Chiacchjarèlle

Chiacchjarèlle s.f. = Litigio

Piccolo diverbio facilmente risolvibile.

Hanne fàtte ‘na chiacchjarèlle e ce so’ ammusséte = Hanno avuto un diverbio e sono un po’ risentiti.

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Chetògne

Chetògne s.m. = Mela cotogna

La frutta, come la mela cotogna è linguisticamente parlando, sempre al femminile (la pera, la banana, la pesca, l’albicorra, la ciliegia, ecc.) In dialetto invece è maschile ‘u chetògne. Al plurale la ‘ó’ ha un suono acuto ‘i chetógne.

Il cotogno, qui inteso come pianta (Cydonia oblonga) appartiene alla famiglia delle Rosaceae

La polpa del frutto, che è praticamente immangiabile anche in fase di maturità, pochissimo dolce, dura, e piuttosto acre, subisce con la cottura, una trasformazione drastica degli zuccheri “a lunga catena” contenuti ( quindi “poco dolci”) in zuccheri decisamente “dolci”, con uno spiccato profumo di miele.

‘I chetógne erano nominati in una sorta di filastrocca che si recitava per fare la conta (al posto di “Ah, nghi. ngò, tre civette sul comò…):
Chépe chetógne
‘u möse d’ajóste
e la cucchjére
e la furcjüne
e la scu-tèl-la.

Il bambino che faceva la conta, sillabava la filastrocca toccando con la punta delle dita – ad ogni accento tonico –  gli altri disposti in cerchio. Ogni sillaba ad un bambino. Le ultime tre sillabe venivano pronunciate rallendando il ritmo in modo che chi era toccato per ultimo con la sillaba -la di scutèlla era il designato.

Ah stavo dimenticando la traduzione: Testa di mela cotogna, il mese di agosto, e il cucchiaio, e la forchetta e la scodella.

Quel chépe chetógne può significare “una delle più grosse mele cotogne”, o anche “una delle prime che cadono dalla pianta”.

Comunque non c’è alcuna logica nelle filastrocche.  Difatti quale logica ci sarebbe nell’accertare che le tre civette sul comò facevano l’amore con la figlia del dottore?

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Chessò

Chessò cong. = Che, che cosa, che sono (io o essi)

Chessò ca vù? = che cosa è che vuoi?

Chessò ‘sti cöse? = che cosa sono queste cose?

Te fazze vedì che ssì tó e chessò jüje = Ti faccio vedere chi sei tu e che cosa sono io!

In italiano si dice con arroganza: “Lei non sa chi sono io!”

La risposta la diede mirabilmente il grande Totò: Lei è avvocato? Ma mi faccia il piacere!

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Chésecavalle

Chésecavalle s.m. = Caciocavallo

ll caciocavallo è un formaggio stagionato a pasta filata tipico dell’Italia meridionale di forma tondeggiante, a “sacchetto”, prodotto con latte particolarmente grasso di mucche podoliche, con l’aggiunta di solo caglio, fermenti lattici e sale.

Mio padre lo chiamava chésecavadde, come cepodde, martjidde, curtjidde, passarjidde jaddüne, e tutte le parole che in italiano contengono la doppia elle, specie come desinenza. La lingua si evolve perché certe pronunce erano ritenute rozze.

Torniamo a noi: questo formaggio viene detto così perché, per la stagionatura, legato in coppia, viene posto “a cavallo” di una pertica orizzontale. Se la stagionatura supera i dieci mesi il formaggio assume una sapore leggermente piccante, apprezzatissimo dai buongustai.

Curiosamente esiste un formaggio largamente usato in Turchia e nei Paesi balcanici (Bulgaria, Macedonia, Serbia, Romania), chiamato quasi come il nostro chésecavalle, il Kaşkaval кашкавал ma prodotto con latte di pecora e consumato dopo una brevissima stagionatura.

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Chése-recòtte

Chése-recòtte s.m. = Cacioricotta

Il Cacioricotta è un formaggio tipico del Sud Italia. Prodotto ibrido della lavorazione del latte.

