Autore: tonino

Appanné

Appanné v.t. = Socchiudere e appannare.

Il verbo ha due significati.

  1. appanné = Socchiudere l’uscio di casa o gli infissi di una finestra o di un balcone.

    Praticamente si accostano semplicemente i due battenti senza usare chiavi o altro, in modo da creare penombra e frescura all’interno.
    Un’usanza prettamente estiva.
    Giuà, appanne ‘a porte ca fé càvete = Giovanni socchiudi le porte ché fa caldo.

    Con questo significato il verbo è usato anche in altri comuni della Capitanata.
  2. appanné = appannare una superficie rendendola opaca.
    Per esempio quello che si verifica alitando sulle lenti degli occhiali, oppure trasferendo delle bottiglie di bibite gelate dal frigo all’ambiente caldo.
    Anche i fenomeni atmosferici come il freddo o l’umidità appannano internamente i vetri degli infissi.
    Tutto ciò, come è facilmente intuibile, è causato dalla differenza di temperatura e dall’umidità dell’aria.
    La velatura, specie quella che appare d’inverno sui vetri delle automobili lasciate all’aperto per tutta la notte, facilmente si condensa all’esterno e si appanna all’interno.

    Ringrazio Matteo Borgia II per avermi suggerito questo termine.
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Screscetöre

Screscetöre s.f. = Escrescenza, adenite, lesione esofitica, cutanea o mucosa.

Si tratta di termini prettamente medici.

Mi avvalgo della definizione del dr. Rinaldi, cui va la mia gratitudine.
«Tumefazione linfatica dolorosa, adiacente ad un focolaio d’infezione o di semplice irritazione.»

Strascico doloroso, molto spesso accompagnato da tumefazioni o gonfiori lungo i muscoli e i tendini, dovuti a traumi, a infezioni o a ferite. Dolore trasmesso dai nervi nelle vicinanze della parte infiammata.

Si manifesta con un dolore che si diffonde dalla parte infiammata, come una scia, lungo un arto o il tronco.

Talvolta la scia dolorosa parte da un dente infiammato e arriva alla sommità del cranio o, attraverso la mandibola, e lungo il collo fino alla sommità del torace.

L’assonanza della screscetöre con “striscia” è evidente.
Il termine era familiare fino a pochi decenni fa.
Ora è andato man mano in disuso.
Peccato perché ha un bel suono e descrive immediatamente il malore che colpisce il malcapitato.

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Addurìfeche

Addurìfeche s.f. = Odorifero, profumatore

È un termine ormai desueto. Mi piace riprenderlo per il suo suono armonico e per ricordarlo alle generazioni attuali.

Deriva dallo spagnolo ODORÍFICO adj. Que da buen odor = che dà buon odore, che sparge profumo.

Generalmente lo usavano i nostri nonni per chiedere al droghiere Viscardo di vendergli le spezie (cannella, chiodi di garofano, ecc.) necessarie per la preparazione domestica di dolci.

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Semplecöne

Semplecöne s.m. = sempliciotto, sciocco, credulone

Un po’ come dire fafalöne (<—clicca).

Potrebbe derivare dall’italiano semplicione o sempliciotto.

Soggetto dalla figura allampanata, con movenza goffa e impacciata, che talvolta si intrufola nei discorsi altrui con argomenti fuorvianti e fuori tema.

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Acìzze

Acìzze agg. = inacidito, rancido, guasto

Generalmente si riferisce a cibo andato a male.
Quando i frigoriferi domestici non erano diffusi, accadeva spesso che un in intingolo, un avanzo di cibo qualsiasi si guastasse.

Ma’, ‘a recotte c’ì fatte acizze! = Mamma, la ricotta si è inacidita!

Si usava analogamente anche la locuzione (clicca qui —>) cì’ fatte brótte = si fatta brutta, che in italiano lascia perplessi.

