Il significato del proverbio è chiaro. Solo a me che sono molto vicino al soggetto interessato può far male una maldicenza, una calunnia, una malignità ecc. e non a un estraneo, per quanto possa mostrarsi partecipe e rammaricato.
Ossia gli estranei non possono mai compenetrarsi nel dolore quanto possano farlo i familiari più stretti.
Così come il dolore è più lancinante se ad essere colpita è la parte del tessuto muscolare aderente l’ossatura.
Sì, a vüje ve despjéce…ma la carne döle all’ùsse! = Sì, vi dispiace…ma non potete mai provare il dolore che provo io (che sono parente).
La busciüje vé ‘nànze e ‘a veretà scappe apprjisse
La bugia va avanti, e la verità corre dietro.
In effetti le bugie, come recita il proverbio italiano, hanno le gambe corte, e non riescono a percorrere molta strada: presto vengono raggiunte dalla verità, decisamente più veloce.
Sensazione di chi, trovandosi in un ambiente diverso da quello abituale, prova disagio e si sente smarrito, imbarazzato, spaesato, intruso e sim.
Fé la fjüre de l’àsene ammjizze ‘i sune = Fare la fiigura dell’asino in mezzo ai professori. Figuraccia assicurata.
L’asino si traduce generalmente ciócce, ciucciarjille. Ma qui, facendo una citazione “dotta”, si usa appositamente una voce simil-italiana.
I suoni erano detti i bravi suonatori che si esprimevano con talento, cuore, passione, senza titoli accademici, ma con la modesta tecnica imparata da un insegnante privato di musica, anch’egli senza alcun diploma di Conservatorio ma con tanto ingegno, e genialità artistica.
La frase in se stessa non chiarisce molto un concetto che pare ovvio.
E’ la risposta ironica al padrone di casa che ci offre da bere dell’acqua.
– Vu’ ‘nu pöche d’acque? = Vuoi un po’ di acqua?
– L’acque fé ‘mbraceté i bastemjinde a mére = L’acqua fa marcire i bastimenti a mare.
Insomma il padrone di casa non l’aveva capito: non avrebbe dovuto offrire l’acqua all’ospite, bensì birra, o vino, liquore, caffé.
Un’altra simpatica risposta è:
– No, l’acque po’ vé alla spalle = No, l’acqua poi va alla spalla.
Qui il discorso è un po’ più serio.
In tempi in cui il riscaldamento nelle case era dato solo da un braciere a carbonella, le persone anziane si ammalavano di pleurite essudativa o di pleurite sierosa.
Questa malattia è un’infiammazione acuta o cronica della pleura con essudazione fibrinosa delle sue superfici e con presenza di essudato nella cavità pleurica, causata dal micobatterio tubercolare. Conseguenza: febbri e difficoltà respiratorie.
E non erano stati inventati ancora gli antibiotici!
Il popolino chiamava questa brutta malattia “l’acque alla spalle“.
Ecco perché era meglio il vino….L’acqua poteva infiltrarsi nella spalla!
Uno è rogna e l’altro è tigna.
Esiste una variante, ossia che in questa compagnia c’è un terzo sciagurato: Jüne jì rógne e l’ate jì tìgne, e l’ate töne ‘u méle all’ogne = Uno è rognoso, l’altro è tignoso e l’altro ancora ha il male all’unghia.
L’uno vale l’altro: sono sempre dei cattivi incontri.
Si cita quando si è di fronte a più problemi da affrontare. Simile al binomio padella-brace. Uno peggio dell’altro.
La rogna è la scabbia, malattia della pelle dovuta ad acari parassiti.
La tigna è dovuta a miceti (funghi parassiti).
L’unghia dolente può avere diverse cause.
Questo detto è riferito a persone pigre o di scarsa iniziativa.
Se in una situazione di emergenza qlcn ha bisogno dell’aiuto immediato da parte degli astanti, può succedere che questi rimangano immobili, pur rendendosi conto delle difficolta oggettive di costui.
Con gli uomini di bassa statura e con le donne corpulente devi fare tre volte una contrattazione.
Secondo questo proverbio le persone così descritte sono considerate del tutto inaffidabili. Perciò i termini di qls contrattazione devono essere ben chiari e ribaditi (tre volte…) per non incorrere in inconvenienti. Patti chiari….
Ovviamente sono luoghi comuni.
Mi rifiuto di pensare che gli uomini di bassa statura siano tutti così incostanti, a dispetto anche di quell’altra credenza che li considera córte e male cavéte = corti e malignipieni di malizia. Non parliamo poi di quelli con i capelli rossi…
Tutti preconcetti, dovuti all’ignoranza, verso quelli con una presunta diversità (gobbi, bassi, extra-lunghi, grassi, forestieri, gay, neri, ecc.).
Le donne cicciottelle, peraltro, sono sempre piuttosto spiritose, gioviali e auto-ironiche (segno inequivocabile di intelligenza). Io le preferisco decisamente a certe “mazze di scopa” segaligne, stecchite, senza curve, cupe, piene di paranoie. Viva la ciccia!
Grazie all’amico Enzo Renato, fonte preziosa di molti articoli qui pubblicati.
Si pronuncia questa frase sentenziosa quando l’interlocutore non vuole capire, o fa finta di non capire una propria richiesta, e chiede a sua volta: “che dici?, che cosa hai detto?”
La replica è questa: io parlo e io m’intendo. Come per dire: ho formulato (in modo chiaro e inequivocabile) la mia richiesta e tu non fingi di non capire. Hai inteso bene!
Faccio un esempio.
Il creditore avanza la sua giusta richiesta al suo debitore: Mattöje, arrecùrdete ca pò àmma parlé de coddu fàtte! = Matteo, ricordati che dopo dobbiamo parlare di quel fatto (dei soldi che mi devi dare, ovviamente).
Matteo seraficamente chiede: quàle fàtte? = Di quale fatto dobbiamo parlare noi due? Che ho da spartire con te? Meh, jü pàrle e jü me ‘ndènde! = Beh, io parlo e tu sai bene di che parlo! (sottinteso: chitemmùrte! abbrev. ktm!)
Grazie al lettore Enzo Renato che mi ha dato l’imbeccata.