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Palóscene

Palóscene s.f. = Muffa

Strato di peluria biancastra o verdognola di odore acre, costituito da funghi microscopici, che si sviluppa spec. su cibi e su prodotti vegetali o animali in decomposizione.

Qlcu pronuncia anche palójene. Accettato da tutti perché ugualmente comprensibile.

Ma’, ‘mbàcce ‘i pemedöre c’jì fàtte ‘a palójene!= Mamma, sui pomodori si è formata la muffa!

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Palummèlle

Palummèlle s.f. = Farfalla, farfallina.

Anche in napoletano si dice palummella per indicare la farfallina. Ricordate i versi di Salvatore di Giacomo “palummella, zompa e vola….vattènne a loco, vattenne pazziella….io m’abbrucio ‘a mana pe te ne vulé caccià (dalla fiammella della candela).

Anche le falene, molte specie di farfalle crepuscolari o notturne, sono chiamate palummèlle.

Pure le farfalline che si levano dai cereali lungamente conservati in ambiente non idoneo.

Quando uno dice di avere le palummèlle nella pancia vuol dire che è affamato..

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Palummèlle ‘nanz’a l’ùcchje (I)

Palummèlle ‘nanza l’ùcchje loc.id. = Fosfeni

Si definiscono palummèlle ‘nanz’a l’ùcchje quei fenomini visivi che si manifestano sotto stress o sotto sforzo, o anche per ipertesione oculare, che producono lampi di luce, puntini luminosi sfuggenti o altre forme di annebbiamento della vista.

Alla lettera significa farfalline davanti agli occhi, ossia come se vedessimo questi puntini luminosi danzare davanti a noi. Invece si manifestano all’interno dell’occhio.

Metaforicamente si dice che si hanno queste “visioni”, ‘i pallummèlle ‘nanz’a l’ùcchje o nella pancia quando si è digiuni da troppo tempo.

Insomma uno non ci vede più dalla fame. Ha le visioni. La pubblicità suggerisce uno snack.

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Pandanjire

Pandanjire s.m. = Pantaniere

Al femminile si dice: pandanöre

Proprietario terriera o persona abitante in una area dell’agro sipontino in cui erano presenti i pantani, terreni paludosi nella zona sud, in massima parte bonificati a partire dagli anni Trenta del secolo scorso, dove oggi sono gli Sciali.

Nelle acque stagnanti prospicienti il golfo pescavano, tra l’altro, anguille e anche rane (ranògne), con le quali si preparava un gustoso ragù o una eccellente frittura, di cui si è quasi perduta memoria.

Le paludi, quantunque malsane, fornivano molte risorse ai “pantanieri”, che ricavavano giunchi per fare cesti, cime di canne per farne scope, altri tipi di vegetali per farne paglia specifica per le “seggére” (donne che confezionavano i fondi delle sedie).
Qualcun campava la famiglia raccogliendo le sanguette, ossia le mignatte (Hirudinea medicinalis), le sanguisughe utilizzate come rimedio empirico nei casi ove fosse richiesto un “salasso”.
Leggi quello che scrive Wikipedia

Ringrazio Matteo Borgia per avermi graziosamente suggerito il termine.

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Pandaške

Pandaške s.f. Tozzo

Specificamente indica una parte del pane, cotto o crudo, strappato con le mani o per mangiarlo avidamente o per formare una pagnottella più piccola o una focaccina da infornare.

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Pandémüje

Pandémüje s.f. = Pandemia

Un sostantivo che non avrei mai voluto riportare in questo vocabolario.

Purtroppo esiste, e l´ho dovuto adattare, come grafia, alla nostra pronuncia.

Abbiamo imparato a conoscere questo termine, universalmente noto più o meno con la stessa grafia. Alcune lingue pronunciano Pandèmia.

L´etimologia, come tutti i termini scientifici, è chiaramente di origine greca.
È composto da PAN tutto, e DÈMOS popolo, comunità.
Quindi malattia che attacca un gran numero di abitanti di tutti i paesi.

