Deriva dal latino cariosus, che significa glabro, privo di peli; oppure dal greco keiro che significa tagliare, rasare.
Il termine è passato attraverso il provenzale, lo spagnolo e il siciliano.
Spesso per questioni di igiene, i bambini venivano rapati a zero.
La testa senza capelli (si usava anche il sinonimo melöne e tatta-melöne) veniva indicata come carüse.
Me sò fàtte ‘u carüse (o anche me sò fatte ‘u tatta-melöne, oppure me sò caruséte) = Mi sono rapato a zero.
Il bambino è tuttora chiamato caruso in Sicilia e toso in Lombardia, come dire tosato, rapato.
In falegnameria con questo termine si definisce un incastro di due assi di legno che non sia ad angolo retto o a prosecuzione longitudinale.
Per esempio: il corrimano di una ringhiera, da orizzontale prosegue per la scalinata ad un angolo di discesa di 45°. Ecco, la giuntura angolare è il cartapöne.
Qlcu pronuncia gardapöne o cardapöne.
Ho trovato casualmente su un vocabolario il termine corretto. Trascrivo integralmente:
“Quartabuono s.m.
1 . Denominazione di configurazioni angolari di 45°.
In falegnameria squadra a triangolo rettangolo o strumento di legno con due bracci uniti a snodo.
2 . Nella nave l’angolo formato dal piano di un’ossatura con la superficie interna della carena.
Dallo spagnolo cartabòn.”
(dal Vocabolario della Lingua Italiana Devoto-Oli)
Presumo che il “quarto buono” sia l’angolo di 45°: infatti quattro di questi angoli formano l’angolo piatto di 180°, ossia il piano orizzontale.
Fino al 1947 si intendeva un carrettino a mano a due ruote per trasportare oggetti. Poi il sig. Piaggio a Pontedera inventò la Vespa dalla quale derivò il motocarro a tre ruote., il famoso ApeCar. I carrettini a mano sono caduti in disuso grazie alla successiva rapida motorizzazione di massa.
Immediatamente il termine carrùzze (detto anche ‘u tre röte = il tre ruote) è passato a designare questo utilissimo veicolo. Usato da commercianti ambulanti, o da muratori per il trasporto in ambito cittadino di materiale e attrezzi li lavoro e/o di calcinacci da smaltire. Da negozianti fissi per consegnare la merce a domicilio.
Si vedono per le strade tuttora in giro carrùzze di tutti i tipi, con sponde ribaltabili o a centine e addirittura con sedili per giri turistici in certe città d’arte.
Quando ero ragazzo, ricordo che era il fruttivendolo/musicista ‘Ntoniuccio De Salvia Ndiscià col suo storico carrùzze l’incaricato al trasporto degli strumenti ingombranti (contrabbasso, batteria, fisarmonica, chitarra, amplificatore e altoparlanti) al locale dov’era programmata la serata, magari anche con un passeggero a fianco nella minuscola cabina.
Mi pare irriverente paragonare il nostro carrùzze al Carroccio della storica Lega Lombarda del 1161 contro Federico I “Barbarossa” (avo di Manfredi Hohenstaufen), né all’altisonante attributo del Partito politico della compagine leghista Bossi/Salvini/ Calderoli ecc .
Sarebbe come fare un raffronto tra un’utilitaria e una Ferrari.
Il Carlino è la decima parte del Ducato, moneta Borbonica in uso fino al 1860.
Durante il Regno delle due Sicilie, l’unità monetaria di base era il Ducato, d’argento del peso di gr. 22 circa e contenente 9/10 di fino e 1/10 di lega (rame).
Il ducato si divideva in 10 Carlini, ognuno dei quali composto da 10 Grani, ognuno dei quali da 12 Cavalli.
I termini Carrüne , Duchéte = Ducato, e anche Marènghe d’öre = Marenghi ‘oro, ricorrevano spesso nelle fantastiche favolette di ladri e briganti che ci raccontavano le nostre nonne.
Abilissimo artigiano che costruiva carri, carretti a trazione animale, d’intesa con il fabbro che gli preparava l’asse, i cerchioni , le staffe, i perni ecc.
Abilissimo artigiano che costruiva quasi tutto a mano, carri, carretti a trazione animale, d’intesa con il fabbro che gli preparava l’asse, i cerchioni , le staffe, i perni ecc.
