Tüfe

Tüfe s.m. = Tufo

Intendiamo a Manfredonia con questo nome, più che la roccia tufacea in genere, i conci di questo materiale, estratti dalle tufare (vedi) ed ampiamente usato in edilizia.

Generalmente i conci di tufo hanno dimensioni di cm 20x20x40.

Quelli usati a Manfredonia, molto chiari, provenivano dalle importanti cave site in località S.Lucia, sulla strada per Foggia, sfruttate fino agli anni ’60.

Il tufo di Canosa, un prodotto particolarmente compatto, era molto apprezzato dai muratori.

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Tufarüle

Tufarüle s.m. sopr. = Operaio delle cave di tufo, Cavamonti

Operaio edile adibito all’estrazione manuale dei blocchi di tufo (‘nu tüfe = un concio di tufo) dalla cava chiamata tufére= tufara.

Una volta che non esistevano le macchine estrattrici, si faceva tutto manualmente con appositi picconi (‘u zappöne) a taglio di larghezza differente su ciascuna delle due estremità.

A questi zapponi ogni tanto bisognava ridare il taglio perché si consumavano. Ci pensava il fabbro a sturnì ‘i zappüne

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Tùcche

Tùcche s.m. = Conta

Conteggio, conta. Particolarmente è quella che, nei giochi infantili, si fa per stabilire a chi tocchi un dato ruolo, chi debba fare una data cosa, che viene prescelto dalla sorte.

I partecipanti al gioco si dispongono in cerchio e al grido: da mè,…oh! tutti presentano una mano con il numero di dita distese, da uno a cinque. Una volta sommate le dita presentate all’oh!, si comincia a contare a partire da quel  (o anche da un altro bimbo: da Giuànne, oh!), un numero per ciascuno, 1, 2, 3, 4, ecc.., secondo la disposizione del cerchio, fino al raggiungimento del numero delle dita sommate.

Si dice mené o vutté ‘u tùcche = fare la conta, tirare a sorte.

A volte si usa cantilenare una filastrocca, come già chiarito alla voce chetògne, oppure alla làmbe. Come l’italiano A-nghi-ngò, tre civette sul comò, ecc..

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Tuàgghje

Tuàgghje s.f. = Tovaglia

Drappo che si stende sulla tavola per apparecchiare la mensa o anche per ornamento.

Generalmente è in tessuto di cotone o di lino, ma può essere anche di plastica, o di carta come quelle usate nelle trattorie.

Le nostre nonne le creavano all’uncinetto oppure le ricamavano a mano, e il capo diventava un prezioso oggetto del loro corredo.

Mètte ‘a tuàgghje = apparecchiare il desco per desinare.

Dalla stessa pezza, quindi con i medesimi colori e disegni, si ricavano i tovaglioli, detti in dialetto ‘i salviètte

È chiamata tuàgghje anche quel paramento sacro che si stende sopra l’altare.

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Truzzelüse

Truzzelüse agg. = Lurido, lercio

Molto sporco, pieno di tròzzele = sterco degli ovini.

Al femminile fa truzzelöse.

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Trune

Trùne s.m. = Tuono

1) Trùne, s.m. – Rumore che, durante i temporali, fa seguito a una scarica elettrica atmosferica a causa della rapida espansione dell’aria da essa riscaldata.

Una domanda burlesca veniva rivolta ai bambinelli ingenui:
– “Döpe ‘u lambe che vöne?” = Dopo il lampo che viene? La risposta era logica:
– “U trùne!” = il tuono! Allora l’ “esperto” lo rimbeccava, addirittura con la rima:
– “Sì fèsse e nen te n’addùne!” = Sei sciocco, fessacchiotto e non te ne accorgi.

2) Trùne, agg. – Per i ragazzini che giocavano con le trottole di legno, trùne era un aggettivo che definiva la cattiva qualità del giocattolo, nel senso che esso non prillava benissimo sul suo asse, perché la punta metallica non era stata conficcata con l’estrema precisione voluta. Preso preso sul palmo della mano durante la sua veloce rotazione, dava un senso di tremore. Se non aveva oscillazione la trottola era definita ‘na pennozze, una pennuzza, una piuma! Se la qualità era pessima la trottolina era classificata come zarabbabbà, forse con una riminiscenza di lingua araba.

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Trué ‘a pèzze a chelöre

Trué ‘a pèzze a chelöre loc.id. = Giustificare

Alla lettera: reperire una toppa dello stesso colore dell’abito da riparare.

La locuzione pittoresca, basata sulla benemerita opera delle nostre nonne, è molto efficace per descrivere una particolare abilità di chi sa trovare sempre una scusa buona, una ottima giustificazione di qls azione disapprovata da altri.

Visto che trovare sempre la toppa del colore adatto allo strappo è un’azione che non è da tutti.

Le nostre nonne conservavano sempre nell’apposito sacchetto, un mucchio di ritagli di stoffa proprio per rattoppare pantaloni strappati o logorati per l’usura. Tra questi riuscivano, catalogandoli uno per uno, a reperire quello più adatto, per consistenza e per colore, lavorando d’ago, a riparare il guasto.

Ricordo benissimo fino agli anni ’50 ragazzini che giocavano per strada e adulti al lavoro (muratori, imbianchini, pescatori, campagnoli) con i pantaloni rattoppati al ginocchio o al culo. Per la verità la toppa non sempre era dello stesso colore, ma la necessità di salvare quello rotto faceva superare questa diversità cromatica.

