Dentro casa mia posso defecare (abbondantemente, proprio come fa) un bue.
Questo proverbio lo diceva mio nonno, classe 1876, e mi è stato tramandato da mio padre.
Una volta papà decise di chiamare l’imbianchino (‘u bianghjatöre) dopo appena un anno dalla precedente tinteggiatura. La cosa non sarebbe sfuggita ai vicini, che magari non potevano permettersi questo “lusso” della ridipintura dopo pochi mesi.
Allora la risposta fu logica: jìnde ‘a chésa möje pòzze caché accüme ‘nu vöve
È un inno alla “privacy”. Giustamente dentro le mura domestiche, se non faccio cose illecite, posso agire come mi pare e piace. Non è così?
Jìnd’ all’urte müje, pòzze chjandé püre i cepòlle all’ammèrse!
Traduzione letterale: Dentro l’orto mio posso piantare pure le cipolle all’inverso (cioè con le radici fuori terra e le foglie interrate! A voi che cosa importa?).
Un simpaticissimo Detto contadino. Il soggetto chiaramente non vuole che gli altri si intromettano nei propri affari.
Mio nonno era decisamente più esplicito quando diceva: Jìnd’ a chésa möje pozze caché accüme ‘nu vöve = dentro casa mia posso cacare come un bove.
Insomma non devo dar conto a nessuno del mio comportamento in casa. Rispettate la mia privacy, ekk!(*)
Nota linguistica:
Molti termini, usati fino a metà del secolo scorso, e aventi la desinenza in -dde (cavàdde, cepòdde, martjidde, iaddüne, ecc.), ritenuti troppo rustici, si sono un po’ “ingentiliti” (cavalle, cepolle, martjille, iallüne, ecc.). Però si dice tuttora iaddenére = pollaio.
Altri termini antichi comprendenti il suono sce o sci (desciüne, scjirne o altri) per lo stesso motivo hanno perso il digramma sc (rappresentato scientificamente con il segno [ʃ] – consonante fricativa postalveolare sorda) e ora si pronunciano: dejüne, jìrne = digiuno, genero.
(*) ekk = forma breve dell’esclamazione: “e che cazzo!”
Jì tutte vjinde ‘ngüle a mè!loc.id. = È tutto a mio danno.
Traduzione letterale: È tutto vento in culo a me!
Avevo pensato inizialmente che vjinde ‘ngüle, vento in culo, corrispondesse a “vento in poppa”, nel senso che le cose vanno “a gonfie vele” (espressione italiana tratta dal linguaggio marinaresco). Credo che sia proprio quella l’origine del Detto, però viene pronunciato in modo sarcastico, con un’ antifrasi, per indicare proprio il contrario. Come quando si dice bella rrobbe = bella roba, per indicare un mascalzone o un oggetto di scarso pregio.
Insomma questa simpatica espressione potrebbe essere una rimostranza verso qualcuno o qualcosa che in qualche modo sta utilizzando le nostre risorse in maniera poco zelante e rispettosa.
Come dire, alla maniera del caro Totò: “…E io pago!”
“Ahó, chjüde ‘sta càzze de talèfunéte, ca jì tutte vjinde ‘ngüle a mè! = Ehi, ti consiglio di abbreviare questa telefonata che stai facendo con il mio cellulare, perché non vorrei che il credito residuo sulla mia scheda SIM venisse azzerato a causa delle tue lunghe e inutili chiacchiere!
Più o meno è così, anche se questa volta non ho fatto una fedele traduzione letterale….
Ringrazio cordialmente il fedele lettore Agamennone per la sua graziosa segnalazione.
Nu mónne significa «un mondo», cioè « moltissimo ». Una quota di ‘molto’ non può essere che «pochissimo».
Quindi il significato è: “per poco non sono costretto a elemosinare qualcosa da mangiare, perché sono diventato quasi un mendicante, un accattone, costretto ad andare bussando porta a porta”.
Una variante, semplificata, dice: Pe ‘na màzze nen ce jéme pòrte-pòrte = Siamo talmente indigenti che per una mazza (un bastone usato dagli accattoni per sostenersi) non andiamo porta a porta (per chiedere l’elemosina), altrimenti (ad avercela ‘sta mazza) ci saremmo già andati, trovandoci in una situazione di stenti.
Vi rammento che questa frase veniva ripetuta spesso da Lucio Dalla, a dimostrazione della sua conoscenza del nostro dialetto, avendo frequentato Manfredonia da bimbo e da adolescente, e bazzicando principalmente tre marpioni locali: Vittorio Tricarico, Antonio Tomaiuolo (Sciurille), Giovanni Salvemini (Nino Jajò), che si esprimevano solo in vernacolo.
Grazie al lettore Enzo Renato per il suggerimento… della mazza.
