Ciuccètte

Ciuccètte s.m. = Succhiotto

Tettarella di gomma. Se bucata viene data, attaccata alla bottiglietta del latte detta biberon, da succhiare ai poppanti. In italiano dicesi ciuccio

Se invece non è bucata, si mette in bocca ai bambini (spec. ai lattanti) per calmarli o per farli addormentare. In italiano dicesi succhiotto.

Quando qlcu ragazzo adduce la tenera età per esimersi da un’azione rischiosa, si dice: mo’ l’hamm’e dé ‘u ciuccètte = Ora dobbiamo dargli il succhiotto!

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Cìtte-cìtte

Cìtte-cìtte avv. = Zitto zitto, silenziosamente.

Facjüme citte-citte = Agiamo silenziosamente. Senza farci accorgere.

I Napoletani usano aummo-aummo.

 

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Cistarjille 

Cistarjille s.m. sopr. = Cestino, panierino.

E’ diventato soprannome dal mestiere di cestaio.

Ovviamente le donne di questa famiglia sono cestarèlle, al femminile

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Cjissó 

Cjissó inter.= Gesù!

È lo sfogo spazientito di chi non ne può più.

Sarebbe a dire: Gesù, guarda che mi tocca sopportare!

Cjissó, c’jì fàtte mezzanòtte e ‘sti fetjinde stànne angöre a fé ammujüne! = Gesù, si è fatto mezzanotte e questi mascalzoni stanno ancora a fare baccano!

Se la pazienza stava per cedere il passo alla collera, il poveretto richiedeva anche l’aiuto di Maria:

Cjissó, Marüje, ma quìste hanne pèrse ‘a fàcce! = Gesù, Maria, ma questi hanno perso il senso della misura!

Quando mio padre, su mia sollecitazione di bimbetto, mi spiegò che Cjissó significava Gesù, io mi meravigliai parecchio, perché sapevo che si diceva Gése Crìste.

Misteri linguistici.

Vorrei azzardare una spiegazione.

In chiesa la Messa in latino nominava sovente Jesus. “In illo tempore dixit Jesus…”
Siccome in dialetto le parole che contenevano il dittongo ie o je si dicevano ji, ossia con una i lunga (fjine/fieno, cjile/cielo, Ciumariello/Ciumarjille, ‘njinde/niente, ecc) Jesus divenne Gjisó e da qui, specie se uno era un po’ incazzato, sonorizzava la ‘g’ in ‘c’ e raddoppiava la ‘s’, si è giunti a Cjissó.

L’interiezione, dice la grammatica, esprime un particolare atteggiamento emotivo del parlante, in modo estremamente conciso.

Nel nostro caso quel bisillabo, che alla lettera vorrebbe dire, un po’ storpiato: “Gesù!” viene pronunciato un tono quasi in falsetto, dopo aver constatato un atteggiamento o un modo di agire non consono alle aspettative.

Avöve dìtte de sté cìtte, e quìste nen te sèndene. Cissó, e che stéche parlànne ‘mbàcce a fràteme? = Avevo chiesto di non parlare ad alta voce, e questi non mi ascoltano. Ma guarda un po’, Per caso sto parlando al muro?

Il nome di Gesù in altro contesto è pronunciato sempre Gése-Crìste=Gesù Cristo. In dialetto non esiste la traduzione del solo nome Gesù senza il titolo di Cristo (unto, consacrato).
Quindi Cissó (mi raccomando la ó stetta) è una forzatura vera e propria.

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Cirquequè 

Cirquequè s.m. = Circo equestre

Si tratta di una contrazione di circo equestre, troppo difficile da pronunciare da parte degli analfabeti, che erano numerosissimi negli anni ’30.

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Ciócce 

Ciócce s.inv. = Asino

Termine invariabile per genere e numero.

Asino, somaro, ciuco. Mammifero erbivoro della famiglia degli Equidi (Equus asinus).

Utilizzato generalmente come bestia da soma. Simile al cavallo ma più piccolo, con testa grossa, orecchie allungate e mantello di colore grigio uniforme o anche scuro.

  • Dim., Ciucciarjille s.m. ciucciarèlle s.f.
  • Femm., ‘A ciócce; scherzosamente ‘a ciócce indica la fidanzata (chiedo scusa alle donzelle)
  • Fig., persona testarda, cocciuta, ignorante e stupida.

Per estensione si intende per ciócce il cavalletto, o braccetto da sarto, usato per stirare agevolmente le maniche delle giacche.

Curiosità:

1)‘U ciócce Lallüne = Il somaro di Raffielino, veniva chiamato in causa quando non si sapeva attribuire la responsabilità di una marachella.

-Chi ca ho rotte ‘u piatte? (silenzio…) -‘U ciócce Lallüne! = Chi ha rotto il piatto?…l’asinello di Raffielino.

2) ‘U ciócce Maradòsse si nomina come termine di paragone per indicare qlcu che compie un’azione inopportuna.

