La jallüne fé l’öve, e au jàlle li dóške ‘u cüle

La jallüne fé l’öve, e au jàlle li dóške ‘u cüle

La gallina fa le uova e al gallo gli pizzica il culo.

C’è chi sa prendersi i meriti di un risultato positivo, e sa lamentarsi delle sue fatiche sofferte per ottenerlo, tacendo sul fatto che le pene sono state sofferte da altri.

Succede negli ambienti di lavoro. Il capo sa sempre mettersi in mostra: perciò i meriti sono tutti suoi.

I collaboratori invece, che hanno faticato, si sono fatti il mazzo così, sono quasi sempre ignorati, non sono nemmeno nominati, e men che meno additati per riconoscerne i meriti e dar loro un plauso.

Un po’ come la storia del mese di Maggio che si prende l’onore della fioritura di Aprile.

La voce verbale dóške viene dall’infinito (clicca→) dušké = dolere, bruciare

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La gràscia putténe!

La gràscia putténe!

L’abbondanza puttana!

Quando si vuole evidenziare che non sempre è bene avere più del necessario, si usa questo detto rivolto propri figli.

Ossia, è l’abbondanza maledetta che vi fa diventare viziosi, e perciò con voi si comporta malissimo, come una donnaccia: se ci fosse stata la carestia, tante storie ora non si sarebbero fatte!

Quando qualcuno è dotato di beni economici, per lo meno sufficienti, e si lamenta perché non ce la fa a campare, oppure si trova in una situazione di serenità e tranquillità eppure non è contento, si è soliti redarguirlo dicendogli: quèdde jì la grascia putténe!

Il termine abbondanza si traduce gràsce, ossia con desinenza -sce, ma per poterla legare eufonicamente alla parola seguente si fa terminare con -scia.

Mia madre, che non avrebbe detto mai una parolaccia, nemmeno sotto tortura, usava dire: ‘a mangiatöre jì vàsce = la mangiatoia è bassa, raggiungibile senza fatica…

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La fatüje vé annànze e jìsse scàppe addröte

La fatüje vé annànze e jìsse scàppe addröte  

Il lavoro va avanti e lui corre dietro.

Si pronuncia questo Detto quando si parla di qualcuno poco propenso a lavorare.

Voglia di lavorare saltami addosso, e fammi lavorare meno che posso.

Da noi il lavoro, anche quello intellettuale è detto fatica. È in effetti stanca notevolmente sia quella muscolare, sia quella cerebrale.

Gli anziani recitano il Detto con una lieve variante sostituendo “dietro” con “appresso”:
La fatüje vé ‘nnànze e jìsse scàppe apprjisse. 

 

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La fatüje ce chiéme checòzze…

La fatüje ce chiéme checòzze…

Detto completo: ‘A fatüje ce chiéme checòzze, a me nen me ‘ngòzze, a me nen me ‘ngòzze.

Il lavoro si chiama “zucca”, e non mi sollecita, non mi attrae, non mi stuzzica la voglia.

Poteva chiamarsi in mille altri modi, purché in rima con ‘ngozze.…
Un verbo un po’ strano. Altrove usano la locuzione “non mi azzecca”, o “non mi attira”, oppure “non mi invoglia “…

In italiano corrisponde un altro proverbio: «Voglia di lavorare, saltami addosso, e fammi lavorar meno che posso.»

E’ un ritornello rivolto verso qualcuno che non inizia mai un lavoro  manuale che deve comunque eseguire. Guarda qua, osserva là, deve organizzarsi, meglio aspettare, ci vogliono gli attrezzi adatti, domani se ne parla, ci vuole un aiuto,….ecc.

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La cöse a fòrze, nen véle ‘na scòrze

La cöse a fòrze, nen véle ‘na scòrze

Un’azione (compiuta) per foza non vale (nemmeno) una buccia.

In italiano si direbbe che non vale un fico secco.

Aggiungo che nemmeno quelle fatte controvoglia riescono bene.

Insomma un po’ di passione in tutte le cose non fa pesare un lavoro, per quanto gravoso.

Per esempio io sto compilando questo vocabolario da tre anni ormai, e il lavoro non mi pesa minimamente, perché lo sto facendo con entusiasmo: e nessuno mi sta obbligando a farlo! Spero che esso valga più di un fico secco ?

Ringrazio Michele Murgo di avermi imbeccato questo Detto, pronunciato or ora da sua madre.

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La chió sendènzja gròsse me pàsse pe’sòtte ‘a còsse.

La chió sendènzja gròsse me pàsse pe’sòtte ‘a còsse.

La più grande maledizione (diretta a me) mi passa sotto la gamba.

La sendènzje, intesa come maledizione, era molto temuta, specie se lanciata nel corso di un furioso litigio.

C’era però qualche tipo spavaldo non temeva la maledizione, e la ‘schivava’ facendola passare sotto la gamba.

Ora queste cose ora fanno sorridere, ma una volta si temevano davvero.

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La catàrre mméne ai cafüne

La catàrre mméne ai cafüne

La chitarra in mani ai villani.

Non che i contadini non possano suonare questo strumento, per carità…

Si cita questo Detto quando si vuole evidenziare che non tutti meritano o mostrano di saper apprezzare un dono, un oggetto, un servizio che viene loro offerto.

Addjì ca süme jüte a fenèsce: a catarre mméne ai cafüne = Dove siamo andati a finire…La chitarra in mano ai cafoni.

Nota linguistica.
I giovani di oggi dicono ‘a chitarre, quasi come in italiano. Ma è un termine modificato perché essi hanno frequentato la scuola dell’obbligo e sono portati a italianizzare tutto il lessico… (dicono furchètte, al posto di furciüne‘u pomerìgge invece di ‘u jògge, preferiscono ‘u lucchètte all’antico catenàzze, e serratüre al genuino maškatüre, ecc.)

Io propendo per catarre e catarröne invece di chitàrre e controbbasse.

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