Ciurcìlle

Ciurcìlle soprann.= Churchill?

Noto e abilissimo sarto, specializzato in abiti maschili.

Nome scimmiottato da quello dello Statista inglese Winston Churchill: il soggetto gli somigliava. Forse perché ugualmente calvo e panciuto?

Con lo stesso metraggio di stoffa solo lui era capace di ottenere una giacca e due pantaloni, mentre gli altri sarti, oltre alla giacca ne cavavano solo uno e forse un gilet.

Si dice che non aveva bisogno di prendere le misure, perché gli bastava soltanto dare un’occhiata accurata alla conformazione del cliente.

Non sono leggende metropolitane. Chiedete agli anziani.

Ma forse forse costui aveva una pecca… Si sussurrava che ogni tanto spariva dalla sua bottega un taglio di stoffa acquistato dal cliente per farsi confezionare un abito su misura.

Il solito maligno insinuava che con quella stoffa sparita il nostro sarto avrebbe cucito un abito a parte, e avrebbe poi venduto sottocosto…

Ma sono tutte fandonie. Era il più bravo di tutti e perciò suscitava invidia e maldicenze.

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Ciüme de répe

Ciüme de répe s.f. = Cime di rapa

Le cime di rapa (Brassica Campestris Cymosa) sono i racemi non ancora fioriti dell’ortaggio, di cui si mangiano le foglie più tenere e le infiorescenze.

È un ortaggio tipicamente italiano ma, introdotta dagli emigranti, ora si coltiva anche negli Stati Uniti e in Australia. In Italia il 95% della superficie coltivata si trova in Lazio, Puglia e Campania.

Nel Nord America è conosciuta con i nomi di “broccoli raab”, “raab”, “rapa”, “rappini o rapini”, “spring broccoli”, “italian turnip” e “taitcat”.

La cima di rapa, in Puglia, che è la regione regina della coltivazione di questo ortaggio, è inserita nell’Elenco dei Prodotti Tradizionali Regionali. Famosissimo il tipico piatto di orecchiette con le cime di rapa, condite con il semplice ùgghje crüde = olio crudo, o con l’agghja suffrìtte = olio,aglio, acciughina e peperoncino. In Basilicata ho visto che aggiungono nel padellino dell’olio che frigge anche del pane sbriciolato.

Nel nord Italia è invece un prodotto meno conosciuto, soprattutto perché non vi sono piatti tipici tradizionali legati alla cima di rapa come avviene nel meridione.

Sono da consumarsi previa cottura ed hanno un sapore molto caratteristico, leggermente amarognolo e piccantino.

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Ciüme 

Ciüme s.f. = Cavolfiore

Il Cavolfiore (Brassica oleracea botrytis) è un ortaggio con infiorescenza carnosa compatta, a forma di palla, di colore bianco–gialliccio

La parte commestibile è costituita da gemme florali ramificate, i cui peduncoli ravvicinati ingrossando formano una grossa palla carnosa detta “corimbo”.

Dim. cemarèlle

Quelli che dicono càvele-a-ffiöre parlano un dialetto addomesticato.

Alla lettera significa: cima, la parte superiore del cavolo che fuoriesce dalle bratte.

Foto fornita da Gigi Lombardozzi.

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Ciumarjille

Ciumarjille  sopr. = Cavolfiore

Ho lanciato come spiegazione “cavofiore” perché in diletto fa cjüme = Cima, e il dim. cemarèlle o ciümarèlle = cimetta.

Evidentemente il soprannome è stato coniato al maschile :Cjumarjille!

Mitica cantina, osteria con cucina degli anni ’30, attiva fin agli anni ’70.

Deriva forse da ‘sumarjille‘, asinello.

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Ciüme amarèlle

Ciüme amarèlle s.f. = Cime amarognole

Scusatemi, ma non so il nome corrispondente in lingua italiana. Aspetto qualche suggerimento da esperti botanici.
Cliccate sull’immagine per ingrandirla.

Pianta spontanea (Brassica campestris) apprezzata dai nostri nonni, che le raccoglievano per farne un piatto gustoso, le famose “fogghje meškéte” = verdure miste.

L’occhio esperto le distingue dalle cime dolci (i sìnepe). Il palato anche se inesperto, perché evidentemente queste erbe hanno un retrogusto po’ di amaro, come le cicorie.

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Ciüma dòlce

Ciüma dòlce s.f. = Senape campestre

Pianta annua (Sinapis arvensis‘a sìnepe è conosciuta meglio come ‘a ciüma dolce [femm. plurale ciüme dólce]= la cima dolce, può considerarsi una vera e propria verdura campestre. Si chiamano le “cime dolci” per differenziarle dalle simil “cime amare”, le ciüme amarèlle o ciümamarèlle) (Brassica incana o fruticulosa) = cime amarognole.

Nasce spontanea nei prati, dall’aspetto filiforme e dal gusto simile alle cime di rapa, e cresce in zone a clima temperato/caldo.

