Genuöse 

Genuöse s.f. = Pietanza alla Genovese

pasta-alla-genovesePietanza o intingolo con carne di vitello, molte cipolle affettate, prezzemolo, olio e sale.
La ricetta ha questo nome, ma non perché di origine genovese (come il ragù alla bolognese perché originario di Bologna).
Qualcuno afferma che è di sicura origine napoletana, o quanto meno meridionale.
Ho trovato nel web varie ipotesi sull’origine del nome “genovese”. Se siete curiosi, cliccate qui.

Le nostre antenate, che non disponevano sempre di carne, hanno adattata la “Genovese” alle seppie, decisamente più accessibili dalle nostre parti, e anche a buon prezzo (fino a pochi anni fa).

Sìcce a genuöse = Seppie alla genovese (gnam), da mangiare come pietanza o come condimento agli spaghetti, in un gustosissimo piatto unico.

Dirò che tale variante ha esaltato ancor di più il profumo e il gusto della pietanza. Con buona pace dei Genovesi.
Le nostre mamme riuscivano a preparare intingoli con i pochi ingredienti di cui disponevano. La loro fantasia abbinava semplicità, gusto e genuinità

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Gènje

Gènje s.m. = gusto, gradimento.

In italiano si dice che qlcu o qlco o qlc azione va a genio per indicare che è simpatico, gradito.

In dialetto si dice Tenì gènje = Aver genio, piacere, voglia.

Jògge nen tènghe gènje de fé njinde = Oggi non ho voglia di fare niente.

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Geniöse 

Geniöse agg. = Geniale, ingegnosa

Riferito a ragazza sveglia, che sa e riesce ad affrontare qls situazione con successo e intelligenza.

Il fatto poi che sia anche di bell’aspetto non guasta l’aggettivo, positivo di per sé.

Ritengo che derivi da ingegnoso: che è dotato di un ingegno vivace e pronto, abile nel superare le difficoltà.

Al maschile, logicamente, fa genjüse o ‘ngegnüse.

Te jà fé canòsce a Lucrèzzje: jì geniöse = Ti farò conoscere Lucrezia: è una ragazza bella e in gamba.

Ringrazio il lettore Vito che mi ha rammentato questo termine.

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Gelècche 

Gelècche s.m. = Panciotto

Corpetto senza maniche da portare sotto la giacca.

Termine francese gilet (leggi gilè) passato nel nostro dialetto un po’ storpiato.

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Gattò 

Gattò s.m. = Torta in genere (dolce o salata).

Chiedete alle vostre mamme se conoscono il famoso gattò di patate. Una delizia al forno molto morbida e profumata. Parola derivante dal francese Gateau (pronuncia gatò) = torta, pasticcio.

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Gratta-mariànne

Gratta-mariànne s.f. = Granita

Prodotto di gelateria formato da ghiaccio tritato con sciroppo.

La definizione del vocabolario Sabatini-Coletti è un po’ troppo striminzita

Ghiaccio tritato e posto in bicchiere con sciroppo di menta, orzata, amarena ecc. Si gusta lentamente con un cucchiaino.

Una volta si otteneva “grattando” il blocco di ghiaccio (‘u cannùle) con un’apposita pialletta metallica dotata di contenitore dal coperchio snodato.

Dentro di esso si accumulavano i detriti man mano che si raspava la colonnina di ghiaccio.

Una volta riempito, si sollevava il coperchio e si faceva scivolare la massa granulosa di ghiaccio dentro il bicchiere, ove si condiva con abbondante sciroppo di frutta ‘u sènze = l’essenza

Gratte, gratte la Marianne, ca chjù gratte e chjù guadagne! = Gratta, gratta, Marianna, ché più gratti/o e più guadagni/o.

Da questo grido dell’imbonitore, rivolto alla sua aiutante, moglie o figlia che sia, è nato il nome popolare della granita.

Successivamente fu introdotta un macinino con manovella laterale, a rotella, per la triturazione del ghiaccio.

Si introduceva il ghiaccio dall’alto in pezzi grossolani ottenuti con lo scalpello dal blocco intero e si azionava la macina. Passato attraverso il trituratore, esso scendeva sminuzzato direttamente nel bicchiere.

Le granite più stuzzicanti si vendevano in un chiosco sotto il castello, gestito da Vincenzo detto Gemì “Garebbalde”, (gli Alleati lo chiamavano Jimmy).