Come a tutti gli artigiani, al nome proprio o al nome del mestiere veniva anteposto l’appellativo Maste = maestro. Maste-Giuànne = Maestro Giovanni: ‘u maste-carrjire= Il maestro carradore.
Periodo compreso tra l’Epifania e la Quaresima, caratterizzato da scherzi e divertimenti, balli, feste in maschera.
Il nome deriva dall’espressione latina carnem levare, togliere le carni dalla mensa, perché stava per iniziare il periodo penitenziale della Quaresima. Un ramadan, un digiuno molto più moderato di quello arabo.
E prima di ciò si approfittava per far piazza pulita delle scorte: obbligatorio mangiare, bere e divertirsi!.
Il soprannome Carnevéle, è attribuito alla Famiglia Principe. Tra i fratelli Prencipe vi era un bravo falegname, un dotto Canonico, e un valente Violinista, attivo nell’orchestra Alessandro Scarlatti di Napoli.
Il foruncolo è un’infezione superficiale della pelle, molto dolorosa, in genere causata dal batterio Staphylococcus aureus. Si presenta con un vistoso arrossamento che successivamente diventa gonfiore e poi in una sacca di pus.
Il termine carevógne deriva da “carbonchio”, infezione che colpisce i bovini (e talvolta anche l’uomo), anch’essa caratterizzata da pustole emorragiche molto dolorose.
Talora le pustole comparivano sotto le ascelle. Queste non erano singole, ma multiple, a grappolo, veramente dolorosissime e venivano chiamate al maschile i “rìzzetjille”.
Compare in diverse parti del corpo: dietro il collo, sugli arti, ai lati della bocca, ecc. Forse dovuto alla carenza di igiene o a disordini alimentari.
Per guarire dai foruncoli bisogna attendere pazientemente la loro “maturazione”, ossia che la parte dolente e tumefatta si trasformi in pus.
Bisognerebbe evitare di creare artificialmente una via d’uscita. Una volta era usuale bucare la pelle con un ago disinfettato (spungeché) e schiacciare la bolla per svuotarla dal suo contenuto purulento (’a matèrje).
Mia nonna, per accelerare la maturazione del foruncolo, lo ungeva con il grasso delle macchine e lo copriva con la carta oleata.
Altri, meno rustici di mia nonna, usavano un unguento, suggerito dal farmacista, a base di ittiolo.
Ai nostri giorni – ammesso che si manifesti ancora sulla cute dei divoratori di Nutella – i medici suggeriscono di usare l’olio di Melaleuca (*) che è un potente anti-batterico e anti-infiammatorio. Presumo che associandolo con un paio di pasticche di antibiotico si possa accelerare l’eliminazione del fastidio!
Il Cardo campestre (Scolymus grandiflorus della fam. Asteraceae) è una pianta selvatica commestibile, di cui si usa la costa carnosa della rosetta basale e la propaggine più tenera privata da spine e filamenti.
I cardungjille sono usati per preparare minestre nel periodo pasquale, cotti in spezzatino con carne di agnello, uova, formaggio. Questa pietanza chissà perché in alcune famiglie veniva chiamata ‘U Benedìtte = Il Benedetto.
Vi suggerisco la ricetta nostrana: https://ricettemanfredonia.altervista.org/cardoncelli-con-agnello-e-uova/
Nella Puglia piana vengono detti cardungille anche i funghi cardarelli (Pleurotus eryngii)
Nome comune di diverse piante campestri erbacee con foglie e brattee spinose, della famiglia delle Composite.
Il cardo, del genere Cinara (Cynara cardunculus) appartenente famiglia dei carciofi, viene anche coltivato come ortaggio, con foglie carnose biancastre.
E’ detto in dialetto ‘u cardöne de péne = cardo di pane, perché piuttosto asciutto, per distinguerlo da quello spontaneo dei campi, ovviamente chiamato cardöne d’acque.
Anche i meloni si distinguono quelli ‘di pane’ e quelli ‘d’acqua’.
I cardi sono piuttosto insipidi, senza un gusto accentuato.
Quelli campestri (Silybum marianum) venivano consumati crudi, dopo paziente operazione per privare le coste dalle spine e dai filamenti, dai pastori che non avevano altro companatico.
Sono piuttosto insipidi, senza un gusto accentuato. Per questo motivo il termine è passato ad indicare un soggetto fessacchiotto.
Vi invito anche a vedere il termine cardungjille, un cardo selvatico invece molto apprezzato.
Cardöne è usato anche come soprannome, forse derivante dal cognome Cardone