Jìndrechése

Jìndrechése agg. = casereccio, genuino

Alla lettera l’aggettivo significa “dentro casa”

Il prodotto “fatto in casa” è generalmente quello alimentare (salame, pane, orecchiette, sottaceti e sottoli, ecc.), ed è sinonimo di genuinità per la cura prestata nella scelta delle materie prime (carni, farina, ortaggi, olio, ecc.).

Vù assapré stu péne jìndrechése? = Vuoi assaggiare questo pane casereccio (fatto in casa)?

Per estensione jìndrechése può anche essere un commercio senza licenza di ortaggi e frutta di produzione propria (cicorie, fichi, scarole, fichidindia, uova, ricotta, ecc.)

Giuannüne vènne i pemedurjille jìndrechése = Giovannina vende i pomodorini di sua produzione.

Sò saprüte ‘sti scavetatjille! Che sò jìndrechése? No, sò accattéte. = Sono gustosi questi biscotti al finocchietto! Sono fatti in casa? No sono di quelli comperati in negozio.

Ecco, i prodotti accattéte = acquistati, già confezionati da altri – per i quali si usa la locuzione belle e fatte – non possono mai competere con quelli caserecci fatti in casa dalle nostre brave massaie.

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Jìndre

Jìndre avv. = Dentro

All’interno, nella parte interna di qualcosa.

Trasì jìndr’a chése = entrare dentro la casa.

In dialetto si usa talvolta anche nella forma da jìndre.

Ce töne tutte da jìndre = Si tiene tutto dentro.

Mìttele da jìndre = Mettilo, ponilo, dentro un contenitore, una cassa, una bottiglia, un armadio ecc…

Si usa andche la forma jìnde, abbreviato con ‘nde.

Jìnd’u stepöne = dentro lo stipone.

Jìnde e före = Dentro e fuori

Ma che tjine ‘nde la chépe? = Ma che hai dentro la testa?

bbianghjé ‘u jìnde = Imbiancare l’interno (di una casa).

Ora si usa anche indèrne o ‘ndèrne con termine simil-italiano per dire interno.

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Jìh!

Jìh! escl. = Ih!

Comando che si rivolge agli animali da soma o da tiro per farli fermare.

Il suono è piuttosto prolungato, e non troppo gridato.

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Jì taljànne

Jì taljànne loc.id. = Bighellonare, gironzolare

In Sicilia usano il verbo taliare per dire: guardare, osservare.

Quello che fanno i vagabondi scansafatiche: vanno in giro a guardare, a oziare, a zonzo senza concludere nulla.

Un po’ come dire jì jattjànne, oppure jì caserjànne.

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Jì sembe ‘na canzöne

Jì sèmbe ‘na canzöne loc.id. = invariabilmente, in modo monotono o ripetitivo.

È una cosa immutabile, sempre la stessa, cadenzata, senza sosta. È sempre la solita musica.

Quando si spera invano di trovare un mutamento all’andamento dei fatti, una variazione al tran tran quotidiano, una svolta nella politica, un aggiornamento nel lavoro, si sbotta col dire: ma jì sèmbe ‘na canzöne = Ma è sempre la stessa solfa (due note sol-fa).

A proposito di canzone mi viene in mente Mina che non voleva più caramelle:  «Non cambi mai, non cambi mai, non cambi mai!»

Uffà, jì sèmbe ‘na canzöne! Vuletàmele a tarandèlle. = Uffa, che monotonia! Cambiamo argomento

Similmente si dice anche pigghjàrla a canzöne quando un’azione diventa ripetitiva, monotona, abituale o viene fatta per vizio.
Eh, l’ho pegghjéte a canzöne:  tutt’i matüne sbatte ‘u tappöte före ‘u balecöne! = Eh, costei ogni mattina sbatte il tappeto fuori dal balcone!

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Jì rónne-rónne

Jì rónne-rónne

Jì rónne-rónne loc.id. = Prenderla alla larga., girare intorno all’argomento

Iniziare un argomento partendo a molto lontano, tanto che l’interlocutore non sa dove il narrante vuol andare a parare.

Dopo un lungo discorso, arrivati al dunque, l’ascoltatore sbotta in: ma dìlle candànne ‘u fatte! = ma vieni subito al sodo! Alla lettera: dillo cantando, il fatto (senza girarci tanto attorno).

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Jì pe’ zàrre

Jì pe’ zàrre loc.id. = Fare raccolto scarso

Ma può significare anche fare una pesca scarsa, fare una notte quasi insonne, andare in bianco sessualmente, ricevere un compenso inadeguato alle energie profuse o alle attese.

Meh, si jüte pe cecòrje? ch’à fatte? No, so jüte pe zàrre! = Ebbene, sei andato a raccogliere le cicorie campestri? Nei hai trovate? No, ho raccolto una quantità esigua, sono andato scarso.

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Jì pe sòtte

Jì pe sòtte loc.id. = Penare

Tribolare per colpa altrui.

Purtroppo nella vita succede di essere travolti da eventi che causano pene e disagi a causa degli altri, i cosiddetti furbi.

Vüje faciüte i fèsse, e jüje véche pe sòtte = Voi vi comportare scorrettamente e io dovrò patirne le ripercussioni.

Un bambino di pochi anni, che dormiva con mamma e papà, cadde dal letto a causa del “movimento” notturno dei suoi focosi genitori, e si lamentò con il fratellino maggiore:

Mamme e tatà fànne la lòtte: e jü véche pe sòtte: bùm!= Mamma e papà “fanno la lotta”, e io subisco le conseguenze: bùm!

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Jì jattiànne

Jì jattiànne loc.id. = Bighellonare

Gironzolare, girovagare alla ricerca di prede, come fa il gatto quando mira il topo.

Addu jì’ ca jéte jattjànne? = Dov’è che andate gironzolando?

Si riferisce ai giovanotti che cercano di avvicinarsi alla ragazza puntata, camminando “casualmente” e ripetutamente nei suoi paraggi.

Non è detto che invece sia lui la preda mirata dalla donzella, che gli fa credere quello che vuole… Ma questa è storia risaputa quanto il mondo.

In Calabria usano il verbo papariare = camminare impettiti come le papere.

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Jì de nànze

Jì de nànze loc.idiom. = Procedete, avanzare, proseguire.

Usato nella locuzione andare avanti, sopravvivere nonostante tutto.

Cüme facjüme a jì di nanze? Marìteme sté alla spasse! = Come faremo a sopravvivere? Mio marito è disoccupato.

Nüje pe’ quàtte fìgghje süme jüte de nanze ‘u stèsse
 = Noi, con quattro figli, abbiato proceduto lo stesso, nonostante le difficoltà.

‘Nce pöte jì de nanze! = Non si può più vivere (per la recessione economica, per la criminalità, per il malcostume dilagante, per la burocrazia esasperata, ecc. ecc.)

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