatüre nen ce pòrtene serenéte

A casa di suonatori non si portano serenate.

Il proverbio ammonisce i vari opinionisti a non propinarci i loro consigli, di non venire a dare il loro parere proprio a noi che di un certo argomento abbiamo avuto lunga esperienza e sappiamo come agire al meglio.

Come dire: ma lo vieni a dire proprio a me?

Più sinteticamente ho letto da qualche parte:
«Meglio evitare di avventurarci in consigli su un determinato argomento a qualcuno che proprio su quell’argomento è molto preparato.»

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A chése de puverjille nen mànghe mé ‘nu stuzzarjille

A chése de puverjille nen mànghe mé ‘nu stuzzarjille

A casa del poverello non manca mai un tozzo di pane (per l’ospite inatteso).

La persona misera si mostra generosa verso un suo simile più di quanto faccia quella ricca..

Entra pure, l’ospite è sempre ben accetto. Quello che abbiamo verrà diviso. Aggiungi un posto a tavola!

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A cècere a cècere ce jègne ‘a pegnéte

A cècere a cècere ce jègne ‘a pegnéte = un cece per volta riempie la pignatta.

L’amico Sandro Mondelli mi fa notare che – derivando dal verbo anghjì = riempire – si deve dire ce jènghje e non  ce jègne.   Giustissimo!
Tuttavia ho usato la seconda versione solo perché la velocità dell’enunciato rende più facile la pronuncia.

Sempre per rispettare la corretta dizione si dovrebbe scrivere col raddoppiamento della consonante iniziale, ma mi sembra troppo macchinoso: A ccècere a ccècere ce jènghje ‘a pegnéte. Ma vanno bene tutti e due i modi di scriverli.

Come tutti i proverbi è un invito alla prudenza, alla moderazione, alla previdenza:
Se quello che possediamo ci pare scarso, serbiamolo ugualmente, perché in seguito ci potrà sempre servire. Insomma un po’ per volta si riuscirà a realizzare qualcosa.

In Terra di Bari dicono: Péte péte se fasce ‘u parété = Pietra su pietra sei fa (si erige) la parete.

I Montanari dicono: ogni pìcche aggióve = Ogni “poco” giova, è utile.

Una botta di previdenza e di ottimismo.
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La carne jì morte e ‘u bröde ce jètte a li chéne

La carne jì morte e ‘u bröde ce jètte a li chéne

La carne è morta e il brodo si butta ai cani.

I più anziani pronunciano: A carne jì morte e ‘u bröde ce scètte ai chéne.
Essi usano il verbo scètte, dall’infinito scetté, più simile al francese jéter

Questo proverbio indica una situazione molto triste.
Succede spesso che al decesso di una persona i familiari si contendano i suoi beni, ancorché divisi secondo la legge o secondo il testamento eventuale. C’è sempre chi non è soddisfatto, ritenendosi leso nei propri interessi.
Così passa in secondo ordine la persona e si mettono in primo piano le cose.  Ormai il poveretto è morto, e non è degnato nemmeno di un senso di gratitudine, tanto conta solo quello che ha lasciato…

Conosco casi in cui, tra contestazioni e liti giudiziarie, l’eredità si è dissolta per pagare gli avvocati e le spese giudiziarie, così come è scomparso l’affetto fraterno.

Lo studioso mattinatese Francesco Granatiero intende così lo stesso proverbio: “Morto un familiare, si dimenticano i parenti acquisiti tramite lui”.  Secondo me sono calzanti e valide entrambe le interpretazioni.

Nota linguistica:
Molti termini si sono evoluti, diciamo che si sono “ingentiliti”, perché erano ritenuti troppo cafoneschi:
Scetté = gettare, buttare è diventato jetté
Desciüne = digiuno, si è mutato in dejüne
Furciüne = forchetta, ora è furchètte
Cavadde = cavallo, cavalle
ecc.

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La fèmmene jì accüme ‘a castagne, quanne ‘a jépre truv’a majagne.

La fèmmene jì accüme ‘a castagne, quanne ‘a jépre truv’a majagne.

La donna è come la castagna. Quando la “apri” trovi la magagna.Cioè solo dopo averla conosciuta a fondo trovi dei difetti, perché  ben dissimulati o ben protetti dal suo aspetto attraente.

Ma per fortuna non è sempre così.
Ci sono delle fanciulle solari, belle, aperte, come sono fuori sono dentro. Viva le donne!

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Mangiajòrze

Mangiajòrze s.m.. = Approfittatore.

Epiteto spregiativo che definisce colui che approfitta dalla fiducia altrui.

Quando in una bottega artigianale i lavoranti ricevevano una mancia, ponevano il denaro raccolto in comune e poi, successivamente lo dividevano in parti uguali a fine settimana.

Capitava spesso che qualche furbo si portava via una parte del malloppo..Ecco perché si definiva mangiajòrze, colui che mangiava anche la parte altrui.

Jurgé = guadagnare; jòrze = guadagno

Sinonimo di Tranganére

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