Fuscèlle

Fuscèlle s.f. = Fuscella

Contenitore di giunco intrecciato a forma cilindrica o tronco conica usato dai pastori per alcuni prodotti caseari freschi, formaggio e ricotta.  Esso permetteva alla ricotta di sgocciolare il siero in eccesso.

Da qualche decennio si usano solo quelli di plastica, forse da un punto di vista igienico, più pratici, a salvaguardia della salute dei consumatori, anche perché sono “vuoti a perd

Il nome originale deriva dal  latino fiscella .

Un sinonimo è camböse (←clicca).

 

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Camböse

Camböse s.f. = Cesto per ricotta

Da non confondere con cambüsce.Cesto di giunco intrecciato, a forma cilindrica o tronco-conica, usato per riporvi la ricotta o il formaggio fresco in modo che perdessero il liquido in eccesso. (Clicca sull’immagine per ingrandirla).

Dopo che la ricotta si era rassodata per la perdita del siero in eccesso, si poteva facilmente trasferire su un piatto semplicemente capovolgendolo la camböse.

La camböse ha una capacità di oltre un chilo di ricotta o formaggio. Ovviamente ‘a cambose recòtte = il fuscello di ricotta indica più il contenuto che il contemnitore.

I cestello più piccoli (da 250 gr a mezzo chilo), sono chiamati con termine simil italiano fuscèlle.(clicca)

Ora per fare i cestelli per la ricotta non adopera più il giunco ma la plastica, forse più igienici perché sono vuoti a perdere, non riutilizzati.

Il lettore Giovanni Ognissanti, cui va il mio ringraziamento, mi ha fatto notare che il termine camböseera usato anche per indicare la cassata. Presumo per la sua forma tondeggiante.

Accattàmece ‘na camböse de geléte = Compriamoci una cassata (di gelato).

Ovviamente c’era bisogno de complemento di specificazione (de geléte) per distinguerle l’una dall’altra (de recòtte).

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Cambüsce

Cambüsce s.m. = Pascolo

Ritengo che, derivando da campi, si possa tradurre “campeggio”,  non nel senso turistico come lo intendiamo oggi, ma col significato di “alpeggio”, distesa erbosa adibita a pascolo.

Di solito si usa, addolcendo la consonante iniziale, come avviene i tutti i dialetti dell’Italia meridionale, pronunciare ‘ngambüsce. Esempio cambagne/ngambagne, cjile/ngjile, ecc.

Tipico il verbo mené ‘ngambüsce = Menare, condurre le pecore per i campi al pascolo.

Usato anche nella forma intransitiva menàrece ‘ngambüsce = Uscire presto di casa per raggiungere i campi o i cantieri o per andare in mare.

Una mattina, uscendo in bicicletta di buonora, sono stato apostrofato simpaticamente da un amico: Uhé, già te sì menéte ‘ngambüsce! = Ehi, già ti venuto fuori di casa (così presto)!

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Cambe-sante

Cambe-sante s.m. = Camposanto

Cimitero cristiano. Luogo predisposto per la sepoltura dei morti e per la conservazione dei loro resti.

Con le Leggi di Gioacchino Murat emanato nel Regno delle due Sicilie agli inizi del 1800 furono stabilite alcuni criteri cimiteriali inderogabili tuttora vigenti:  le salme non dovevano essere inumate più all’interno delle Chiese, come facevano i signorotti e gli ecclesiastici, ma nei cimiteri che dovevano essere ubicati ad almeno 200 metri fuori dell’abitato.

 

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Cambanjille

Cambanjille s.m. = Campanello

Piccola campana che si suona agitandola per il manico o tirando la corda a cui è fissata; dispositivo elettrico a suoneria azionato da un pulsante, collocato accanto alle porte all’esterno di abitazioni, uffici, ecc.

Ricordo che cambanjille è anche un soprannome che apparteneva alla famiglia Quercino.

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Curatèlle

Curatèlle s.f. = Corata

Si intende la corata di agnello o di capretto, ossia la trachea, il cuore, i polmoni, la milza e il fegato. Con un sinonimo si chiamava ‘u cambanere = il campanile, perchè tutto l’apparato veniva appesa con un gancio all’interno delle macellerie a far bella mostra di sè.

Nella foto i vari organi sono stati separati per la preparazione di un delizioso soffritto, o di un gustoso cazzemàrre o di molteplici turcenjille.

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Cambanére

Cambanére s.m. = Campanile

Torre che affianca o sovrasta una chiesa e che contiene nella parte più alta le campane. Nella foto d’epoca, il “nostro” speciale amato campanile dell’Orsini, uno dei pochi staccato dal corpo dell’edificio della chiesa.

Con questo termine una volta si designava anche la corata, a curatèlle di agnello o di capretto (trachea, cuore, polmoni, fegato), appesa con gancio all’interno delle macellerie in esposizione.

Era la carne dei poveri, con cui le nostre brave nonne preparavano un gustoso soffritto o dei piccoli deliziosi turcenjille.

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Calzatüre

Calzatüre s.m. = calzatoio

In italiano ottocentesco  era chiamato anche “corno” perché ricavato dall’appendice ossea dei bovini.

Si può chiamare anche cavezascarpe

Piccolo oggetto di metallo, o di plastica che aiuta ad indossare le scarpe, facilitando con un’azione a scivolo, l’alloggiamento del tallone all’interno di esse.

Quando ero giovinotto qlcu lo chiamava ‘u calzànde, ma forse era preso a prestito da altri dialetti che si sentivano durante il servizio militare, a contatto con gente di tutta Italia.

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Calüche 

Calüche s.m. = Caligine, nebbia, bruma.

È un termine prettamente marinaresco forse in disuso, soppiantato nel linguaggio corrente dal più snello nègghje, bisillabo comprensibile anche dalle popolazioni terricole (professionisti, artigiani, pastori, contadini, carrettieri, ecc.).

Probabilmente deriva dal tardo latino caligare = oscurarsi, annebbiarsi.

Provo a dedurre un’altra etimologia: ritengo che possa derivare da “calare”, nel senso che cala la visibilità. In italiano si dice anche: cala la nebbia.

Ecco la definizione di Wikipedia:
“La nebbia è il fenomeno meteorologico per il quale una nube si forma a contatto con il suolo. È costituita da goccioline di acqua liquida o cristalli di ghiaccio sospesi in aria. A causa della diffusione della luce solare da parte dell’acqua in sospensione la nebbia si manifesta come un alone biancastro che limita la visibilità degli oggetti”.

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Calefaténe 

Calefaténe (o calefatéres.m. = Calafato.

Il termine viene dall’arabo qualfat e qualafa

Operaio dei cantieri navali specializzato nel calafataggio, cioè nell’impermeabilizzazione dello scafo dei natanti.

Per calafatare si inseriva forzatamente della stoppa nella connessione del fasciame e si ricopriva con pece o catrame fuso.

L’eventuale minima infiltrazione faceva gonfiare la stoppa che così turava qualsiasi altro passaggio di acqua

Il termine calefaténe ha assunto una valenza negativa, perché il mestiere di per sé comporta un annerimento degli abiti da lavoro, e della faccia e delle mani dell’operaio.

Tutto ciò fa sembrare sporco l’operaio, anche se costui si lava accuratamente.

Vattì, assemìgghje a ‘nu calefaténe! (Va’ via, somigli ad un calafato!)

Si tratta anche di un soprannome

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