È usato come pietanza e anche grattugiato sui maccheroni al sugo.

Io preferisco la ricotta dura grattugiata col sugo di pomodori freschi al basilico.

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Chése 

Chése s.m. e s.f. = Cacio, casa

1) Chése s.m. (dal latino càseus): latte di pecora, di capra, di mucca o di bufala cagliato, salato, cotto e preparato nelle forme, da cui dicesi anche formaggio. Curiosità i tedeschi dicono Käse (pron. chése, come la nostra).

2) Chése s.f. = edificio di muratura che serve da abitazione.

A chése = a casa mia. Infatti l’agg. mia è sempre sottinteso. Se voglio dire a “casa tua” dico: a càste.

Jüje a chése e tó a càste = Io a casa mia e tu a casa tua.

Al plurale gli articoli ‘u ‘a diventano ‘i, mentre il sostantivo resta invariato.

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Cherjille 

Cherjille nome proprio = Ciro

Potrebbe derivare da Ciro, Cirillo (Kìril), nome di origine slava.

Ricordiamoci che i nostri valorosi marinai attraversavano il mare con i loro trabaccoli e andavano sulle coste dalmate a caricare legname e marne.

La confidenza instauratasi fra i nostri e le popolazioni dell’altra sponda dell’Adriatico, ha potuto affibiare a qualche nostro Gerjille la pronuncia croata Kiril, poi tramandata alle generazioni successive.

Ricordo una famiglia povera con questo soprannome.

Il più giovane e vigoroso dei Cherjille cercava di guadagnare qualche soldo prestandosi a portare sulle spalle le valigie dei pochi viaggiatori che scendevano dal treno alla stazione città, fino alla loro abitazione o fino all’albergo Italia.

Erano tempi tristi che fortunatamente ormai appartengono al passato.

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Cuppüte

Cuppüte agg, = Fondo

Accettabile anche la pronuncia cheppüte.

Profondo riferito riferito specificamente al piatto con il bordo rialzato, adatto per servire minestra, zuppa o pastasciutta.

L’aggettivo spése si riferisce invece ai piatti piani. Vedi (clicca→) spése.

‘I piatte spése e ‘i piatte cheppüte = I piatti piani e i piatti fondi.

Ritengo che l’aggettivo derivi dal napoletano cupo. Ricorro al noto scioglilingua partenopeo «Ngopp’o cupo, poco pepe cape», cioè: sopra il (piatto) fondo, poco pepe va, cape nel senso di contenere, entrarci.

Attenti a non confondere cuppüte con (clicca→) cuppüne, che significa mestolo.

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Chépetórne

Chépetórne s.m. = Capogiro, vertigine

La prima parte del termine, chépe chiaramente significa capo, testa. L’altrà parte tórne è derivano dal francese tourner e significa proprio girare.
Ricordo una canzone di Yves Montand: Tu me fais tourner la tête = Tu mi fai girar la testa.

Accettabili anche le varianti capetórnechépetónne.

Chépetórne designa lo stordimento causato dallo svolgimento di taluni giochi fanciulleschi, o di un vorticoso valzer. Quindi con un sorriso si aspetta che cessi.

Se invece il capogiro ha origine patologica è chiamato proprio geramènde de chépe = giramento di testa, capogiro. Sovente accompagnato da vomito e diarrea (jì da söpe e da sòtte).

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Chépecanéle 


Chépecanéle
s.m. = Cenone

Chépecanéle s.m. = Cenone

Chépecanéle  alla lettera si traduce con  “capo-canale”, locuzione che non significa nulla.

È più probabile che derivi da baccanale = cenone affollato, baldoria, gozzoviglia.

Era tradizione che il proprietario del fabbricato offrisse alle maestranze che avevano ultimato il solaio (vultéte ‘i làmje) una cena in un trattoria-cantina preavvertita dell’evento (Ciumarjille, Giuànne, Pachjireche, Mešküne, Menjille, ‘Nzaléte, ecc…)

 

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