Checòmbre 

Checòmbre s.m. = Tortarello (verde pugliese)

È una specie di cetriolo (Cucumis flexuosus) tipico pugliese, dalla pasta dolce, usato in insalata. Il frutto è piuttosto lungo e curvo, ha la corteccia sottile color verde scuro, scannellata, coperta di leggera peluria.

Era uno dei prodotti degli Sciali, assieme alle carote, alle cipolle, alle patate e ai meloni gialli. Forse perché non remunerativo, i checómbre sono del tutto scomparsi dai mercatini.

Il Tortarello bianco abruzzese invece non ha la peluria ed è di un colore verdastro, molto chiaro.

Al plurale suona checómbre con la “ó” stretta.

Taluni pronunciano checòmere e checómere.

Da non confondere con l’italiano cocomero (Citrullus lanatus, o Citrullus vulgaris)

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Chécasòtte

Chécasòtte agg. = Cacasotto

Indica una persona paurosa timida vile e pusillanime. Un inguaribile fifone.

Oppure qualcuno che ha incontinenza fecale per disfunzioni intestinali. L’epiteto in ogni caso è molto spregiativo.

Qlcu pronuncia cacasòtte: secondo me è accettabile.

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Chécafurnjille

Chécafurnjille s.m.= Farfallone

Persona inaffidabile e incostante, specie in campo amoroso.

Definisce un tipo che non trova mai un “focolare” (inteso come famiglia), un fornello dove fermarsi per crearsene una definitivamente.

Soggetto che cambia facilmente fidanzata. Vé facènne ‘nu balle pe chése: un po’ qua, un po’ là, senza intenzioni serie.

Per estensione sono così definiti dai commercianti quei clienti occasionali, che saltano i fornitori, o che non sono affidabili.

Con lo stesso significato dicesi anche pisciacantöne, ossia  – come i cani ad che lasciano una pisciatina ogni spigolo di casa che incontrano durante il loro cammino per marcare il territorio – così costui cambia metaforicamente le sue posizioni, scelte politiche o sportive, fidanzate, ecc.

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Che uà jèsse! 

Che uà jèsse! escl. = che cosa inspiegabile

Ammessa anche la forma breve c’uà jèsse

In effetti, quando si cerca di dare una spiegazione di un fenomeno “inspiegbile” e non si può concludere per ignoranza o dimenticanza, si ricorre al “deus ex machina”, la parola magica: che uà jèsse!

U crjatüre mò jì néte e già vé truànne a mennòzze d’a màmme: che uà jèsse! = Il bambino adesso è nato e già va in cerca della tetta della madre (per nutrirsi): che cosa inspiegabile!

Che uà jèsse, quann’arrüve màrze tutte l’ànne arrìvene i rennenèlle = Che mistero, quando arriva marzo tutti gli anni arrivano le rondinelle.

Che uà jèsse, nen töne manghe düje müse e già canosce alla nonne
 = Che cosa incredibile, (il poppante) non ha nemmeno due mesi (di età) e già riconosce sua nonna.

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Che facce ca tjine

Che facce ca tjine! loc.id. = Sfrontato!

Espressione che vuole contestare qlcu che mostrasi spudorato, arrogante, insolente, impertinente.

Che fàcce ca tjine! E mò che che vularrìsse fé angöre? = Che sfacciato che sei! Ed ora che vorresti fare ancora?

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Cèveze

Cèveze s.m. = Gelso

Al plurale fa Cjìveze

Albero con foglie cuoriformi, di cui si nutrono i bachi da seta, che produce piccoli frutti commestibili.

Il frutto (Morus alba) è carnoso, color giallastro/bianco con sapore dolciastro, con una punta acidula, matura in giugno luglio.


Il Gelso nero (Morus nigra) è molto simile alla specie precedente. Ha foglie più piccole e produce frutti nero-violacei e piu’ saporiti.

