Autore: tonino

Sertóscene

Sertóscene s.f. = Tartaruga

Detta anche Sertójene, Sertócce, Sartóscene = testuggine

Rettile terrestre (Testudo hermanni) con carapace lungo fino a 26 cm, diffuso nell’Europa meridionale e allevato spec. nei giardini, comunemente detto tartaruga.

L’esoscheletro è composto da uno scudo dorsale convesso, detto carapace, e dallo scudo ventrale, detto piastrone, uniti tra loro da legamenti elastici.

Quella di mare, la famosissima Caretta caretta, è una specie protetta perché in via di estinzione. Talvolta si impigliava nelle retri dei nostri pescatori.
Qualche persona, ignara della proibizione, ne ha anche mangiato le carni giudicandole eccellenti.
Da qualche anno è attivo il nostro Centro di Recupero di Tartarughe Marine si è reso benemerito per averne salvate  rischio di soffocamento da materiale plastico.

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Sarte

Sarte s.f. e s.m. = Sarta, sarto

1) Sarta – Donna che esercita il mestiere di sarto, confezionando in partic. abiti per donna o per bambino;

2) Sarto – Artigiano addetto al taglio e alla confezione di abiti prevalentemente maschili.

La differenza nella descrizione del mestiere non è eccessiva. variano i destinatari degli abiti.

Come tutti gli artigiani, abilissimi, si appellavano con il titolo di Maste = maestra/o

Maste-Custantüne, Mast’Andunètte, Maste Cenzèlle, Maste Nicöle, ecc.

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Saramènde

Saramènde s.m. = Tralcio, sarmento


Ramo lungo e sottile della vite, usato anche per innesti.

Quelli potati, e quindi secchi, sono utilizzati per innescare il fuoco perché di facile combustione.

Al plurale fa saramjinde.

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Saprüte

Saprüte agg. = Saporito, gustoso.

Ricco di sapore; che ha un sapore intenso, anche per l’aggiunta di condimenti e aromi.

Te piàcene i fechedìnje? Sì, so saprüte! = Ti piacciono i fichidìndia? Sì, sono gustosi

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Sapretjille

Sapretjille agg. = Sapore deciso

Si indica specificamente questo aggettivo quando, nell’assaggiare una pietanza, si nota che essa è un po’ troppo ricca di sale o di spezie, e che va perciò corretta.

Quando mio nonno diceva questo, mia nonna lo tranquillizzava, dicendogli: acchessì te pùte azzecché ‘na vèvete de vüne de chjó! = così puoi approfittare per una bevuta di vino in più (per togliere dalla bocca il gusto deciso del sale, o del pepe).

Caso mai mio nonno avesse trovato la pietanza un po’ scarsa di sale, ossia sciapüte, mia nonna lo avrebbe rimbeccato: e chè te vularrìsse ‘mbriaché? = per caso ti vorresti ubriacare?

Assapréte ‘stu süche: accüme jì venüte? = Assaggiate questo sugo: come è riuscito?
Jì nu pöche sapretjille = È un po’ ricco di sale!

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Sante Martüne

Sante Martüne loc.id. = San Martino.

Corretta anche la grafia Sante Martïne

San Martino, dividendo il suo mantello con la spada per darne metà ad un povero, ha compiuto un gesto consolatorio agli occhi del Signore, dei suoi e dei nostri contemporanei.

Si invoca il Santo per augurare abbondanza, perché il giorno della sua commemorazione, l’11 novembre, come si usa dire, ogni mosto diventa vino ed il clima talvolta si mostra meno aggressivo (il fenomeno, quando si manifesta, viene chiamato “estate di San Martino”).

Se entrando in casa propria o di amici si vede che qualcuna è intenta ad impastare la farina per le pettole o per il pane, spontaneamente si dice, come un voto augurale: Sande Martüne!

Agghje mìsse a crèsce, Sande Martüne = Ho messo la pasta a lievitare, San Martino (non permetterà che il pane diventi azzimo, quindi la massa lieviterà nella giusta misura.)

Altra forma abituale è benedüche/benedïche = benedico, dico bene, non per invidia.
Mia nonna diceva:
«Mitte acque e mitte farüne…
e faciüme crèsce ‘u Sante Martüne»

Voleva significare: “aggiungi un posto a tavola”, o “allunga iul brodo”.  Un segno di genuina ospitalità.