Nella nostra zona era apprezzata proprio per il suo sapore dolce, simile alle bietoline di campo. Ora non ne vediamo più, forse per effetto di pesticidi.

Qualche vecchietta oltre al più familiare ciüme dólce li chiama un po’ storpiandone il nome, ‘i sìlepe invece del più corretto sìnepe.

In Sicilia adoperano i piccoli semi tritati per farne una salsa, la famosa senape dal sapore piccante.

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Ciucculatöre 

Ciucculatöre s.f. = Cuccuma

Bricco di rame o di altro metallo usato per contenere il caffè o sim.

Quella in uso da mia nonna era di ferro smaltato, blu all’esterno e bianca all’interno. Aveva un lungo beccuccio e il coperchio incernierato. Capacità mezzo litro.

Si poneva colma di acqua sul fuoco fino all’ebollizione. Poi si mettevano nell’acqua bollente, udite udite, due – dico due – cucchiaini di caffé macinato, e si toglieva dal fuoco e si lasciava riposare qualche minuto.

La brodaglia, opportunamente filtrata con un colino metallico, si versava nelle tazze e veniva chiamata indegnamente “caffè”…

Nel periodo delle Sanzioni Economiche imposte all’Italia dalla “Società delle Nazioni” [perché aveva occupato l’Etiopia]  non si importava caffè, né ferro, cuoio, carbone, baccalà, aringhe, tabacco, frumento, ricambi di macchine agricole inglesi, ecc. ecc.
Insomma vigeva l’embargo internazionale.

Il “caffè” che l’Autarchia [sistema economico di auto sufficienza] proponeva agli Italiani era un misto di chicchi di orzo e cicoria abbrustoliti e macinati.

Si preparava con la cuccuma in casa. Non so se allo stesso modo la servivano ai pochi avventori nei tre bar di Manfredonia (Adolfo Castriotta, Aulisa e Giannino Gatta)

Immaginate che schifezza, anch’essa chiamata pomposamente “caffè”.

A pensarci bene anche i tedeschi e i francesi, per mia constatazione personale, fanno così tuttora il loro orrendo caffè. Credo che si chiami “caffè alla turca”. Puah!

Il nome significa cioccolatiera e deriva da cioccolata, perché in principio serviva a preparare la cioccolata calda.

Qualcuno pronuncia ciucclatöre. Accettabile.

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Ciuccjamére

Ciuccjamére sop. = Asino amaro

Significato letterale “Ciuco amaro”. Evidentemente quel somaro deve aver procurato dei problemi al suo proprietario.

Altro origine potrebbe essere “succhio amaro”..

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Ciucchetèlle 

Ciucchetèlle s.m. e sopr. = Teschio, cranio.

L’insieme delle ossa del cranio; specificamente designa la testa scarnita di un cadavere disseppellito.
Per sineddoche (scusate la brutta parola, che significa una parte per il tutto), ciucchetèlle anche indica l’intero l’apparato scheletrico umano

Un disegno stilizzato è universalmente riconosciuto quale segnale di avvertimento in presenza di grave pericolo.

Difatti compare sui contenitori di veleni, sui pali dell’alta tensione, ecc.

Di forma bianca, con tibie incrociate, il disegno stilizzato compariva sulla bandiera nera delle navi dei corsari.

Il termine ciucchetèlle presumo che derivi da ciòcche, antico nome garganico che indica la testa umana. Un po’ come l’abruzzese còcce, coccia.
Con il noto fenomeno linguistico detto metatesi – ossia lo spostamento di vocali o consonanti o sillabe all’interno della stessa parola (es. pietra = pröte; capra = crépe) – còcce coccetèlle = testolina sono diventati ciòcche e ciocchetèlle e ciucchetèlle.

Anticamente ‘coccia’, nel senso di guscio duro, di conchiglia, o di noci, o come vaso di terracotta, era usato anche in italiano (vedi cocciuto, cocciutaggine, essere di coccio = testardo, testardaggine, essere caparbio).

Esiste da noi anche il soprannome Ciucchetjille, al maschile. Il poverino aveva il volto molto magro e incavato come ‘na ciucchetèlle = un teschio.

 

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Cìtte-e-cìtte

Cìtte-e-cìtte s.m. = Cipria per belletto.

Per ravvivare le gote, le nostre nonne usavano una cipria colorata di varie sfumature di rosa.

Bisognava usarne pochissima se no sembravano maschere di carnevale!

Allora due colpetti col batuffolo, uno di qua e uno di là: citte-e-cìtte.
Il trucco doveva essere discreto, infatti alla lettera il sostantivo significa: zitta-e-zitta, lo sappiamo solo io… e me stessa.

Moh, mìttete ‘nu pöche di cìtte-e-cìtte! = Dài, mettiti un po’ di cipria (sulle guance)!

Stranamente ha un’assonanza con il celebre motivo americano cantato in duettobda Louis Armstrong ed Ella Fitzgerald: “Cheek-to-cheek” [pronuncia cikttucik] = guancia a guancia.

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