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Vróscele

Vróscele s.m. = Brufolo

Affezione cutanea caratterizzata da arrossamento e talvolta da piccola pustola, dovuta all’infiammazione del follicolo pilifero e/o della ghiandola sebacea.

Meno grave del foruncolo (carevógne), e più simile all’acne giovanile.

Quando la dimensione è minore si usa, al femminile, vruscelècchje.

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Nturcegghjé

Nturcegghjé v.t. = Attorcigliare, avvolgere, intrecciare, aggrovigliare

Va bene anche scritto ‘ndurcegghjé.

Da questo verbo credo che derivi il sostantivo turcenjille, che in fondo è un groviglio avvoltolato di interiora. Cliccate qui.

Quale contrario ovviamente per dipanare il groviglio (sgrovigliare) si usava il verbo sturcegghjé, ormai caduto in disuso, sostituito dal più sbrigativo sbrugghjé = sbrogliare, dipanare.

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Mamùrce

Mamurce s.m. = Sgorbio, scarabocchio.

Il sostantivo al singolare o al plurale resta invariabile

Alcuni pronunciano mamùcce, omettendo per rapidità la “r”. Accettabile.

Quando non esistevano le biro e si scriveva con il pennino intinto nell’inchiostro liquido, molto più facilmente gli scolari macchiavano libri e quaderni loro e altrui.

La locuzione mamùrce p’i ‘ndùrce è un simpatico rafforzativo con la rima, per definire quegli orribili sgorbi riscontrati sui quaderni o sulle pagine dei libri dei bambini con poca dimestichezza con il pennino, perché appena agli inizi sulla strada dell’apprendimento della scrittura.

I ciambe de mosche = le zampe delle mosche = anche questi possono essere considerati scarabocchi o meglio indicano una scrittura incomprensibile che poteva causare un brutto voto in materie che non esistono ormai più, come ed esempio “la bella scrittura”.

A proposito di scrittura la penna che si usava fino agli anni ’50 era composta di tre parti: astecciùle (asticciola) cagnùle (supporto metallico a innesto) pennüne (pennino). Gli adulti usavano la insuperabile penna stilografica (con serbatoio d’inchiostro incorporato)

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Arzìcule

Arzìcule s.f. = barretta ferma ruota.

Si tratta di un oggettino che tutti noi abbiamo visto sul carrettini spinti a mano sui carri a trazione animale. Il nome era conosciuto solo dagli addetti ai lavori (carrettieri, fabbri, carradori).


È una barretta di ferro foggiato con un ingrosso nella parte superiore, che si infila in un foro (detto “occhio”) posto ad ognuna delle due estremità dell’asse su cui si montano i mozzi, allo scopo di non far sfilare le ruote dal loro alloggiamento.

Molte rezzìcule dispongono anche di un anello nella parte inferiore, specie quelle montate su carri grandi. L’anello impedisce la sua accidentale fuoruscita dall’ “occhio” dell’asse a causa del percorso accidentato.

Accettabile anche scritto arzìchele, rezzìcule, rezzìchele,

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Mmècce

Mmècce s.f. = incastro

Incastro usato per tenere uniti due segmenti di legno, specie in ebanisteria e in carpenteria navale, senza dover far ricorso a chiodi, viti o rivetti. È probabile che le giunzioni anche in edilizia, in metallurgia o in sartoria vengano chiamate “mecciatüre” o “a mmècce“. Di sicuro il termine è in uso anche in Campania e a Cerignola.

Possono essere di vari formati.
il più conosciuto è detto “a coda di rondine” per lavori di grande precisione.

Altro tipo di incastro molto in uso è detto in italiano “a spina” o “a tenone e mortasa”, ossia dei cilindretti di legno che si inseriscono nelle corrispondenti cavità dell’altro legno da congiungere.
Questi tenoni da noi sono detti “megnuzze”. Clicca sul link: https://www.parliamomanfredoniano.it/megnuzze/.

Ringrazio l’amico Matteo Borgia 2° per avermi dato il suggerimento, consentendomi la stesura di questo articolo.

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