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Cetrüle

Cetrüle s.m. = Cetriolo

Cetriolo (Cucumis sativus)
Pianta erbacea annuale rampicante della famiglia delle Cucurbitaceae, dotata di foglie ruvide, fiori gialli, frutti allungati, fragranti, carnosi, commestibili.

Figuratamente:
. persona sciocca e insulsa.
Ma sì pròprje ‘nu cetrüle! = Ma sei proprio uno sciocco!

. membro virile.
Allusivamente riferito ad un tipo cazzuto ‘Nu bèlle cetrüle.

Sapete la storia dell’ortolano?  Cliccate qui.

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Cèsse

Cèsse s.m. = Gabinetto, latrina

Oltre al significato di “stanzino da bagno” come si dice ora, il termine designava negli ann i ’30 specificamente la sola tazza del W.C., che – con l’avvento della fognatura – sostituì nelle nostre case il notissimo (clicca →) ruàgne.

Praticamente, non essendoci ancora l’acqua corrente in tutte le case, era una specie di imbuto, uno scaricatoio di feci e acque luride, anche quelle del bucato a mano, o della pulitura del pesci.

Scherzosamente se qualcuno chiedeva in italiano: «Che è successo?» La risposta era automatica: «C’jì rótte ‘u cèsse» = Si è spaccata la tazza del W.C. (o si è occlusa la conduttura di scarico). Ma fortunatamente solo per la rima.

Ovviamente cèsse è adoperato spregiativamente nei confronti di una persona, un film, uno spettacolo, un cantante, un ballerino ecc..

La ricerca sull’origine del termine mi ha postato al consueto latino:  recĕssu(m), deriv. di recedĕre ‘ritirarsi’.
Ricordo che nelle antiche stazioni ferroviarie, rifacendosi al latino, c’era la scritta “ritirata” e addirittura “cessi”

Visto che mi trovavo ho cercato anche WC, che  significa water closet, ossia acqua accumulata. Insomma la cassetta dello sciacquone!

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Cerratüre

Cerratüre s.f. = Cipiglio

Taluni pronunciano con una sola “r”, ceratüre.

Sguardo torvo, occhiata minacciosa, viso arcigno, espressione severa.

Pàteme nen m’ho déte méje: abbastöve ‘na cerratüre = mio padre non mi ha dato mai (una sberla correttiva): era sufficiente una sua espressione severa.

Si usa scherzosamente anche per evidenziare una straordinaria somiglianza fra consanguinei.

Töne ‘a stèssa cerratüre du pétre. = Ha la stessa sembianza del padre.

Deriva dall’italiano cera, nel significato di espressione (buona cera, cattiva cera)

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Cerotte

Ceròtte s.m. = Cerotto, Lumino stearico

Non si tratta solo del cerotto per medicare le piccole ferite, tipo Salvelox, peraltro entrato da pochi anni nella parlata locale!

Negli anni ’20 venne posto in vendita il Cerotto Bertelli per alleviare per via percutanea il dolore alla schiena, ora sostituiti da DropMed, Flectadol e simili.

 

 

Per ceròtte Intendiamo in dialetto quel piccolo contenitore di plastica cilindrico, generalmente di colore rosso, blu o bianco, talora decorato con immagini devozionali, contenente una materia combustibile, di solito cera (da cui il nome ceròtte) e uno stoppino.

Viene acceso e posto generalmente su un portaceri votivo, davanti alle immagini sacre, o davanti ai loculi cimiteriali in segno di preghiera e devozione.

Fino agli anni ’60, quando non esisteva ancora la plastica, la cera che diventava liquida per effetto del calore emanato dallo stoppino acceso, era trattenuta da un piccolo scodellino di carta oleata con i bordi pieghettati, uguali i pirotti usati dalle pasticcerie per contenere cioccolatini e dolcetti.

I venditori di lumini si piazzavano lungo il viale che porta al cimitero e lanciavano il loro grido: Ceròtte! Ceròtte p’a làmbe! = Lumini, lumini stearici per la lampada votiva.
In dialetto con il termine lumüne = lumino si intende solo quello a olio.

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