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Sanpaulére

Sanpaulére s.m. = serpaio

Cacciatore o addomesticatore di serpenti.

La credenza popolare attribuiva al settimo figlio maschio di una famiglia numerosa, la capacità di addomesticare i serpenti e di non temere il loro morso.
Quale segno inequivocabile della sua confidenza con gli ofidi, egli ostentava, nella parte inferiore della lingua,  un notevole rigonfiamento di due vasi sanguigni.

Costui, il prescelto, il predestinato dopo altri sei fratelli, avvalendosi della protezione di San Paolo (da cui il nome sanpaulére = seguace di San Paolo) veniva chiamato per disinfestare dai serpenti qualche dimora di campagna o anche di paese.

Ovviamente queste cose non hanno alcun fondamento scientifico, e al giorno d’oggi tutt’al più strappano un sorriso di compiatimento per l’ignoranza che ci avvolgeva fino agli anni ’60 del Novecento.

La tradizione abruzzese, tuttavia, ripone in San Domenico Abate la fiducia per la protezione dal morso dei serpenti, non in San Paolo.
Ognuno confida nel Santo che più gli aggrada. I Santi fortunatamente non temono la concorrenza, né hanno invidia come gli umani.

In Abruzzo i serpai (o serpari) avvolti dalle loro graziose bestioline, il primo giovedì di maggio sfilano in processione a Cocullo (AQ), come nella foto che campeggia all’inizio di questo articolo, attinta dal web.

Il sostantivo sanpaulére è accettabile anche scritto sampaulére, perché più vicino alla sua reale pronuncia.

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Sangiüne

Sangiüne s.f. = Gengiva

Tessuto della bocca che ricopre le arcate dentarie.

Tènghe ‘i sangjüne abbuttéte = Ho le gengive gonfie (per una infiammazione).

Diffidate da quelli che dicono “gònfje” o “gunfjéte”….Parlano un falso dialetto. Si dice abbuttéte!

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Sangiuannjille

Sangiuannjille s.m. = Sughetto

Il termine è usato anche in Basilicata per designare un sughetto veloce con olio, aglio, peperoncino e pomodori pelati, fatto per condire un’improvvisata spaghettata con gli amici.

Francamente non so la derivazione del nome, che alla lettera significa “San Giovannino”.

Posso azzardare un’ipotesi: in epoca in cui i pomodori si preparavano in casa conservandoli in bottiglia o a pezzetti o sotto forma di passato, era raro che si usassero i pelati in scatola.

Quelli che si trovavano in commercio erano della famosa marca Cirio di San Giovanni a Teduccio (Napoli). Ecco, “San Giovanni” era diventato sinonimo di barattolo di pelati da chilo.
La lattina piccola, ovviamente, doveva essere “San Giovannino”.

Non pretendo di dare una spiegazione ad ogni cosa, per carità, ma mi sembra abbastanza plausibile questa ricostruzione etimologica.

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Sangiuànne

Sangiuànne s.m. = Padrino di battesimo

Dobbiamo un po’ rifarci al Vangelo. San Giovanni il precursore e cugino di Gesù, si autodefiniva ‘voce che grida nel deserto’ e viveva coperto di pelli e si nutriva di locuste (puah).

Venne chiamato il Battista, il battezzatore, perché battezzava i convertiti alla Parola di Dio con l’acqua del Giordano. Ebbe la ventura di battezzare Nostro Signore presentatosi al fiume.

L’altro San Giovanni, il più giovane degli Apostoli, cui Gesù morente affidò sua Madre dalla Croce, fu detto l’Evangelista essendo l’autore del 4° Vangelo e dell’Apocalisse.

Per secoli a Manfredonia ‘u Sangiuànne era colui che faceva da padrino in questa cerimonia, ed era rispettao moltissimo, come se fosse entrato nella parentela. Si chiamava anche ‘u cumbére Sangiuànne = Il padrino di Battesimo.

Tra lui ed il battezzato si stabiliva un legame davvero filiale. Lo si chiamava ‘compare’ e partecipava a tutti gli eventi belli e brutti della famiglia del figlioccio.

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