Autore: tonino

Balaccöne 

Balaccöne s.m. = Polaccone o Pollaccone

Al plurale suona balaccüne.

Il balaccöne è termine marinaresco che indica una vela triangolare, posta fra l’albero di prua e il bompresso. Di solito nei velieri sono multiple.

Nelle mie ricerche mi sono imbattuto nell’inesauribile Enciclopedia Treccani,  che mi dà questa spiegazione:

«Polaccone (ant. pollaccone)  – Nell’attrezzatura navale,  vela triangolare, molto usata nei piccoli velieri mediterranei (detta anche mezzavela), che si dispone a prua di un albero a vela latina, invece di un fiocco, sostenendola con un’asta (buttafuori o spigone) che tiene luogo del bompresso.»

A proposito di orecchie esiste una simpatica definizione, le famose “rècchje a balaccüne“, ossia orecchie a sventola, quelle con il padiglione molto sporgente in avanti. Sventola o ventola è quella specie di ventaglio usato per ravvivare il fuoco.

In dialetto si fanno paragoni di frequente con qualcosa:
rècchje a balaccüne,
jàmme a chjurlüne,
nése a pepöne,
pjite a pàpere,
capìlle a mammazze… e così via

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Baffe cachéte

Baffe cachéte = Baffi cacati

Molto fantasioso e pittoresco. Ma come ha fatto a cacarsi sui baffi? Forse ha messo la faccia “jìnd’u ruàgne“?

Probabilmente, a causa della piorrea, l’antenato cui fu affibiato il nomignolo, doveva avere un alito fetido, insopportabile…

La fantasia non ha limiti nel coniare etichette.

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Bacé ‘ndèrre

Bacé ‘ndèrre loc.id. = Grazie al Cielo

Alla lettera significa baciare per terra, baciare il suolo in segno di deferenza e ringraziamento verso Dio, la sorte, la Provvidenza, come volete, per l’aiuto ottenuto, richiesto o no, o sperato.

È una espressione di sollievo per scampato pericolo.

Agghja bacé ‘ndèrre se me tröve angöre vüve = devo ringraziare il Cielo se sono ancora vivo
In questo caso l’interlocutore consiglia di andare a Siponto con la lingua strainüne

È anche una esclamazione di speranza, di augurio = Béce ‘ndèrre se ‘sta chése la vìnne = Ringrazia il Cielo se riuscirai a vendere questa casa (evidentemente in cattivo stato).

Bacéme ‘ndèrre se Mambredònje auànne ce salve = Speriamo che il Manfredonia quest’anno si salvi (non retroceda. Ovviamente parlo della squadra di football, non di politica).

Esiste anche un altro modo di dire con il medesimo intendimento: Facce pe ‘ndèrre = Faccia per terra.

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Babbósce

Babbósce s.f. = Babbuccia, ciabatta

Pantofola morbida e leggera, chiusa anche nella parte posteriore. È una calzatura usata principalmente dalle donne e solo in casa. Per uscire ricorrono alle scarpe o agli stivali o ai sandali, a seconda della stagione.

Le babbósce chiuse, come da foto, vengono usate generalmente dalle persone anziane e solo d’inverno perché tengono caldi i piedi.
Quelle aperte, estive, si chiamano al maschile ‘i chjanjille = ciabatte o pianelle, perché senza alcun cenno di tacco.

Simpaticamente ‘u chjanjille era oggetto di lancio verso i frugoletti troppo vivaci e fuori dalla portata di un affettuoso ceffone educativo. Il bello era che dopo il lancio di una precisione incredibile, la montessoriana mammina pretendeva che il colpito le riportassero indietro la ciabatta usata come proiettile!

Il termine babbósce è ormai in declino. Esso deriva dall’arabo babush passato attraverso lo spagnolo babucha e il francese babouche.

Stranamente, con suono molto simile,  è un vocabolo usato anche in Romania (papuči), Croazia  (papuče), Serbia (папучa=papuča).

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Babbètte

Babbètte n.p. = Elisabetta

Diminutivo di Elisabetta, Betta, sembra di derivazione francese (ricordate il film Babètte va à la guèrre)

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Bèlla poste (a)

Bèlla poste (a) loc.id. = deliberatamente, intenzionalmente

Si riferisce ad un’azione eseguita di proposito da qlcn con l’intento di ostacolare o di danneggiare l’operato altrui.

Tenöve ‘a porta japèrte per fé trasì ‘nu pöche d’arje e Giuànne, a bella poste me l’ò chjüse = Avevo lasciato la porta aperta per far cambiare un po’ l’aria e Giovanni, di proposito (a dispetto) me l’ha chiusa.

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La Matracatroppe

Mò ce abbüje ‘a matracatroppe pe tutt’i matracatruppìcchje!
Addumanne ‘a matracatroppe:
– “Pecchè ne’ngatruppéte e scatruppéte accüme ‘ngatroppe e scatroppe ‘a matracatroppe?”
Arrespònnene ‘i matracatruppìcchje:
-“Tanne ‘ngatruppéme e scatruppéme accüme ‘ngatroppe e scatroppe ‘a matracatroppe, quanne i matracatruppìcchje ce fanne quant’alla matracatroppe!”

