Zambjitte

Zambjitte s.m.= Scarpone.

Sorta di calzature da lavoro, confezionate usando vecchi pneumatici, opportunamente tagliati e sagomati e fermati con legacci.
Un po’ come i calzari usati anticamente in Ciociaria, detti appunto Ciocie, costituite da suola con fasce che avvolgono il piede e i polpacci e che sono tenute ferme da due legacci che si incrociano.

Nella foto tratta dal web, si vedono questi strani calzari in versione africana, nella quale, al posto dei legacci, si vedono delle strisce incrociate forse fatti di gomma.

I zambjitte erano usati dai pastori e dai contadini, ma talvolta anche dai muratori, nell’immediato dopoguerra, allorquando la vita era grama per tutti, e un paio di scarpe da lavoro purtroppo non era alla portata di tutti.

Ritengo che il termine derivi dello spagnolo zapatos, cioè scarpe.

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Zambedù

Zambedù soprann.= Etimologia carente.

Non si conosce il significato del nomignolo. Non si sa nemmeno se sia originario di Manfredonia.

Noto negli anni ’50: era un tipo molto traffichino.

Voci di corridoio riferiscono che agiva on the border tra il lecito e l’illecito.

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Zajàgghje

Zajàgghje s.f. = Funicella, sagola

Grosso spago usato specificamente per far ruotare le trottole di legno. Abbinamento inscindibile: córle e zajàgghje = trottola e spago.

Usato per designare una cordicella non troppo lunga di cui si ha necessità: Dàteme ‘na zajàgghje! = Datemi una funicella

Il Prof. Michele Ciliberti (che ringrazio per l’imbeccata) asserisce che zajagghje deriva dal berbero “zagaja” che significa “fettuccia”, “cordicella”.

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Zah!

Zàh! escl. = Pussa via!

Espressione scherzosa usata per allontanare animali, specie o cani.

Scherzosamente mia suocera, quando voleva che qualcuno stesse alla larga, anche solo figuratamente, usava dire, imitando una parlata streuse:
Zah!, fà cchiù llà…, sò segnöra e nen me voglio alzà!

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Vuzzarèlle

Vuzzarèlle s.f. = Cetriolo carosello, Barattiere

È una variante del cetriolo, grande quanto una mano, di colore verde chiaro.

Questi strani ortaggi sono tipici della Puglia, ibridi spontanei tra melone e cetriolo, vengono anche chiamati cetriolo-melone.
Le varietà differiscono per forma del frutto, colore e sapore, le piante hanno la vegetazione del melone e si coltivano allo stesso modo, non vanno cimate poiché i frutti si raccolgono scalarmente.

I caroselli si mangiano crudi, in gradevoli insalate, il “Mezzolungo di Polignano” ed il “Mezzolungo barese” si mangiano senza sbucciarli, basta strofinarli tra le dita per eliminare la tipica peluria.

Con lo stesso nome si designano anche certi meloncini di pane non ancora maturi, quasi senza sapore, usati anch’essi come insalata con sale e aceto.

Al plurale “‘i vuzzarèlle” alludono al seno che inizia a fiorire alle adolescenti, soavi pulzelle lanciate verso un radioso futuro.
Ho scoperto casualmente le varie denominazioni di questo ortaggioin Terra di Bari e nel Salento:

  • carusella
  • carusidd
  • casorello
  • cianciuffo
  • citrulu
  • cocomerazzo
  • cocomero
  • cocomero pugliese
  • cucombere
  • cucumbrazzu
  • cucummarazzu
  • cucummerazzu
  • cumbarazzu
  • cummarazzu
  • cucumeddhra
  • manunceddhra
  • meloncella
  • melone insipido
  • melongedda
  • metriolo
  • miloncia
  • minunceddhra
  • mulinazzo
  • paddotta
  • paddotto
  • pagghiotta
  • pagnottella
  • peponcina
  • popone insipido
  • poponessa
  • pulusadda
  • pupuneddhra
  • scattone
  • scupatizzo
  • sopraguardo
  • spuredda
  • spureddhra 
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Vutté

Vutté v.t. = Spingere, soffiare,

1) Spingere: Esercitare una pressione su qlcu. per farlo cadere, o su qlco. per spostarla.

2) Soffiare: Emettere aria con la bocca socchiusa; spirare del vento; fuoruscire di fumo dal camino, dal vulcano, ecc.

Vutté deriva dal francese bouter = buttare, menare, riferito ad agenti atmosferici. Vòtte ‘u vinde, jogge stéme a chése = Spira il vento, oggi restiamo a casa (non usciamo a pescare).

Per il vento si usa anche il vento “mené”. Möne ‘stu sorte de vjinde! = Spira questo gagliardo ventaccio

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Vunnèlle

Vunnèlle s.f. = Gonna, gonnella

Abito tipicamente femminile in tessuto di lana o cotone che, scendendo dalla vita, avvolge le gambe delle donzelle fino al ginocchio o anche a metà polpaccio, a seconda delle mode che decretano la dimensione della sua lunghezza.

Francamente a me piacciono le ‘mini’, purché quello che lasciano scoperto sia esteticamente apprezzabile.
I prosciutti esposti preferisco guardarli in salumeria!

Ora si è generalizzato l’uso dei calzoni anche fra le donne, di tutte le età.

Riconosco che i pantaloni sono più pratici da indossare, ma la donna perde parecchia femminilità infilandosi i calzoni. Almeno ai miei occhi!

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Vünecùtte

Vünecùtte s.m. = Saba, melassa, sciroppo, vincotto,mostocotto

Sciroppo denso e dolcissimo ottenuto dalla bollitura dei frutti secchi del carrubo o del mosto di uva o di altra frutta.

Ho assistito nella mia infanzia alla preparazione del vünecùtte mediante la lunga bollitura di centinaia di fichi d’india, naturalmente sbucciati.

Usato in pasticceria, per esempio nella preparazione dei taralli o come condimento, in sostituzione del miele, delle cartelléte, tipico dolcetto pugliese.

Ricordo che una volta mi venne offerto dalla nonna un bicchiere colmo di neve (una delle rarissime volte che la neve si è posata a Manfredonia) con il dolcissimo vincotto, come una granita, e questa leccornia fu pomposamente presentata come ‘u surrebètte = sorbetto.

Leggete cosa dice Wikipedia a proposito della saba.

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Vumeché

Vumeché v.t. = Schiumare

Schiumare, in italiano ha anche il significato di liberare dalle scorie, dai residui.

Nel nostro caso, appropriatamente, indica l’operazione di pulitura delle vongole o delle cozze per levare la sabbia o altre impurità dai loro gusci. Si passano sotto l’acqua corrente e si stropicciano una contro l’altra una manciata per volta.

Quann’jì ca vé a vumeché ‘i còzzele? = Quando vai a schiumare le cozze?

Non sono certo, ma anche per l’operazione di pulitura del polpo dalla sua patina viscida si usa lo stesso verbo.

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