Costui, furbescamente, faceva anche credito ai ragazzi momentaneamente scarsi di moneta. Vi assicuro che Gemì ci ha rimesso nemmeno un centesimo perché sapeva che gli adolescenti sono tutti ciecamente affidabili.

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Garebbàlde

Garebbàlde sopr. = Garibaldi

Da noi il nome dell’Eroe dei due mondi è diventato un soprannome

Ricordo il simpaticissimo Vecjinze Garebbàlde , detto Gemì (Jimmy). Aveva un chiosco per gratta-marianne =granite, proprio sotto il castello.

Ai più aficionados dava anche un bicchiere di granita a credènze.

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Gagarjìlle 

Gagarjìlle s.m. = Elegante

Il termine, che deriva da “gagà” (giovane affettato, che ostenta eleganza e raffinatezza), era molto in voga nella moda degli anni ‘50,

Io lo ricordo bene. Quando avevo 16-17 anni, e mi vestivo con abiti appropriati per andare a ballare sulle terrazze, indossavo:

-il pantalone lungo di makò (cotone egiziano molto fine),
-la camicia bianca di nylon con gli immancabili stecchini per reggere dritto il colletto,
-la cravatta rossa,
-il gilet double-face rosso o nero,
-la giacca “a pioggia” cioè di tessuto sulla cui superficie a vista affioravano, come tanti piccolissimi nodi, tanti punti colorati con svariate gradazioni di beige.

Le ragazzotte dicevano tra di loro (ma io captavo): “Guard’a jìsse, c’jì vestüte accüme a ‘nu gagarille!”… = Guarda lui, si è vestito come un dandy!

Beh, mi faceva proprio piacere sentirlo dire…

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Fusüne

Fusüne s.f. = Anfora, giara

Grossa giara, quasi senza collo, dalla capacità di oltre 40 litri il cui nome deriva dal greco efesinon.

Usata come serbatoio domestico di acqua potabile.

Dotata di bocca larghissima per consentire di introdurre un secchiello per attingere l’acqua da bere o per la cucina, talora con manici appena accennati, e di coperchio di legno per evitare che vi entrassero accidentalmente delle impurità o della polvere.

La parte superiore era come una cupola, smaltata, e con un’apertura bordata. La parte inferiore, terracotta a vista, andava diminuendo di diametro fino alla base.

All’interno era smaltata di un bel color nocciola.

I bambini non potevano avvicinarsi troppo alla fusüne, perché c’era rischio di farla spaccare urtandola inavvertitamente con l’irruenza dei monelli vivaci.

Mi fa venire in mente il famoso divertente racconto di Pirandello “La Giara”, con  Don Lollò Zirafa e Zi’ Dima Licasi.

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Furnacèlle 

Furnacèlle s.f. = Fornacetta, barbecue

Contenitore metallico cilindrico a due piani, munito di due maniglie. 
Su quello superiore, bucherellato, o con aperture a griglia si ponevano i carboni a bruciare.
Sul piano inferiore, per caduta, si accumulava la cenere dei carboni man mano che si consumavano. 
Per consentirne lo svuotamento, la parete della fornacetta era dotata di una porticina della larghezza di una apposita paletta.
Per reggere un tegame o una padella,  sul bordo superiore erano incernierati tre occhielli di ferro a forma di goccia, che si potevano ribaltare verso l’esterno quando si caricava direttamente la graticola con gli alimenti da arrostire: carne, peperoni, seppie, sardine, baccalà, ecc..

Fatta a mano dai nostri bravi artigiani lattonieri. la furnacèlle era fissata a tre piedini di ferro ad asta, verticali, di altezza variabile.   Ora si trovano in commercio quelle prodotte delle industrie, rettangolari o quadrate. Pur assolvendo la stessa funzione, non hanno lo stesso fascino delle nostre

Per la grigliata  la furnacèlle veniva collocata dagli abitatori dei “sottani” sul marciapiede prospiciente l’uscio, per evitare troppi fumi per casa.

In compenso, per tutta la durata della cottura, essa spargeva  l’odore irresistibile delle sicce o degli sparrüne o dei pepedìnje  (seppie sparroni, o peperoni) per tutta la strada, gratificando abbondantemente i nasi fini…

Ho ricordo vivissimo di questi effluvi quando ragazzotto tornavo dalla spiaggia verso casa all’ora di pranzo,  e incrociavo lungo la strada due o tre furnacèlle che fumigavano deliziosamente, emanando dalla brace soavi fragranze di peperoni, o di agnello, o di cicale, o di sparroni, o di seppie arrosto! 

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