Autore: tonino

Chi fatüje, mange; chi nen fatüje, mange e böve

Chi fatüje, mange; chi nen fatüje, mange e böve (prov.) = Chi lavora mangia; chi non lavora mangia e beve.

Un proverbio un po’ canzonatorio, ma non troppo.

Ho già spiegato che (clicca ->) fatüje significa lavoro.

Fatüje si identifica con fatica perché generalmente si riferiva solo a quello manuale. Quello intellettuale non era considerato una fatica vera e propria.

Comunque il lavoro consiste nell’«impiego di energia diretta a un fine determinato», a prescindere dalla sua forma perché è fatica sia quello manuale, sia quello intellettuale.

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Caseriande

Caseriande agg. = bighellone, ozioso.

Persona va da una casa all’altra di amici e conoscenti per chiacchierare, o per scroccare cibarie e bevute, o solo a pettegolare e a perdere tempo.
Il sostantivo è strutturato come malazziunande = delinquente, furfante, avvezzo a compiere cattive azioni.

Mariètte jì caseriande assé = Mariella (invece di sbrigare e faccende domestiche) se ne va bighellonando di casa in casa a spettegolare.
Il dialetto sovente è molto sintetico, cioè esprime con un solo termine un intero concetto.

Nota linguistica:
Deriva dal verbo caserié = andar di casa in casa.
Nei paesi garganici tuttora dicono càsere per indiucare il plurale di chése = casa.
Questa voce da noi è ormai scomparsa, perché usiamo chése sia al singolare, sia al plurale, salvo che in questo verbo e i suoi derivati.

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Balüce

Balüce s.f. = valigia

Anche questo termine deriva dallo spagnolo balija.

Preparare la valigia per una vacanza è una gioia.

Allestirla per emigrare – come è accaduto ai nostri ragazzi negli anni ’50 – lo è stato molto meno. Partivano per il Belgio o per Milano “con la balicia di cartone attaccata con la zoca”…

Ora le valigie si chiamano “trolley” ed hanno le rotelline.

Una volta quando i viaggiatori arrivavano nelle stazioni di Milano, Napoli, Palermo, Torino, ecc. trovavano i “portapacchi” (chiamati spregiativamente “facchini”) che trasportavano il bagaglio o al treno in partenza, oppure all’uscita per quelli arrivati, avvalendosi di lunghi carrelli con due sponde, spinti a mano.

A Manfredonia c’era “Kerille” che, rigorosamente a spalla, portava le valigie dal treno fino alla prima carrozzella o magari fino all’Albergo Italia. Il compenso era risibile, ma serviva per sfamare onestamente la sua famiglia.

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Vótta-vótte

Vótta-vótte s.m. = Pigia-pigia, ressa, calca, affollamento.

Come variante si usa spesso la locuzione: «vótta tó e vòtte jü.» = spingi tu e spingo io. Una autentica rappresentazione sceneggiata del movimento della massa.

In tempi di Coviid19 è assolutamente sconsigliabile cacciarsi in situazioni di assembramento!

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Ngenagghje

Ngenagghje s.m. = inguine

Etimologicamente deriva dal latino inguinalem.

Esiste anche un sinonimo, decisamente più antico «ìgghje», per indicare le attaccature anteriori delle gambe al tronco. ossia la piegatura della coscia al basso ventre.

Talora la parte è dolorante a seguito di grave affaticamento.

Me dòlene ‘i ‘ngenagghje = ho dolore (bilaterale) agli inguini

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Purtungiüne

Purtungiüne s.m. = Portoncino

Quando costruivano le abitazioni solo piano terra, quelle con volta a cupola, generalmente un mono-vano di metri 5 per 5 a intervalli c’era un locale di dimensioni ridotte (m 5 x 3) in previsione di futura sopraelevazione, in modo da poterlo adibire a vano scale.
Nel frattempo venivano locate come mini abitazione a coppie senza figli: letto, tavolo, angolo cottura e angolo gabinetto. Niente acqua corrente. Talvolta era comunicante con la “casa” adiacente (chése e purtungiüne) per famiglie con prole.

