Io credo che questo modo di dire sia stato coniato per l’assonanza di belle e abballe.
Si tratta di una risposta vaga che denota disinteresse alla proposta di qlcu per un acquisto, un affare, un viaggio, un evento, un matrimonio combinato come si usava una volta, ecc.
Insomma il detto, un po’ sprezzantemente, vuole significare: quello che vedo è tutto fumo e niente arrosto.
Talora è il giudizio sintetico e lapidario su un uomo o una donna molto appariscenti…ma vacànde di cervello.
– La vüte a quant’jì bèlle Rusüne?
– Sì, jì bèlle e nen abbàlle! = La vedi quanto è bella Rosina? Sì e bella e non balla (ossia: sarà pure bella ma…)
Fé ‘ndröte ‘ndröte accüme ‘i funére loc.id. = Regredire
Procedere all’indietro, come fanno i cordai = indietreggiare anziché avanzare.
È un modo di dire locale per indicare o constatare che le cose non vanno bene.
Ossia invece di progredire, com’è aspirazione di tutti (salute, benessere economico, ecc.), si va all’indietro, proprio come fa il fabbricante di funi nell’espletamento del suo lavoro.
Au poste di jì ‘nanze, faciüme ‘ndröte ‘ndröte accüme ‘i funére = Invece di fare progresso, andiamo all’indietro, come fanno i funére = cordai.
In italiano si dice “fare come i gamberi”, andare all’indietro, quindi peggiorare, regredire in generale.
Talora veniva usato il verbo “angappé” = acchiappare, catturare.
Può sembrare il programma del Maresciallo dei Carabinieri in procinto di andare con i suoi uomini a fare una retata nei bassifondi.
Mi riferisco all’epoca in cui non c’erano le automobili a disposizione delle forze dell’ordine, e i loro spostamenti avvenivano con i cavalli.
Oppure dei tenutari dei bordelli che andavo a prendere le ‘nuove’ signore da avvicendare quindicinalmente nella loro lucrosa attività: ovviamente non con i mezzi pubblici, ma con i cavalli e la carrozza chiusa (landeau).
Più semplicemente fino agli anni ’60 il detto rappresentava una risposta evasiva a chi avrebbe voluto addentrarsi troppo nella propria privacy.
Addjì ca ve? Véche a pegghjé ‘i putténe a cavalle = Dove vai? Questi non sono fatti che ti riguardano.
Una volta le donne anziane per racimolare qualcosa da mettere sotto i denti, dopo l’avvenuta mietitura si avventuravano per i campi a spigolare.
Durante la guerra – allorquando si sentiva maggiormente la necessità di procurarsi cibo – si è verificato qualche episodio di incursione aerea nemica su queste poverette, scambiate per truppe sparse.
Un anonimo poeta nostrano, sulle note della canzone di (clicca→) Lilì Marlène, di autore tedesco scritta nel 1915, molto in voga all’epoca del conflitto e addirittura cantata dai soldati di TUTTI gli eserciti in guerra, compose questi versi che denotano insofferenza verso il testone Mussolini
Jéme alla Pógghje e jeme a spuchelé
passe l’apparècchje e ce mètte a metraglié!|
Tutte lu gréne ca nüje facjüme
ce lu mangéme a maccarüne
Alla facce de Muselüne
alla facce du capacchjöne
Il nostro poeta ha rispettato rigorosamente la metrica e la cadenza musicale.
Traduzione:
Andiamo alla Puglia piana, andiamo a spigolare: /passa un aereo e comincia a mitragliare!/Ma tutto il grano che noi riusciremo a raccogliere/ ce lo mangeremo trasformato in maccheroni,/alla faccia di Mussolini, alla faccia di quel testone.
Era un po’ un canto di resistenza, stile “Bella ciao”, dopo il ventennio fascista, quando la gente era al colmo della disperazione e degli stenti imposti dalla guerra.
Tutto ciò è venuto da una popolazione tribolata e affamata dalla guerra. E scusate se è poco.
Esiste una variante: Jàvezete cüle e sìrvete patrüne = Alzati, culo, e servi il tuo padrone.
È un’espressione amichevole. Non è pensabile che possa essere rivolta al proprio capo….
Se non si ha voglia di eseguire gli ordini impartiti perentoriamente [ad esempio da un commensale maleducato, che dice: “prendi questo, portami quello, chiudi là, apri qui, passami il sale, ecc.”] e senza aver aggiunto “per favore”, gli si risponde con questo detto antico.
Un italiano, per sollecitare un’azione, un lavoro ecc. scherzosamente si dice: alziamo le chiappe nel senso di “muoviamoci e diamoci da fare”.
In piazza, con gli amici, è brillante e pimpante. In casa invece è cupo e taciturno.
Succede spesso che entro le mura domestiche un uomo si trasformi completamente: dr.Jeckyll e Mr.Hide.
Questo Detto ha più di variante, ma sempre con l’evidente contrapposizione dei due comportamenti. a) Bbùne de chjàzze, e tróvele de chése!
b) Bèlle ‘n chjazze e tróvele de chése
c) Frìvele de chjàzze, trìvele de chése. Frìvele, è comprensibile, in quanto simile all’italiano frivolo, ossia brillante, festaiolo, ma trìvele è un termine ormai desueto, che vuol dire violento, rabbioso. Probabilmente qui è stato riesumato per assonanza. Può destare titubanza ma il termine trìvele rende ugualmente il senso del comportamento contrario, in opposizione a frìvele.
d) Jàlle de chjàzze, magghjėte jínde a chése. Qui bisogna chiarire: il soggetto che fuori di casa fa lo splendido, è definito “galletto”, ma che in casa è remissivo, è ritenuto “cappone” [magghjéte (←clicca)= castrato] perché non capace di sottrarsi all’autorità della moglie!
Devo dire cento volte “cazzo” per fare un solo peccato.
È la giustificazione di chi nel suo intercalare, aggiunge spesso “cazze”. Lo dice meccanicamente quando qlcu glielo fa notare.
In effetti dal punto di vista morale non è una gran mancanza, magari è solo un colorito rafforzativo buttato giù quando è necessario. Come il vino: usato con sobrietà fa bene, ma se usato in gran quantità causa le stragi del sabato sera.
Se è ripetuto due o tre volte in una sola frase allora sì che comincia a diventare turpiloquio.
Ricordate il lamento del cliente del sarto? È un vero e proprio sfottò cazzoso.
Ossia i guai fanno presto a venire (velocemente, a cavallo), ma per andarsene, seppure se ne vanno, impiegano un tempo molto maggiore (lentamente, a piedi).
Il proverbio è antico e si riferisce al più veloce mezzo di locomozione conosciuto all’epoca: il cavallo.
Perciò: prudenza! Le mamme non si dimenticavano mai di raccomandarci la maglia di lana al cambio di stagione….
Figuratamente significa che solo noi – e non un osservatore estraneo – conosciamo fino in fondo i nostri problemi, i nostri guai, cosi come solo la cucchiaia, o il mestolo può sapere il contenuto della pentola, perché ne è direttamente a contatto.
Nota linguistica:
In questo caso ‘a cucchjére è al femminile perché intende il cucchiaio di legno usato per rimestare la pasta in cottura nel pentolone, come quella più piccola (‘a cucchjarèlle) usata per rigirare gli intingoli nel tegamino.
Sempre al femminile, ‘ a cucchjére = la cucchiaia, indica anche la cazzuola dei muratori.
Ovviamente al maschile ‘u cucchjére indica la specifica posata, come in italiano.