Quindi, la “reperire una toppa del colore adatto” nel linguaggio figurato, è diventata una giustificazione, o meglio, la straordinaria capacità di scovare una valida scusante per qls errore.

Giuànne quanne jì ‘nu fàtte tröve sèmbe a pèzze a chelöre = Giovanni, quando accade qualcosa (di spiacevole), riesce sempre a giustificarsi.

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Truàrece ‘a züte

Truàrece ‘a züte loc. id. = fidarzarsi

Ovviamente züte significa fidanzato/fudanzata con voce di probabile origine spagnola.

Ahò, che aspjitte a tuàrete ‘a züte? Tutte quànde ce süme fedanzéte! = Ehi, che cosa aspetti a sceglierti la fidanzata? Tutti (noi del gruppo) ci siamo fidanzati, e tu no!

Era il primo passo per arrivare al fidanzamento ufficiale e poi al matrimonio, allorquando questa istituzione era una cosa seria.

I giovincelli fermavano le ragazze per strada, durante la passeggiata domenicale per il Corso, o anche durante le domestiche festicciole, nel corso di un ballo lento, e nell’arco della durata del disco, approcciandosi con una frase standard in italiano, appresa da quelli più “esperti”: “Buonasera signorina, da quando ti ho visto ho pensato sempre a te. Mi piacerebbe formare una famiglia e tu sei quella che mi piaci, perché bella e garbata…” ecc. ecc.

Qualche buontempone, vedendo la scena, diceva ad alta voce: Busciüje! = bugia, non credergli perché costui racconta fandonie!

Ovviamente anche la donzella rispondeva con una frase standard in italiano: “La risposta fra una settimana”.

Mi viene a mente il film della Wertmüller “I Basilischi”, con Stefano Satta-Flores, girato a Palazzo San Gervasio (PZ): “La rispòste, fra tre ggiòrne“.

La fanciulla nel frattempo aveva modo di informarsi sul ragazzo, sul suo mestiere, se era di buona famiglia, se era uno scapestrato, ecc.

Qualora, dopo i prescritti tempi di attesa, la risposta era positiva, il ragazzotto poteva dirlo con orgoglio ai suoi amici di comitiva: me sò truéte a züte, e che quindi aveva degli obblighi verso di lei.

Tutti avrebbero compreso che il “fortunato” doveva assentarsi dal gruppo e non avrebbe più partecipato ai loro abituali incontri.

Quando anche gli altri ce truàvene a züte, il gruppo si riformava, raddoppiato, e le ragazze familiarizzavano volentieri, come facevano tra di loro i cavalieri.

Al giorno d’oggi le cose sono molto diverse. Ci si prende e ci si lascia – anche dopo il matrimonio – con una facilità ributtante. Non so se questa evoluzione dei costumi sia un bene. Lo dico senza fare il bacchettone: l’amore ai miei tempi era schietto, desiderato, voluto e certamente più duraturo.
La züte möje = fidanzata e sposa, è ancora al mio fianco dal 1959: fate voi i calcoli! Sembriamo a volte Sandra e Raimondo, per delle cose futili, che si risolvono dopo un minuto. Vi assicuro che sulle cose importanti siamo molto uniti!
Scusate la parentesi personale.

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Tròzzele

Tròzzele s.f= Carrucola, sporcizia, battola

1) Tròzzele = Bozzello, carrucola usata per issare le vele o per sollevare pesi. Anticamente era di legno. Oggi si usano quelle metalliche a più ruote. Paranco.

2) Tròzzele = Sporcizia in genere, ma specificamente lo sterco degli ovini, a forma di olive nere, specie se le palline si attaccano alla lana delle povere pecore… Termine usato generalmente al plurale. La lène sté tutta chjöne di tròzzele: e völ’esse lavéte. = La lana è sozza, e dev’essere lavata)

Per la pulizia a fondo di qlcn o di qlcs si usa il verbo struzzelé = togliere le tròzzele, levare la sporcizia.

Per indicare una persona sporca si usa truzzelüse al maschile, e truzzelöse al femminile.
Ho letto da qualche parte che tròzzele deriva dal latino trochleam (carrucola). Presumo che la forma tondeggiante del bozzello immancabilmente appeso ad una cima fu associata come immagine alla “cacarozza” della pecora attaccata alla sua lana (puah).

3) Tròzzele = Bàttola o Bàtola (ovviamente deriva da battere). Tavoletta di legno con maniglie mobili in ferro che – agitata con rapida torsione del polso – produce un rumore particolare, usata in passato all’esterno della chiesa, durante le Processioni della Settimana Santa quando tacevano le campane.
Ho letto che le battole erano usate anche dai battitori durante le battute di caccia per stanare la selvaggina.
In altre parti della Puglia la batola è chiamata “troccola” sempre derivata dal latino trochleam.
Similmente, durante le funzioni all’interno della chiesa, bastava il  crepitacolo (da crepitare) detta crotalo (dal nome del serpente a sonagli) o anche anche raganella (dalla ranocchia gracidante) usata al posto del tintinnante campanello.

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Tróvele

Tróvele agg. = Torbido

Riferito a liquidi, definisce lo stato di non limpidezza causato da corpuscoli microscopici in esso contenuti.

U mére jògge jì tróvele = Il mare oggi ha le acque torbide.
Succede dopo una mareggiata, quando il moto ondoso smuove il fango dei fondali.

Riferito a persone, definisce l’aspetto caratteriale di nebuloso, chiuso, cupo, taciturno.

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