Andare con un bastone (bussando) porta a porta.
Procedere con una mazza, un bastone, come i mendicanti che bussano ad ogni porta per chiedere un tozzo di pane
Lo dicevano i nostri nonni, quando vedevano che c’era spreco, e bisognava contenere i consumi, per farci intendere che eravamo quasi alla soglia della povertà.
Questo simpatico Detto veniva ripetuto spesso da quel geniaccio di Lucio Dalla, per dimostrare la sua conoscenza del nostro dialetto, avendo effettivamente vissuto la sua adolescenza nella nostra città.
“Quà, pe ‘na mazze, ce ne jéme porte-porte…” = Nel punto in cui ci troviamo, non ci resta che andare con un bastone a chiedere l’elemosina bussando porta a porta.
Esiste una variante, con lo stesso significato, che parla sempre di porta a porta (←clicca)
Colorita espressione dialettale con due significati:
1) In segno di dura minaccia si usava dire: Te fazze arreteré p’i stendüne ìmbrazze! = Ti faccio rincasare con gli intestini in braccio! Cioè = Ti inferisco una coltellata e ti sventro, così devi trattenere con le braccia la fuoruscita dei tuoi budelli.
2) Segno di grande imbarazzo o di timore quando qualcuno ha l’ingrato compito di comunicare una brutta notizia o quando si deve indispensabilmente affrontare una situazione difficile.
Similmente si dice anche jì a fforze a fforze = andarci per forza, di malavoglia.
Cré matüne m’agghja fé i cataràtte, ma ce véche p’i stentüne ‘mbrazze = Domani mattina mi devo ricoverare per un intervento chirurgico alla cataratta, ma ci vado proprio malvolentieri.
E’ spacciata Melfi! Si usa citare questa frase quando tutte le speranze di ripresa cadono inesorabilmente.
Origine dl detto.
Nel 1528 la città Federiciana a causa della lotta fra Francesi e Spagnoli, per il predominio nel Regno di Napoli, fu cinta d’assedio dai Francesi. Resistette eroicamente a un primo assalto, e queste notizie confortavano Manfredonia, anch’essa sotto le mire di Odet de Foix, visconte di Lautrec. In un secondo assalto il 22 Marzo 1528, la vittoria arrise ai francesi. La popolazione fu massacrata (gli storici parlano di 3000 vittime). La città, saccheggiata e bruciata, fu abbandonata per molto tempo.
Giunse presto a Manfredonia la notizia della sua capitolazione : Jì frechéte Mèlfe! Mèlfe jì stéte abbattüte!!…Melfì è spacciata! Melfi è stata sconfitta!
Tutti si chiedevano se ora sarebbe toccata la stessa sorte anche a Manfredonia. La Storia dice che, dopo la presa di Melfi, si arresero ai Francesi anche Venosa, Canosa, Andria, Cerignola ed altre città. Solo Manfredonia rimase con gli Spagnoli perché aveva 1000 fanti a difesa della città.
L’episodio fu memorabile e tramandato oralmente per decenni. Il detto è giunto fino ai nostri giorni, magari è citato senza conoscerne l’origine, che mi sono sforzato di interpretare sulle fonti storiche reperite in rete.
Curiosamente a Melfi ho sentito un Detto: A campana de Manfredonia dice: “damme ca te dongo” = do ut des.
Purtroppo è l’effetto della miseria conseguente alla dilapidazione colposa di capitale nel gioco, negli investimenti sbagliati, nella dolce vita dispendiosa con donne, champagne, ecc..
Alla fine ci si trova con una manciata di mosche.
E allora per fare i conti con la realta, quando tutti gli “amici” di merenda gli hanno voltato le spalle, il poveretto, passandosi rapidamente sulla punta del naso il pollice, l’indice e il medio va facendo: quanti sono questi? Cosa mi rimane?
Non riesce più a contare nemmeno fino a tre perché è irrimediabilmente fuori di testa.
Ovviamente è un modo di dire per biasimare qualcuno che ha scialacquato tutti i suoi averi.
Originariamente voleva essere il rammarico di chi non ha gli attrezzi adatti a compiere un certo lavoro.
Poi il Detto assunse un significato canzonatorio rivolto verso qlcu che non è mai soddisfatto del tuo comportamento.
Questo no, quest’altro no. Ma insomma!
Cantava Antoine negli anni ’60: “Se lavori e ti tirano le pietre, non fai niente e ti tirano le pietre, qualunque cosa fai, tu sempre pietre in faccia prenderai”
Mio padre riferiva un’ipotetica conta (‘u tùcche): vòtte düje e vìnge tó, vòtte trè e vìnge sèmbe tó! = Butto due e vinci tu, tiro tre e vinci sempre tu….