Sangiüne

Sangiüne s.f. = Gengiva

Tessuto della bocca che ricopre le arcate dentarie.

Tènghe ‘i sangjüne abbuttéte = Ho le gengive gonfie (per una infiammazione).

Diffidate da quelli che dicono “gònfje” o “gunfjéte”….Parlano un falso dialetto. Si dice abbuttéte!

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Sangiuannjille

Sangiuannjille s.m. = Sughetto

Il termine è usato anche in Basilicata per designare un sughetto veloce con olio, aglio, peperoncino e pomodori pelati, fatto per condire un’improvvisata spaghettata con gli amici.

Francamente non so la derivazione del nome, che alla lettera significa “San Giovannino”.

Posso azzardare un’ipotesi: in epoca in cui i pomodori si preparavano in casa conservandoli in bottiglia o a pezzetti o sotto forma di passato, era raro che si usassero i pelati in scatola.

Quelli che si trovavano in commercio erano della famosa marca Cirio di San Giovanni a Teduccio (Napoli). Ecco, “San Giovanni” era diventato sinonimo di barattolo di pelati da chilo.
La lattina piccola, ovviamente, doveva essere “San Giovannino”.

Non pretendo di dare una spiegazione ad ogni cosa, per carità, ma mi sembra abbastanza plausibile questa ricostruzione etimologica.

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Sangiuànne

Sangiuànne s.m. = Padrino di battesimo

Dobbiamo un po’ rifarci al Vangelo. San Giovanni il precursore e cugino di Gesù, si autodefiniva ‘voce che grida nel deserto’ e viveva coperto di pelli e si nutriva di locuste (puah).

Venne chiamato il Battista, il battezzatore, perché battezzava i convertiti alla Parola di Dio con l’acqua del Giordano. Ebbe la ventura di battezzare Nostro Signore presentatosi al fiume.

L’altro San Giovanni, il più giovane degli Apostoli, cui Gesù morente affidò sua Madre dalla Croce, fu detto l’Evangelista essendo l’autore del 4° Vangelo e dell’Apocalisse.

Per secoli a Manfredonia ‘u Sangiuànne era colui che faceva da padrino in questa cerimonia, ed era rispettao moltissimo, come se fosse entrato nella parentela. Si chiamava anche ‘u cumbére Sangiuànne = Il padrino di Battesimo.

Tra lui ed il battezzato si stabiliva un legame davvero filiale. Lo si chiamava ‘compare’ e partecipava a tutti gli eventi belli e brutti della famiglia del figlioccio.

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Sànde tarléte

Sande tarléte loc.id. = Misantropo, orso, riservatoAlla lettera significa «i Santi tarlati»
La locuzione  viene usata con il verbo “uscire” per constatare la rara apparizione in pubblico di soggetti che se ne stanno sempre rintanati in casa.
Li smuove solo un evento eccezionale, poche volte in un anno. Ad esempio il Carnevale, o la Festa patronale, che richiama finalmente anche costoro fuori di casa.

In italiano potrebbe usarsi il detto: ‘L’orso è uscito dalla tana’, o ‘il lupo è uscito dal bosco’.

So’ assüte ‘i Sànde tarléte! = Sono usciti i Santi tarlati.

Va bene anche: Mò jèssene ‘i Sànde tarléte = Adesso escono i Santi tarlati.

Presumo che tutto abbia avuto origine dalla sorpresa suscitata nei fedeli, della inattesa comparsa, nella Processione religiosa, di simulacri di legno di quei Santi tenuti per troppo tempo nel deposito (e perciò soggetti all’attacco dei tarli).

Mèh, so’ assüte püre ‘i Sande tarléte! = Toh,  guarda, sono usciti (in Processione) anche le statue dei Santi (non restaurate e) assenti da anni.

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Sambjitre

Sambjitre s.m. = Pesce San Pietro


Pesce San Pietro (Zeus faber). E’ un pesce dalla forma strana, molto appiattito . Ha la bocca molto ampia. La prima pinna dorsale possiede lunghi filamenti. Placche spinose sono presenti sui fianchi e alla base delle pinne.

La colorazione è grigio–scuro sul dorso con riflessi argentei sul ventre e giallastri sui fianchi ove è evidentissima una macchia tondeggiante bluastra.