Riporto quello che ha scritto Mambredònje (Umberto Capurso) su questo asino

«In ricordo a un Manfredoniano ad un’icona di Manfredonia, un personaggio conosciuto da diverse generazioni per il suo umore e semplicità!

Un piccolo racconto di un fatto realmente accaduto, dove si può capire che persona era: nonostante la gravità del caso, sapeva mantenere il suo buon umore.

Un giorno Maradòsse si trovava con il suo carretto all’incrocio Via Tribuna / Via Seminario, e venne fermato da un giovane che gli chiese se poteva dire una cosa all’orecchio del suo asinello; lui standoci allo scherzo accennò di sì.
Il ragazzo però non aveva buone intenzioni: facendo finta di parlare sotto voce con l’asino gli infilò nell’orecchio la cicca della sigaretta che stava fumando, e la povera bestia come impazzita corse giù per la strada, facendo volare a destra e sinistra la merce del carretto, per poi infilarsi nell’entrata del barbiere che si trovava alla fine della strada tra Via Seminario / Corso Roma.
Il barbiere vedendo spuntare la testa dell’asino tra le tendine dell’ingresso, gridò:
-“E chè, mò püre lù ciócce de Maradòsse ce völe fèje la varve?”
Mentre Maradòsse ancora scioccato da ciò che era successo, chiese al ragazzo:
– “Ma dìmme ‘nu pöche, tóje mò, chè cazze l’à ditte allu ciocce müje, pe farle scappé acchessì?”
– “Cumbé, l’è ditte škìtte cà jöve morte la mamma söve”, rispose il furfantello.
– “Ghjà-chì-t’è-murte!”. gridò Maradòsse imbestialito, “e tóje proprie mò ce l’aviva düce cà l’jì morte la mamme?!”

Questa storia ancor oggi ha il suo effetto, e se qualcuno racconta qualcosa in un momento inopportuno può darsi che si sente dire: “A’ fatte accüme ‘u ciócce de Maradòsse…”

Stàtte bùne Maradosse!»

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Cinematò 

Cinematò s.m. = Cinematografo

Ora si dice cinema, ma appena agli inizi del 1900 si usava cinematografo. Il popolino ha sintetizzato il termine, tralasciando la finale.

Oltre a indicare il locale dove si proiettavano le pellicole, questo termine evidenziava una situazione caotica, chiassosa, movimentata:

E c’hama fé quà, ‘u cinematò? Baste mò! Fenìtele!= E che abbiamo da fare qui, il cinematografo? Basta ora! Smettetela!

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Cigghjéte 

Cigghjéte s.f. = Fortunale, burrasca

Improvviso cambiamento di tempo meteorologico, caratterizzato da fortissimo vento e alti marosi.

Non arriviamo al tornado, ma ‘a cigghjéte = il fortunale è molto violento, temutissimo dalla gente di mare.

La subitaneità con cui avviene ‘a cegghjéte fa venire a mente ‘u cìgghje de panze, che sorge altrettanto improvvisamente.

Va bene anche la pronuncia cegghjéte.

L’accrescitivo si volge al maschile: ‘u cegghjatöne.

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Cìgghje 

Cìgghje s.m. = germoglio, fitta doilorosa

1 Cigghje = Germoglio. Tipici i cìgghje delle patate, tenute a lungo al buio, simili a rametti bianchi che fuoriescono numerosi dal tubero. Sono tossici perché ricchi di solanina. È opportuno eliminarli assieme alla buccia che va tolta fino alla parte verde.

2 Cìgghje = Fitta, dolore improvviso per lo più da organi interni (cìgghje de pànze;  cìgghje de rècchje).
Figuratamente tenì i cìgghje de panze o anche tenì i delüre ‘ngùrpe vuol significare che qualcuno agisce in modo subdolo, che ha sempre una furbata in serbo a proprio tornaconto. Come ad esempio un debitore che sfugge al proprio creditore.
Anche la sensazione di bruciore epidermico (causato, ad es., da alcol posto su una escoriazione per disinfettare) è detta cìgghje.

I due sostantivi derivano dal verbo intransitivo cigghjé (dolere, germogliare).

Attenzione! Non confondete, data l’assonanza, cìgghje  con cègghje.

Fino a pochi decenni fa ‘i cègghje. indicavano le sopracciglia mentre le ciglia si chiamavano ‘i papèlle de l’ùcchje, sostantivo nato forse storpiando il termine palpebre dalle quali spuntano ben allineate..

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Cicjille

Cicjille s.f. = Uccello

Il termine dialettale ‘a cicjille è un modo fanciullesco di dire ‘a vucjille, sia nel significato proprio di “uccello-volatile” sia in quello esteso di…”uccello-pisello-pisellino” dei maschietti.

Quello degli adulti ha diverse denominazioni in dialetto, ma non mi sembra il caso di elencarle qui, semmai – ci penserò – in ordine alfabetico alla C e alla P.

Cito il nome, assolutamente non volgare, che mi è sembrato divertente e un po’ bizzarro, captato dalle mie orecchie innocenti quando ero piccolo: ‘a criapòpele “la crea-popoli”!

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