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Chiachjille

Chiachjille agg., s.m. = inaffidabile

Adattamento al dialetto locale del termine napoletano chiachiello che ha lo stesso significato nelle due parlate.

Si tratta di un vocabolo con valenza dispregiativa che descrive una persona priva forza d’animo, affidabilità e serietà. È un personaggio debole, inconcludente.
L’etimologia del termine:

Ho reperito in rete un sito partenopeo che elenca i risultati di varie ricerche sull’origine di questo aggettivo sostantivato. Li riporto testalmente, virgolettati:

«Negli anni si è cercato di attribuire una provenienza certa a chiachiello. Si è fatto perciò grande ricorso alla storia di Napoli, ripescando tutte le influenze ivi giunte. Però ad oggi non si è arrivati ad una conclusione sicura.

Ecco tutte le opzioni vagliate:

Si è arrivati a studiare somiglianze con la lingua greca, rispolverando il termine blakikos, il cui significato era codardo.

Si è passati anche per la lingua latina, analizzando il termine cloac(u)la con l’aggiunta del suffissio iello, che indicava i canali di spurgo. Questi ultimi richiamerebbero il chiachiello per il loro contenuto, ma anche per la loro struttura: una cavità vacante.

Un’altra papabile alternativa è fornita dalla lingua spagnola, nel dettaglio dalla parola cualquier, qualunque, che ricorderebbe il qualunquismo insito nel chiachiello.

Si è giunti, infine, alla recente origine onomatopeica. La teoria vuole che il termine derivi da “Chià – Chià”, suono della bocca inutilmente chiacchierina.»

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Zuarre (alla)

Zuarre (alla) agg. = Zuava (alla)

Zuarre è una storpiatura di “Zuavo”, (Corpo militare francese in Algeria del 1830 formato da soldati locali).

Cavezöne alla zuàrre = Calzoni alla zuava, alla maniera degli Zuavi, spec. con riferimento a capi di vestiario simile alla divisa degli Zuavi.

Specificamente le gambe dei pantaloni non arrivavano alla caviglia, ma erano fermate sotto il ginocchio, con un bottone o un laccetto, e ripiegate ognuna in modo da formare uno sbuffo.

Erano i primi calzoni lunghi che un adolescente indossava dopo essere andato con i calzoncini corti fino ai quattordici anni.

Erano un po’ curiosi. Negli anni ’30 erano abitualmente indossati anche dagli adulti, in abbinamento a calzettoni a disegni a rombi e con colori scozzesi.

Questi pantaloni “alla zuava” furono adottati come divisa dagli alpini, e dai ragazzi inquadrati nelle organizzazioni giovanili del regime fascista, come dalla foto qui a lato tratta da Wikipedia.

Fortunatamente sono andati fuori moda negli anni del dopoguerra.

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Semplecöne

Semplecöne s.m. = sempliciotto, sciocco, credulone

Un po’ come dire fafalöne (<—clicca).

Potrebbe derivare dall’italiano semplicione o sempliciotto.

Soggetto dalla figura allampanata, con movenza goffa e impacciata, che talvolta si intrufola nei discorsi altrui con argomenti fuorvianti e fuori tema.

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Acìzze

Acìzze agg. = inacidito, rancido, guasto

Generalmente si riferisce a cibo andato a male.
Quando i frigoriferi domestici non erano diffusi, accadeva spesso che un in intingolo, un avanzo di cibo qualsiasi si guastasse.

Ma’, ‘a recotte c’ì fatte acizze! = Mamma, la ricotta si è inacidita!

Si usava analogamente anche la locuzione (clicca qui —>) cì’ fatte brótte = si fatta brutta, che in italiano lascia perplessi.

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Allanghéte

Allanghéte agg. = Assetato, affamato

Allanghéte probabilmente nato sulla falsariga dell’antico verbo italiano “aggangare” = seccare o sentire arsura, aver grandissima sete.

Per estensione si usa allanghéte per definire l’atteggiamento di persona in severa astinenza (di acqua, cibo, sesso, tabacco, ecc.), cioè che sente un fortissimo desiderio di soddisfare un bisogno.