Ha carni delicate e apprezzate. Indispensabile per il brodetto di pesce.

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Sàlvje

Salvje  s.f. = Salvia
La Salvia (Salvia officinalis) della fam. delle Labiatae, è una pianta originaria dell’Europa meridionale, è presente in tutte le regioni italiane, coltivata, e talora inselvatichita.

Le foglie di salvia vengono molto usate in cucina, per aromatizzare i cibi e facilitarne la digestione.

Vengono comunemente impiegate per condire pasta e gnocchi al burro, per preparare sughi, carni arrosto e in umido, pesci, legumi, oli e aceti aromatici. Le foglie possono essere fritte in pastella.

Proprietà terapeutiche: digestive, colagoghe, bechiche, espettoranti, tonico-stimolanti, antisettiche. Per uso esterno, come antinfiammatorio nelle infiammazioni del cavo orale. Insomma un dono della Natura.

Nella tradizione di Manfredonia la Salvia fino a pochi decenni addientro era sconosciuta. Come lo era l’origano nelle regioni settentrionali…
Ora gli scambi culturali hanno esteso le specialità locali alla diffusione nazionale. Figuratevi che ora in Romagna apprezzano i lambascioni pugliesi!

Tra le mille specie di salvia vi è la Salvia divinorum, che appare nella lista delle sostanze vietate dal Ministero della Salute perché contiene la Salvinorina A, dalle proprietà allucinogene e psicoattive.

Tranquilli, non è quella salvia domestica che coltiviamo nei vasi per aromatizzare il coniglio rosolato.

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Salviètte

Salviètte s.m. = Tovagliolo

Piccolo telo di forma quadrangolare, di cui è dotato ogni commensale per pulirsi o asciugarsi mani e bocca. Ora si usano molto quelli di carta usa e getta.

Deriva dal francese serviette, passato al tedesco e all’inglese (assieme a napkin) tale e quale; lo spagnolo dice servilleta.

Quelli che dicono ‘u tovagljöle non parlano il manfredoniano ma un ibrido.

Modo di dire: Salviètte, mìtte tàvele! = Tovagliolo, appronta il desco!

Si declama quando qlcu chiede l’impossibile, per dichiarare che non si è capaci di fare miracoli.

Trae origine da una favola raccontata delle nonne sulle meravigliose doti di un tovagliolo fatato, che appena qlcn pronunciava questo comando, si schiudeva colmo di ogni leccornia.

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Salemöne

Salemöne s.m. = Confetto

Attenzione, il gusto non è quello del salmone, come potrebbe sembrare!  Ora i confetti vengono chiamati cunfìtte, e anche combìtte, ma fino agli anni ’60 si chiamavano al plurale salemüne.

Il perché è abbastanza semplice: fino a metà del secolo scorso le uniche fabbriche di confetti in Italia erano concentrate tutte a Sulmona, in Abruzzo.

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Salatjille

Salatjille s.m. = Salatino

Generalmente il sostantivo si riferisce ai semi di zucca, alle fave e ai ceci tostati, ai lupini salati, che si consumavano durante la proiezione dei film, quando non era stato ancora inventato il pop-corn e nemmeno le patatine in busta.

Salatjille, salatjille, quàtte solde ‘u mesurjille! = Salatini, salatini, quattro soldi (ogni soldo era 5 cent., quindi 20 cent.) al misurino! Questo l’antico grido di richiamo dei venditori: poi c’è stata l’inflazione post-bellica…

Comunque il grido e passato anche alla mia generazione e serviva per “rimproverare” i compagni di scuola che avevano fatto “filone”.

Fé salatjille = Marinare la scuola, assentarsi dalle lezioni senza valido motivo.

Quale nesso esiste fra i salatini e la scuola temporaneamente disertata?

Presumo per il fatto che, non entrando in classe gli scolari non potessero far rientro a casa senza dar sospetto della marachella, pena un solenne paliatöne.

Allora si doveva necessariamente perdere tempo fino all’ora del termine delle lezioni…

Infatti ‘i salatjille erano chiamati anche ‘u spassatjimbe = il passatempo.

Più chiaro di così!

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