Questa divertente filastrocca/scioglilingua/indovinello adopera un sostantivo (catroppe) usato anche come verbo (‘ngratruppé e scatruppé) alla stregua di un nonsense. Difatti serve solo a far inceppare per divertimento la lingua dei frugoletti, ma non ha un significato intrinseco vero e proprio. È il linguaggio un po’ surreale degli indovinelli.

Ecco la soluzione: La chioccia con i suoi pulcini.

Ed ecco la traduzione, in linguaggio chiaro, di tutta la storiella:

Ora si avvia la chioccia con tutti i pulcini. Chiede la chioccia: “Perché non fate e disfate, come fa e disfa la chioccia?” Rispondono i pulcini: “Allora faremo e disfaremo come fa e disfa la chioccia, quando i pulcini diventeranno grandi come la chioccia!”
Insomma i estrema sintesi:
-“Perché non agite da adulti?”
-“Lo faremo quando lo diverremo”.

Credo che lo stesso discorso sia estensibile alle oche, ai cani, agli umani, ai pesci, ecc.

Insomma, è una similitudine, un esempio comprensibile dai marmocchi, cui si propone l’indovinello, riferito all’immagine dei pulcini dietro la chioccia.

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Te ne véje? E savezìcchje nen éje!

Te ne véje? E savezìcchje nen éje!
(U scungiajùche) = il guastafeste
Te ne véje? E savezìcchje nen éje!

Questa frase, a mo’ di sfottò, viene pronunciata quando qualche amico decide di accomiatarsi dalla piacevole compagnia, magari perché si è fatto tardi e l’indomani dovrà alzarsi presto.

Tradotta alla lettera è: te ne vai? e salsicce non ne hai (l’azione della distribuzione delle ipotetiche salsicce avverrà dopo che l’amico sarà andato via). Correttamente doveva coniugarsi al futuro: salsicce non avrai.

Lo sfottò diventa più feroce quando prosegue, in seconda battuta: E püre se rumanjive, savezìcchje nen’avjìve! = E anche se rimanevi, salsicce non ne avevi (ugualmente)!

Ovviamente una bella risata congeda l’amico frettoloso e guastafeste..

Ringrazio del suggerimento il lettore Michele Murgo

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Amma accucchjéte na bella famigghje

A Bella famiglia

Àmme accucchjéte ‘na bèlla famìgghje: ‘a jatte , ‘u chéne e lu cunìgghje

È un motivetto che si canta quando ci si imbatte un gruppo di soggetti male assortito, tipo:
-il bello, il brutto e il cattivo, o
-il lungo, il corto e il paccioccone, o
‘u zuppe,’u sórde e’u cechéte,oppure
‘u meccüse, ‘u tignüse, u rugnüse, o altre personaggi del genere.

È un nonsense dove il coniglio compare solo per amore di rima con famiglia

Uno sfottò bello e buono che viene talvolta, quando c’è intelligenza e quindi forte senso di autocritica, rivolto a se stessi quando ci si ritrova assieme ad altri soggetti un po’ traballanti sia come aspetto, sia come moralità, sia come quoziente intellettivo, ecc.

L’aria, stile quadriglia, tempo 6/8, è la stessa di la fatüje ce chjéme checòzze, a me ne me ‘ngòzze.(clicca)

Grazie come sempre al dott. Enzo Renato, inesauribile e prezioso suggeritore di termini per questa rubrica.

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Zùppe, e quànne camüne nen te canòsce:

Zùppe, e quànne camüne nen te canòsce:

Allo zoppo

Zùppe, e quànne camüne nen te canòsce:
tjine ‘na jamma lònghe e ‘n’ata còrte!
Vàtte fé ‘nu sólche, fatte fé ‘na casce,
va da Mast’Andònje, Mast’Andònje ‘u vàsce.
Zùppe tó, zùppe je
Ce accucchjéme tutte e düje,
ind’u tavüte, ind’u tavüte!

Zoppo, quando cammini non ti conosco
hai una gamba lunga e un’altra corta!
Va a scavarti un solco, va a farti una bara,
va da Mastro Antonio, quello basso di statura.
Zoppo sei tu e zoppo sono io
ci mettiamo insieme nella bara!

E’ un ritornello un po’ crudele indirizzato al malcapitato zoppo vedendolo deambulare.

Quando dice “zoppo tu”, sottolinea la realtà. Quando dice “zoppo io”, evidenzia una falsa claudicatio (qlcn dice claudicazzo). E la cosa è ancora più disdicevole.

Per i Manfredoniani di ultima generazione chiarisco che ‘u sólche = il “solco”, oltre a quello tracciato dall’aratro, è anche lo scavo, la fossa, che si fa nel cimitero per seppellire i morti.

La tiritera era cantata su un tema musicale ripetitivo

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