Il già citato vocabolario cerignolano fa derivare il termine dal latino anancatum.

Accüme sté allanghéte, ne l’avaste manghe ‘nu sìcchje d’acque = Da come è assetato, non gli basterebbe nemmeno una secchiata d’acqua.

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Sprudènte

Sprudènte agg. = irriguardoso, sfacciato, sfrontato, arrogante.

L’aggettivo generalmente era rivolto alle pulzelle sfacciate che non usavano alcuna prudenza o rispetto verso il prossimo, anzi quando erano riprese per questo atteggiamento ostile, erano prontissime a ribattere all’infinito ogni tentativo di rabbonirle.

Al giorno d’oggi questo atteggiamento è molto diffuso, anche se il termine è andato in disuso.

La pìgghje pe chépe e möne mùzzeche, la pìgghje pe cöde e möne càvece! Ne la pute addumé de nesciüna manöre! = La prendi per testa e tira morsi, la prendi per coda e sferra calci! Non la puoi domare in nessuna maniera!

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Ammurrechéte

Ammurrechéte agg = rauco, roco, arrochito

Ammesso anche ammurechéte, con una sola “r”.

Dicesi di persona, e più specificamente di voce arrochita. rauca.

Alterazione della voce, dovuta a raucedine (irritazione del sistema fonetico, detta disfonia).

Compare spesso assieme ad una laringite dovuta ad inalazione di fumo o di sostanze irritanti, o per effetto di un prolungato sforzo delle corde vocali.
Ne sanno qualcosa i tifosi del gioco del calcio, che si sgolano allo stadio per sostenere la propria squadra.

Sté ammurrechéte = Essere rauco,
Tenì ‘a vöce ammurrechéte = Avere la voce arrochita.

Certamente l’aggettivo è di derivazione latina: raucus, ab raucatus = rauco

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Jìntrechése

Jìntrechése agg. = casereccio, nostrano

Un aggettivo riferito per lo più a preparati alimentari, fatti in casa, a mano, talvolta destinati alla vendita, decisamente più genuini degli analoghi prodotti industriali, perché preparati senza coloranti e senza conservanti per lo più con materie prime di origine biologica.

Parlo di biscotti, pasta fresca, scaldatelli, mostaccioli, salsicce, limoncello, passata di pomodoro, ecc.

Alla lettera jìntrechése significa (fatto) in casa, dentro casa.

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Paprecchjöne

Paprecchjöne agg., s.m. = Sciocco, fessacchiotto

Generalmente è riferito a persona insulsa, facilmente raggirabile, un po’ ingenua, tarda nell’agire.

‘Stu paprecchjöne pe ‘nzacché ‘nu chjuve ce mètte mezza jurnéte! = Questo sciocco per piantare un chiodo impiega mezza giornata.

Probabilmente derivato da papero.
Per il femminile l’italiano similmente usa “oca” per dire sciocca.

Credo che per definire in dialetto le stesse “qualità” al femminile basti un semnplice “pàpre” = papera, oca.

Angöre mò ce arretüre ‘sta pàpre = Solo adesso rientra, questa sciocca.

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Assendéte

Assendéte agg. = Attillato, aderente

Nel linguaggio di sartoria questo aggettivo indica un abito, un indumento che volutamente viene confezionate aderente al corpo per esaltarne le forme.

Talora quando un abito è troppo aderente, lo si portava in sartoria per farlo allargare e adattarlo al proprio fisico, facendo eliminare le “riprese”.

Gli artigiani di sartoria di una volta erano bravissimi. Oltre a tagliare e confezionare i vestiti, erano abili anche a rivoltarli, cioè scucirli completamente e riciclare la stoffa rivoltando all’esterno il verso interno (perché meno logoro). L’indumento veniva come nuovo.

Ora in tempi di usa e getta, quasi tutti i sarti hanno chiuso bottega perché nessuno richiede questi lavori impegnativi. In ambito domestico nessuno sa ricucire nemmeno un bottone staccato.

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