Invece epidemia (sempre dal greco) EPI sopra e DÉMOS popolo, comunità malattia che attacca nel medesimo tempo e nel medesimo luogo un gran numero di persone nel medesimo territorio.

Attenti a non confondere pandémüje con (clicca–>) pandummüne, che è sinonimo di paliatöne



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Pandummüne

Pandummüne s.m. = Bastonatura.

Forse perché le mazzate si svolgono in uno scenario movimentato, può starci l’accostamento al significato di “Pantomima” (rappresentazione scenica muta, affidata esclusivamente all’azione gestuale).

I “gesti” sono ‘i taccaréte = le legnate! Ah ah ah.

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Panére

Panére s.m. = Paniere, cesto

Cesto, normalmente di vimini, provvisto di un ampio manico arcuato usato per appenderlo al braccio.

Credo che sia un derivato di “pane”, nel senso di contenitore in cui si riponeva il pane.

Quando è di dimensioni ridotte viene detto panarjille = Panierino. Mi ricordo sempre una parente che quando veniva da Macchia me ne portava uno pieno di squisitissimi fichi freschi.

Per la sua forma rotonda, ironicamente il panére viene paragonato ad un lato B di una donzella formosa. Sinonimo di culacchjöne.

Uàrde, uà, che bèlle panére = Osserva attentamente quant’è straordinariamente abbondante il deretano di quella signora! Vale la pena di farne una valutazione volumetrica…

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Pannazzére

Pannazzére s.m. = Venditore di stoffe

Il venditore di “panni”, cioè tessuti, stoffe e fodere per abiti, ecc.

Una volta il commercio era prevalentemente svolto da venditori ambulanti, con un carrettino tirato da un ciuchino o spinto da un ragazzino.

Ricordo diverse categorie di ambulanti: fruttivendoli, lattai, carbonai, piattai, arrotini, stagnini, fornai, merciai (bottoni, candele, lucido per scarpe, spilli, elastico per mutande, aghi e ditali, ecc.) e lavoranti a domicilio, chiamati al bisogno (lavandaie, materassai, pettinatrici, pseudo-infermieri per le iniezioni).

C’era addirittura un “dentista” ambulante, un praticone cavadenti, detto türa-jagnéle = tira-molari.

Nel nostro caso il pannazzére era il fornitore specifico per sartorie da donna e da uomo.
Anche richiesto da casalinghe per confezionare in casa lenzuola, federe, mutande e sottovesti.
Addirittura le nostre mamme erano così brave da confezionare camicie da uomo e tovaglie ricamate.

Con la scomparsa della figura dell’ambulante, il termine pannazzére è ormai fuori uso, come il più antico sinonimo (clicca→) scitére (dall’arabo shitan)= panno, tessuto, stoffa.

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Pannègge

Pannègge s.m. = Tendina

Il termine italiano panneggio indica l’arte di disporre le pieghe di un tessuto, in partic., la sua rappresentazione artistica.

Da noi invece è proprio il “panno”, la tendina che protegge la nostra privacy.

Tenuto conto che una volta moltissime abitazioni erano collocate a piano terra, specie all’ora di pranzo o di cena, una delle cose da fare prima ancora di apparecchiare il desco, era quella di “mené ‘i pannègge“, ossia di accostare le tendine della vetrata, per proteggerci dagli sguardi indiscreti di tutti i passanti.

Dopo aver pranzato, si discostavano le tendine per consentire alla luce di illuminare meglio la casa. Di sera si lasciavano accostate. Si fissavano ai due montanti della “vetrüne” = uscio a vetro, mediante bacchette e canganjille = ganci a con codolo a vite.

Ovviamente anche ai piani superiori, per arredamento, non potevano mancare le tendine. Le ragazze da marito le confezionavano pazientemente con pizzi e ricami.

La versione moderna ‘i tendüne = le tendine è il risultato di un d.g.m. (dialetto geneticamente modificato).

Posso capire ‘i tènde = le tende, quelle che pendono dal soffitto, con tanto di bastone o di carrello, usate ora anche nelle rare abitazioni al piano terra.

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