Ovviamente con purtungiüne si intendeva anche il portone di accesso al piano superiore. Quando si bussava col picchiotto (‘u battènte) il portoncino veniva aperto manualmente dal primo piano mediante una funicella che sbloccava il chiavistello.

La Foto (tratta da Google maps) ritrae il portoncino uso scale esistente al Corso, proprio alla sinistra della Farmacia Murgo.

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Attrasséte

Attrasséte s.m. = Arretrato

Deriva dallo spagnolo atrasar = ritardare.

Riferito specificamente a somme dovute o liquidate con ritardo.

Tènghe da pajé angöre tre müse d’attrasséte = Devo pagare ancora tre mesi (di pigione) d’arretrato.

Il termine è desueto. I giovani di oggi che hanno tutti frequentato la scuola dell’obbligo, usano il simil-italiano “arretréte

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Lasse e pìgghje

Lasse e pìgghje loc. verb. = Alternare, agire saltuariamente

Una locuzione che si traduce alla lettere “Lascia e prendi” o meglio “riprendi” perché si tratta di una interruzione.

Interrompere spesso un lavoro e riprenderlo successivamente. Ora si dice fare “coffee break” = pausa caffè.

Non è dato sapere l’intervallo di tempo che intercorre tra l’interruzione e la ripresa. Può essere breve o lungo.


Accade ad esempio che un lavoro donnesco (ricamo, rammendo, ecc.) non essendo prioritario, viene eseguito a tratti nei ritagli di tempo.

A me succede quando costruisco i presepi. Dopo aver montato un pezzo, devo lasciar asciugare la colla, e perciò chiudo il garage e vado altrove. Magari lo riprendo nello stesso pomeriggio o dopo due giorni… tanto fino a Natale c’è tempo!
Insomma faccio lasse e pìgghje fino a quando avrò finito il manufatto.
Penso che la stessa cosa accade per l’Arte: pittura, scultura, architettura, musica, narrativa, ecc.

Certamente le Opere non vengono fatte di getto, iniziate e finite senza interruzioni!

Il mio dentista fa innumerevoli intervalli, lasse e pìgghje, per una sola otturazione! Avrà bisogno dei tuoi tempi tecnici. Forse anche la sua “colla” deve far presa.

Anche Manzoni impiegò anni a “sciacquare i panni in Arno”!

Solo la partoriente non può permettersi di fare alcun break, per sgranchirsi le gambe…

Succedeva una volta anche nei fidanzamenti, nelle convivenze o addirittura nei matrimoni: la famosa “pausa di riflessione” che il più delle volte la “pausa” diventava definitiva.


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Locche-locche

Locche-locche agg. Lento, adagio. 

Lòcche-lòcche significa lento-lento, senza alcuna fretta, posapiano.

Forse deriva dal latino locus locus.

Sinonimo lanna-lanne, a scherzosa imitazione del dialetto Sangiovannaro, che per dire “lento” usa l’aggettivo lanne.

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Smezzé

Smezzé v.t. = dimezzare, svuotare parzialmente

In verbo deriva da “mezzo” inteso come metà. Quindi “dividere, svuotare, liberare a metà”

Si usa dire smezzéte = dimezzato, anche se un contenitore qualsiasi non è stato svuotato proprio a metà, ma in misura molto variabile.
Come dire: jì stéte tucchéte = è stato “toccato”, non è più intonso. Può essere un quasi pieno o un quasi vuoto…

Generalmente si tratta di contenuto liquido (olio, vino, latte…).
‘Sta buttìgghje sté smezzéte = Questa bottiglia non è più completamente piena.

Talvolta è riferito a contenuto arido (riso, sale, caffè…)
U sacche d’a farüne sté smezzéte e momò ce fenèsce = Il sacco della farina è (più che) dimezzato, e sta per finire.

‘U buatte du cafè jì stéte stéte smezzete = il barattolo del caffè è stato iniziato (non è completamente pieno).

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